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Quaggiù qualcuno ci ama... - Lucia Crescimbeni

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Due "minimali" esperienze che parlano di cura, dello sguardo che poniamo sull'altro, della sua e nostra dignità.

Quando mi è stato chiesto di raccontare del mio lavoro scrivendo una storia, ho acconsentito a cuor leggero, pensando che sarebbe stato facile ritrovare nella memoria delle cose accadute, un fatto da narrare. E in effetti, in ventotto anni di professione medica (la guardia medica notturna nei primi anni, la mia attività ambulatoriale, il lavoro al SerT ) episodi e storie liete o dolorose, buffe o singolari, ne sono certamente accadute e, tutte degne di essere ricordate. Ma al termine di questa ricerca ho compreso che erano altre le cose di cui volevo dire: due episodi "minimali", in cui il mio ruolo non era quello di chi svolge un servizio ma di chi lo fruisce. Due piccoli fatti che per me sono stati fonte di riflessione che al termine di questo scritto cercherò di comunicare.

Tre anni fa mio figlio, allora diciottenne, ha avuto un appendicite acuta per cui, dopo lunghe ore di dolori, visto che l'episodio non si risolveva, decido di portarlo al pronto soccorso da dove viene inviato in chirurgia per essere operato. Era l'alba, ci trovavamo in un ambulatorio del reparto in attesa che venisse il chirurgo per visitarlo. Mio figlio provato dal dolore, io stanca per la notte insonne e la preoccupazione. Lui aveva freddo per cui mi sono tolta il giaccone e l'ho steso sulla barella. Dopo poco, compare una donna, una "ausiliaria", una persona che certamente, in un reparto così, aveva passato il suo turno di notte a correre su e giù per i corridoi occupandosi degli aspetti più "concreti" dell'assistenza ai malati. Si avvicina a mio figlio e gli chiede: " Hai freddo? Ti porto subito una coperta". E, tornata dopo un attimo, mentre gli stende addosso la coperta, chiede: "E' da molte ore che stai male? Abbi ancora un po' di pazienza, tra poco arriva il medico e vedrai che ti operano subito". Poche parole gentili, non richieste e non dovute, che mostravano la sua comprensione. "Che bel modo di lavorare!" ho pensato io, di chi sa che può cambiare la realtà anche se fa un lavoro che non salva la vita ai malati e che può forse sembrare poco gratificante."

Il secondo episodio può apparire ancora più banale. Mia madre, cardiopatica cronica, ha l'ennesima crisi anginosa: il 118 la porta al pronto soccorso. Passiamo ore tra ECG, prelievi, attesa dei risultati, nella angusta stanzetta della astanteria, fino a che ne viene disposto il ricovero. Se vi è accaduta una esperienza simile, sapete quanto sono interminabili e snervanti quelle ore di attesa. In più c'è da riorganizzare la giornata di lavoro e la vita familiare che forzatamente devono cambiare di fronte all'imprevisto. Finalmente, alle cinque del pomeriggio, esco dall'ospedale per andare a procurare le cose necessarie per la degenza di mia madre. Arrivata alla sbarra del parcheggio, pago la cifra richiesta e sto per partire, quando l'uomo che è dentro il gabbiotto, con una voce che esce a fatica e che sembra difficile da condurre verso i suoni giusti, così da essere comprensibile, insomma, con notevole sforzo, mi dice: " Signora, se deve tornare in ospedale (cosa che dovevo fare nel giro di un'ora) non butti via questo biglietto (cosa che avrei fatto nel giro di un minuto) perchè con questa cifra lei ha già pagato per tutta la giornata."

Un piccolo particolare: non mi avrebbe cambiato la vita pagare nuovamente il parcheggio. Pur nella difficoltà di esprimersi, lui si preoccupava per me, mentre io, stanca com'ero, percepivo la realtà come nemica... Un piccolo particolare, un fatto positivo, un gesto gratuito che mi riconciliava con la vita.

Allora perchè queste storie?

Può sembrare strano raccontare del proprio lavoro parlando di quello di un altro, ma credo che sperimentare su se stessi l'attenzione di qualcuno quando sei in difficoltà, faccia poi nascere inevitabilmente il desiderio di guardare con la stessa umanità chi si rivolge a te con un bisogno.

Perchè non c'è lavoro, per quanto modesto e semplice, che possa impedirti di esprimere tutta la tua ricchezza di persona.

Perchè nella vita e nel lavoro, lo sguardo che liberamente porto sull'altro decide della mia stessa dignità.

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