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Un lungo periodo di attesa e di speranza – Shpresa Kule

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Due "minimali" esperienze che parlano di cura, dello sguardo che poniamo sull'altro, della sua e nostra dignità.

Un lungo periodo di attesa e di speranza
Dopo avere lavorato 18 anni come infermiera in Albania Shpresa Kule emigra in Italia in cerca di una migliore condizione per i propri figli. Ci vorranno ben 12 anni prima che la professionalità maturata nel suo paese e accresciuta con altre esperienze di assistenza le venga riconosciuta. In questo suo breve scritto racconta questa lunga fase di attesa e di speranza.
Qualcos'altro di me e del mio lavoro
Con questa aggiunta Shpresa Kule presenta più ampiamente se stessa a partire dall'inizio della sua formazione come infermiera in Albania fino ad oggi.

 

Un lungo periodo di attesa e di speranza

Oggi è il primo giorno di primavera e mi sono imposta di rimanere sul divano. E' il mio giorno di riposo e ho un forte raffreddore. Dovevo fare tante cose ma ho lasciato perdere pensando che se ora mi riposo domani potrò affrontare meglio il turno del mattino e il corso del pomeriggio. Domani sarà una giornata impegnativa, tornerò a casa solo per cena.

Ieri ero in un corso di aggiornamento chiamato "Storie che formano". Il dott. Mussoni, laureato in sociologia (almeno credo) e con un lungo curriculum lavorativo nel sociale come educatore, ha trovato interessante l'idea di raccontare l'esperienza che ho dovuto affrontare per riuscire a lavorare come infermiera in Italia dopo avere svolto la professione in Albania per 18 anni. Amo scrivere e così voglio provarci.

Riuscire a fare l'infermiera in Italia era per me una meta importante per più ragioni. Nel ripensare l'esperienza di questo passaggio – un lungo periodo di attesa e di speranza – oltre ai fatti accaduti emerge soprattutto come li ho vissuti. Non posso raccontare una cosa senza l'altra.

Guardando un vecchio album delle fotografie vedo i miei sogni e le mie paure. Ci sono fotografie che mostrano la felicità, Blert e Orest, i miei figli in piena salute. Poi altre che mi rimandano immagini diverse, anche molto diverse da quelle felici. In una il primo ha pochi mesi, in un'altra tre anni, poi c'è n'è un'altra in cui Orest è intorno ai 2 anni, pallido, con la pancia pronunciata e il torace dove si possono contare le costole. Non era ammalato. Era malnutrito. Spesso non avevo possibilità di comprare latticini, carne, frutta, uova, ma anche quando potevo, i negozi erano vuoti. Poi emerge Blert sempre più pallido e distanziato dal mondo esterno.

Vivevo in uno dei non migliori quartiere di Tirana, mio marito prendeva un buon stipendio ma lo spendeva prima di tornare a casa. E' per i miei figli che ho deciso di andarmene via dal mio paese. Dovevo farlo il più presto possibile, prima che i problemi diventassero irreversibili. Sapevo che non sarebbe stato facile, che avrei dovuto affrontare un mondo sconosciuto. Mi feci forza. I miei genitori appoggiarono questa volta la mia decisione. Nel passato avevano provato spesso a scoraggiarmi dicendo che ero una femmina, una donna sposata, una mamma e che era una pazzia l'idea di lasciare tutto quello che avevo creato e andare per il mondo.

Perché in Italia? Perché non volevo lasciare per sempre il mio paese, la mia famiglia, le mie colline dove correvo da bambina, i miei fiumicelli dove imparai a nuotare, il ronzio delle cicale nei pomeriggi caldi dell'estate e la mia città nativa Tirana e le altre dove mi ero trovata a vivere seguendo il lavoro di papà che era un ufficiale in carriera. L'Italia era un paese vicino, non mi avrebbe fatto sentire troppo lontana. Non era difficile da lì ritornare al mio paese quando ne avrei sentito il bisogno.

Arrivai in Italia nell'ottobre del 1992 insieme a mio figlio Blert che allora aveva 8 anni. Andai da mia sorella che in quel periodo viveva in un paese tra le montagne di Torino. Avevo sperato di appoggiarmi all'inizio a lei ma subito capii che avevo fatto un errore. Pochi giorni dopo il mio arrivo sentii mia sorella, allora incinta, litigare con suo marito e capii che la causa del litigio ero io. Preparai immediatamente le valigie e decisi subito di andarmene. Mia sorella piangendo mi supplicò di restare. Ma avevo già deciso.

Presi il treno. Per dove? Avevo il numero di telefono di una amica che abitava a Venezia. Viaggiai di notte e arrivai al mattino presto. Era freddo, umido, pioveva. Girai per le stradine di Venezia per trovare un panificio, o un negozio di alimentari per prendere qualcosa per fare colazione. Niente, non trovai niente. Gironzolai ore e ore tra vicoli e ponticelli e vidi solo negozi di articoli per turisti, bigiotterie, e hotel che si chiamavano diversamente (Albergo… cos'era albergo?). Un incubo. Mio figlio era stanco, affamato, e l'avevo già perso due volte tra gli angoli dove finiva una strada e cominciava un canale. Poi trovai per caso un ufficio postale, entrai e telefonai più volte al numero che avevo. Sentii delle grida. Dalla paura mi si gelò il sangue. Un bambino nel canale. Di chi è? Corsi. Era mio figlio. Eravamo entrati nell'ufficio postale da una porta e ce n'era un'altra in fondo che si affacciava sul canale. E chi lo sapeva!!! Lui aveva visto le scale che scendevano nel canale e si era messo seduto lì ad aspettarmi. Vidi mio figlio con i carabinieri. Era la seconda volta in un'ora che me lo portavano. Blert mi abbracciò, loro mi chiesero i documenti e dovetti seguirli in gendarmeria. Salimmo su uno scafo. Mentre loro controllavano i documenti Blert giocava e disegnava con i pennarelli colorati che gli avevano regalato. Gli avevano dato anche da mangiare. Ma non voglio entrare nei particolari. Ci accompagnarono sulla terra ferma e io e Blert trovammo un albergo dove fermammo una camera per una settimana.

Non sapevo granché l'italiano ma trovai gli uffici della USL e feci vedere la mia documentazione originale tradotta in italiano. All'inizio sembravano interessati ma quando dissi che ero infermiera ma che mi potevano prendere al lavoro anche per le pulizie cambiarono atteggiamento e mi accompagnarono fuori parlandomi senza fine con parole per me in gran parte sconosciute. In Albania nella nostra organizzazione ospedaliera c'era un ufficio assunzioni per tutte le figure professionali, per i medici, gli infermieri, gli operatori socio-sanitari ma anche per coloro che facevano servizi di pulizia. Avevo immaginato che qualcosa di simile esistesse anche lì.

Stava finendo la settimana e non avevo trovato nessuna soluzione, nessun lavoro. Decisi allora di chiamare mia cognata (sorella di mio marito) che abitava in un paese dell'Emilia-Romagna. Non volevo appoggiarmi a lei perché intendevo separarmi da mio marito ma allora non vidi altre possibilità per uscire dalla situazione in cui mi trovavo. Mia cognata non se la passava tanto bene. Dopo essersi laureata era andata via dall'Albania con un uomo da cui poi aveva avuto un figlio e con il quale non aveva un buon rapporto. Non lavorava, abitava in una casa della parrocchia ed era aiutata da un gruppo di donne benestanti legate alle attività organizzate dal prete del paese. Mi disse che potevo andare. Presi subito il treno con Blert in una mano e la valigia in un'altra.

Mi trovai a vivere per un mese o forse più con alcune persone che non avrei mai voluto conoscere, in una situazione spesso a dir poco tesa. Non scendo nei particolari. Non c'era rispetto, il maschilismo presente negli uomini che frequentavano la casa creava un clima irrespirabile, soprattutto per Blert che tentava di sfuggire da questa situazione cercando di rendersi come invisibile. E per questi comportamenti veniva spesso rimproverato. La situazione stava precipitando.

Decisi così di far tornare Blert in Albania. Meglio vicino ai suoi nonni che vicino a me nella condizione in cui mi trovavo. Blert partì con dei ragazzi che mi assicurarono di non aver paura, che si sarebbero comportatati con lui come con un loro fratello. Credetti a quel che mi dissero. Non potevo fare altro, li conoscevo da poco ma li trovavo bravi e sinceri. Mi fidai. Quando ci salutammo sentì un forte malessere dentro, come se mi avessero strappato un braccio.

La vita da mia cognata prosegui per qualche altro giorno. Poi scappai via, nel vero senso della parola. Venni a Cattolica, andai ad abitare nella casa di una delle donne conosciute durante quel periodo difficile. Dopo qualche mese trovai in affitto un appartamento. Era umido ma ora vivevo in uno spazio tutto mio. Ero felice, stavo iniziando a trovare la mia indipendenza. Mi diedi da fare per avere il permesso di soggiorno. Lavorai assistendo persone anziane, come baby sitter, come cameriera in alcuni alberghi, o come donna delle pulizie in alcune case.

Appena ottenuto il permesso di soggiorno e assestata un poco la mia situazione lavorativa tornai in Albania per prendere i miei figli Blert e Orest. Orest non lo vedevo da 18 mesi. Quando l'avevo lasciato aveva 4 anni e mezzo, ora ne aveva 6. Quando mi vide mi abbracciò con gambe e braccia e la testa nascosta nel mio petto e rimase così per tutta la sera. Mi liberai solo quando si addormentò. Blert era felice e i miei genitori rilassati. Avevano trascorso un altro periodo difficile della loro vita. Anni di miseria, di disordini sociali, spari e di tutto di più con la grande responsabilità anche per la vita dei loro nipoti. Io mandavo loro tutti i risparmi che riuscivo a fare, pacchi di vestiti e anche cose da mangiare. Ci aiutavamo così!

Tornai quindi con i miei figli. Poi venne anche mio marito. E si aggiunsero altri problemi. Sua sorella mi aveva dato ospitalità e una delle donne benestanti che l'aveva aiutata mi aveva trovato un posto dove abitare. Avevo bisogno di regolarizzare la mia situazione, ma non nel modo in cui mi veniva proposto, meglio imposto, da alcune di queste sue amiche. Fecero domanda di regolarizzazione per mio marito dicendo che poi lui avendo il permesso di soggiorno poteva chiedere il ricongiungimento. Il problema era che già prima di partire dall'Albania io avevo deciso di divorziare da lui. Per loro era probabilmente intollerabile l'idea che una donna potesse vivere sola con due bambini, senza un uomo. Mi sentivo come un topo in trappola ma non potevo fare niente, ero clandestina e, anche se avevo ripagato il loro interessamento con la mia disponibilità e con vari servizi per un anno e mezzo, ero in una posizione di debolezza e dovevo anche ringraziarle per quello che avevano fatto. Così dal ministero degli affari esteri mi arrivò nei primi giorni di gennaio del 1995 il ricongiungimento familiare richiesto da mio marito. Fui costretta ad uscire dall'Italia in modo clandestino per rientrare da regolare e con i miei figli a meta gennaio.

Oltre a questi problemi in quel periodo si aggiunsero anche quelli di una mia sorella che viveva in Albania ed era gravemente malata. Lì non poteva curarsi. Mi supplicò di aiutarla. Minacciò cose folli. Mi disperai. Chiesi aiuto ad una signora anziana maestra in pensione a cui facevo compagnia di notte. La pregai di far qualcosa per far entrare mia sorella in Italia come colf. Nel momento in cui io partii per l'Albania lei partì per l'Italia. Mio marito non fece nulla per accoglierla, non preparò da mangiare, non accese neppure il riscaldamento (era gennaio, era molto freddo). Quando tornai dall'Albania la trovai in uno stato pietoso, con macchie in tutto il corpo, naso orecchie e piedi congelati, incapace di comporre frasi. La rottura con mio marito fu immediata. Cambiai serratura. Lui cercò di buttare giù la porta e poi andò a piangere dalle signore che l'avevano fatto venire in Italia. Io non tornai indietro dalla decisione presa. Dovevo ora ricominciare come da capo con mia sorella accanto. Dovevamo darci da fare per trovare urgentemente un lavoro e la fortuna ci aiutò. Assistemmo una donna in ospedale per dieci giorni 24 ore su 24, dodici ore io e dodici ore mia sorella e pian piano ricominciammo a vivere.

La mia prima richiesta al ministero per avere l'equipollenza del titolo professionale di infermiera si scontrò con le leggi allora vigenti. Ho conservato la risposta che mi arrivò il 15 ottobre 1996. "Le attuali leggi dello Stato Italiano – è scritto – non consentono il riconoscimento legale dei titoli conseguiti dai cittadini extracomunitari nei loro paesi di origine sempre che non rientrino tra i beneficiari della legge 28/2/1990 n°39 concernente la regolarizzazione dei cittadini extracomunitari." Di questa normativa avevano usufruito i cittadini extracomunitari che avevano chiesto l'equipollenza entro il 31/12/ 1989. Non ero tra questi.

Così continuai a lavorare come cameriera dei piani negli alberghi, assistendo persone malate a casa o in ospedale, facendo la baby sitter, la colf e anche la barista.

Durante questo periodo mia sorella, sempre malata, decise di ricoverarsi in ospedale constatato che le cure a domicilio non facevano alcun effetto. Nel frattempo suo marito rientrò in Italia dalla Svizzera e la sua salute migliorò in modo molto evidente.

I bimbi seguirono la scuola a tempo pieno aiutati anche dalle maestre di sostegno e superano l'anno scolastico. Il giorno 8/12/1995 ottenni il divorzio da mio marito. Con la mediazione di una assistente sociale cercammo di definire il suo rapporto con i bambini, i suoi diritti (il diritto di vederli e di stare con loro) ma anche alcuni suoi doveri (un suo contributo al loro mantenimento). Nel giro di poco tempo sparì e finì di infastidirmi.

Forse nel 2001, non ricordo bene, venni a sapere che era uscita una legge che consentiva l'equipollenza del diploma di infermiere agli extracomunitari. Andai a chiedere dappertutto quale documentazione occorreva. Non volevo perdere questa occasione. Ma nessuno sapeva bene cosa fare. Preparai la documentazione come meglio credevo e la spedii. Mi arrivò una risposta negativa per insufficienza di trasparenza della documentazione inviata: il programma scolastico non era dettagliato come doveva essere. Provai a parlare per telefono con il ministero della salute. A chi mi rispose dissi che avevo 18 anni di lavoro come infermiere in Albania, che avevo fatto un lunghissimo tirocinio durante la scuola e che in Albania il tirocinio veniva retribuito. L'impiegato mi disse che a lui non risultava (avevo in effetti mandato un semplice orario scolastico delle ore di teoria non sapendo che il tirocinio veniva ritenuto così importante) e mi consigliò di iscrivermi nei corsi OSS. Mi disse che i corsi li organizzavano le regioni e in essi erano riservati posti anche agli extracomunitari nella mia posizione. La riposta negativa mi rattristò molto. Segui comunque il consiglio datomi e chiamai in regione e successivamente mandai la documentazione con la richiesta di essere inserita nei corsi OSS. Fu accettata. Ma qualcos'altro rimise tutto in gioco.

Una notte il mio secondo marito (mi sono risposata nel 2001) leggendo il Resto del Carlino vide un annuncio di un ufficio di Modena che aiutava gli infermieri extracomunitari nella preparazione della documentazione. Presi subito il numero telefonico e mi feci dare un appuntamento. Andai, feci vedere la mia documentazione, mi spiegarono bene come doveva essere presentata al ministero. Ritornai in Albania, andai negli archivi, ai ministeri, da un traduttore, da un notaio e infine all'Ambasciata Italiana. Tornai con tutto quello che avevo raccolto a Modena e loro spedirono il tutto al ministero della salute. Il 10 marzo 2004 mi viene riconosciuto il titolo di infermiere in Italia.

Quando lessi la risposta positiva mi misi a ballare come gli indiani attorno al fuoco, con lacrime di gioia, risate, abbracci. Ce l'avevo fatta. Avevo lavorato in nero e nella insicurezza per tanti anni, ora potevo fare la mia professione liberamente. Potevo cercare un lavoro che mi piaceva, potevo fare i concorsi pubblici, partecipare ai corsi di aggiornamento. Ero uguale a tutti gli altri infermieri, con gli stessi diritti e gli stessi doveri. E poi potevo portare a casa lo stipendio tutti i mesi senza la paura costante di prima di cosa poteva nascondere il domani. Erano trascorsi 12 anni da quando ero partita la prima volta dall'Albania. Erano stati anni difficili, faticosi, ma l'attesa e la speranza avevano dato ora i suoi frutti.

Qualcos'altro di me e del mio lavoro

Nasco il 30 gennaio 1959 a Tirana (Albania). Mamma è maestra alle scuole elementari e papà ufficiale in carriera. Sono la terza figlia femmina. Nel 1963 nasce un'altra bambina e solo nel 1971 il maschio molto desiderato dai genitori ma anche accolto con entusiasmo da noi sorelle. Più la famiglia cresce, più si sente il peso delle difficoltà economiche. Poco dopo la nascita di mio fratello dobbiamo spostarci ancora una volta per seguire il trasferimento di papà e la situazione peggiora ancora. Mamma non ha subito il posto di lavoro e svolge poi il ruolo di maestra di sostegno per diversi mesi.

Terminate le medie, senza il mio consenso, mamma mi iscrive alla scuola per infermieri. L'infermiera era per me un mestiere sconosciuto, gli ammalati… extraterrestri. Non riuscivo ad immaginare cosa avrei potuto fare per loro. Avevo quattordici anni quando ho cominciato la scuola che durava due anni. Nel primo la teoria ci occupava dalle 13.00 alle 20.00 e ogni giovedì avevamo un tirocinio di 6 ore; nel secondo anno già avevo iniziato a lavorare, come socio infermiere, sui tre turni, nell'ospedale universitario "Madre Teresa" di Tirana. Svolgevo così il tirocinio secondo il programma della scuola. Ho ottenuto il primo diploma di infermiera all'età di 16 anni e mezzo.

La scuola era molto impegnativa, le materie avevano un programma ampio, il tirocinio era quasi un vero e proprio lavoro. Ho cominciato a fare la notte quando non avevo ancora 16 anni. Ricordo ancora la prima. Sono in infermeria di fronte ai bambini legati come cetrioli con la flebo attaccata nelle vene prese dal cuoio capelluto. Sono le 23.00 circa, mi siedo su una piccola seggiola per riposare un poco e mi addormento. Mi lasciano dormire lì e verso le quattro del mattino quando sta arrivando per il controllo il medico di guardia due infermiere di circa 35-40 anni mi svegliano. Il medico arriva, mi guarda e chiede alle infermiere se ho dormito durante la notte. "No! – rispondono loro – E' stanca, è la sua prima notte". Sono tornata a casa, sono andata a letto e ho dormito ancora fino all'ora di pranzo. E così giorno dopo giorno è continuata la mia vita tra scuola e lavoro.

Ho iniziato a lavorare nel reparto pediatrico. Presto ho sentito l'esigenza di voler saper di più per poter fare di più. A settembre mi sono iscritta nella scuola media superiore della durata di 4 anni. Pur lavorando su tre turni ho terminato con una media di 9 su 10. All'età di 20 anni avevo due diplomi e 5 anni di esperienza di lavoro. Avevo imparato ad amare il mio lavoro, amavo i miei pazienti bambini e loro ricambiavano il mio affetto. Studiavo nei corsi, studiavo da sola, studiavo le malattie che mi trovavo di fronte, mi davo con tutta me stessa ai miei piccoli pazienti ma… nel mio comportamento c'era qualcosa che non andava. Mi sono interrogata tanto su che cosa era sbagliato in me. Solo ora che ho 48 anni credo di saperlo.

I miei colleghi non capivano il mio comportamento. I momenti liberi che avevo li passavo con i piccoli pazienti, giocando, raccontando storie, oppure studiando. Le mie colleghe invece quando potevano si fermavano a chiacchierare, a fumare, a prendere il caffè, o a leggerne il fondo. Ora so che non c'è niente di male nel loro comportamento. E' normale che in un momento di calma uno si fermi qualche minuto a prendere un caffè. Ma a me non piaceva il caffè, non fumavo e non volevo imparare, e poi… non sapevo chiacchierare, sparlare degli altri. Mi sentivo diversa. Mi piaceva leggere, ero silenziosa, mi piaceva ascoltare e mi perdevo nelle storie fantastiche che loro raccontavano. Certo ridevo con loro delle battute che facevano ma non sapevo fare altrettanto. Mi piaceva eseguire molto bene il mio lavoro, ho sempre cercato di farlo al meglio. Ogni momento che avevo lo dedicavo ad esso. Nell'ospedale pediatrico c'erano le camere dei lattanti con 8 lettini ognuna, con una media da 40 – 60 posti letto per ogni reparto. Nel turno di lavoro ti dovevi prendere cura di loro completamente, compiere le cure igieniche, la terapia, nutrirli… Io non uscivo quasi mai dalla camera, li prendevo delicatamente e accarezzandoli gli facevo il bagnetto, li avvolgevo negli asciugamani, li vestivo il meglio possibile. Avevamo panni cuciti dalla sartoria dell'ospedale, erano di flanella non più morbida e non stirata. Non c'erano allora i pannolini monouso. Si usavano fasce fatte anche quelle di flanella bianca. I genitori non erano ammessi in ospedale. Il centro ospedaliero era diviso dalla città nella parte posteriore da un alto muro. Presso la porta dell'ospedale c'era un portiere che faceva entrare solo gli addetti ai lavori. Nel muro c'erano delle finestre dove i genitori dalle 13.00 alle 13.30 dei giorni lavorativi comunicavano con i medici e chiedevano notizie sull'andamento della salute dei loro figli. I bambini erano totalmente nelle nostre mani. Il primo giorno del ricovero piangevano senza trovare pace, piangevano anche di notte. Il secondo giorno erano sfiniti ma non mangiavano. Il terzo giorno si arrendevano per la stanchezza e la fame. Anche ora mi sento male ricordando quel periodo. C'era troppo lavoro, troppo da correre. Si doveva pulire anche il pavimento, le finestre, si doveva spolverare, lavare e stirare i centrini che coprivano i loro bicchieri, tenere sempre disinfettate con lisoform le coprimaniglie delle porte… Dovevi poi essere pronta alle 9.00 del mattino per la visita medica e qualsiasi cosa nella camera doveva essere rigorosamente nel suo posto, pulita, con i letti rifatti senza una piega.

In questa condizione diverse mie colleghe lavoravano come se fossero state in una fabbrica, prendevano i bambini come se prendessero delle cose, li sbattevano sul tavolo, li spogliavano con una velocità straordinaria senza sentire i loro pianti di paura e in due minuti, forse anche meno, avevano fatto tutto. Con molto più amore, si fa per dire, rifacevano i lettini. Erano proprio costoro che venivano poi valorizzate dalla caposala e dal primario. "Venite a vedere la camera di A. – diceva la caposala –, così devono essere tutte, prendete esempio!" Bambini legati forte come cetrioli stavano fermi sotto la coperta, non c'era pericolo che le facessero qualche piega. Non li tiravano fuori da lì neppure quando dovevano nutrirli. E intanto io ero sempre indaffarata a prenderli in braccio per dare loro da mangiare in una posizione corretta anche dal punto di vista fisiologico, per fargli fare un ruttino e cambiare le fasce, e il medico infastidito perché voleva finire la visita più presto possibile. "Sei lenta – mi dicevano le mie colleghe – si vede che sei cresciuta in una famiglia intellettuale". Non avevano gli occhi per vedere la tranquillità e la serenità del bambino che giocava sopra le coperte stropicciate dei lettini e la gioia che dimostravano allungando le mani quando mi avvicinavo a loro. Potessero averli almeno ora quegli occhi!!! Ho lavorato in pediatria per 18 anni, nei diversi reparti: neonatologia, pneumologia, allergologia, otorino, neurologia, ematologia, pronto soccorso pediatrico. Ad ogni reparto si associano tanti ricordi. In ogni angolo dell'ospedale in cui c'era bisogno di una mano io andavo. Accettavo di cambiare perché ogni reparto era un'altra isola da scoprire. Avrei tante storie da raccontare… Non credo di sbagliarmi se dico che i bambini di cui mi prendevo cura mi volevano bene. Si lasciavano fare tutto da me, anche se a volte avevano tanta paura. Per 18 anni ho visto nei loro occhi tanta speranza, tanto amore, tanta paura e sofferenza. Il mio cuore si è talmente riempito di loro che mi sono detta più volte che non vorrò più lavorare in pediatria.

Non penso che da allora ad oggi il mio comportamento verso il prossimo, il paziente, bambino o adulto, sia cambiato molto. Quando sono addetta alla terapia, spiego ai pazienti come devono essere prese le medicine e rispondo sempre alle loro domande riguardo ai farmaci o agli esami a cui devono andare incontro e intanto proseguo con la terapia e se mi viene qualche richiesta – ad esempio: "Mi avvicina per favore quella bottiglia d'acqua?", "Mi dà una mano per alzarmi?", "Mi porta per favore il pappagallo?", ecc. – cerco di soddisfarla. E ancora qualcuno mi fa notare che sono lenta, mentre io potrei dire di loro che sono troppo affrettati.

Il primo impiego all'Ospedale Cervesi di Cattolica l'ho avuto, tramite una cooperativa, nel maggio 2002. Il mio terzo figlio Riccardo aveva allora 9 mesi. Non lavoravo dal settembre 2000. Avevo fatto la stagione in un albergo a tre stelle a Cattolica e appena terminato il rapporto di lavoro scopro di essere incinta. Vado al sindacato per chiedere se avevo qualche diritto allo stipendio durante la gravidanza e mi dicono di no. Non ho avuto quindi risorse economiche mie durante la gravidanza e neppure il premio di 2.000 euro che allora veniva dato perché non avevo la cittadinanza italiana. Quando ho iniziato a lavorare come infermiera il mio conto in banca era azzerato. Era da un po' di tempo che cercavo un lavoro e avevo fatto un contratto con un albergo di Gabicce per lavorare in estate come cameriera ai piani ma avevo il pensiero del bambino, l'orario era troppo lungo. I documenti per il riconoscimento del titolo erano andati al Ministero ma la risposta non arrivava. Una mattina porto mio figlio al nido e con la bicicletta arrivo all'ospedale. Cerco di parlare con l'ufficio assunzioni. Mi fanno entrare. C'è il capufficio. Mostro la documentazione mandata al Ministero e lei mi dice che non può assumermi perché non ho ancora la risposta del Ministero. Mi segnala che posso trovare un lavoro, in attesa che arrivi la documentazione, presso una cooperativa. Inizio lì, le prime due settimane affiancata a una infermiera, a provare a riprendere il lavoro. Erano anni e anni che non facevo più la mia professione in senso vero e proprio. Ero molto ansiosa, temevo anche di essere respinta, forse anche perché ero straniera, ma andò tutto bene, seppur per poco tempo. Il riconoscimento non arrivava e ho dovuto quindi lasciar perdere. Nel frattempo ho iniziato il corso OSS e mentre lo frequentavo finalmente il 10 marzo 2004 giunge il riconoscimento del Ministero. Subito mi reco a Modena a prendere la documentazione e seguo le istruzioni che mi danno. Vado al collegio infermieri di Pesaro per fare l'iscrizione all'albo. Mi dicono che devo superare due esami: uno di lingua italiana, prova scritta e prova orale; l'altro sulla Legislazione Sanitaria e sul Codice Deontologico degli infermieri. Superati questi esami, registrata al collegio, torno negli uffici della AUSL di Rimini. Questa volta ho finalmente le carte in regola. E vengo assunta. Esprimo il desiderio di lavorare nel primo-intervento ed è lì che inizio. In un primo-intervento ognuno svolge la propria attività in collaborazione con altre figure professionali, medici, operatori socio-sanitari, di cooperative di servizi. Il rapporto con i pazienti è costante, non si è ossessionati, come in altri luoghi, da una attività eccessiva di compilazione di carte, di documentazione. Mi sono trovata bene lì con i colleghi, anche se, come immagino in molti luoghi, c'erano anche alcuni problemi da gestire. Un'altra mia caratteristica personale – oltre a quella, di cui ho già parlato, di avere un certo ritmo di lavoro che gli altri vivono a volte come lento (la mia lentezza, nella misura in cui c'è, ha come altra faccia il mio distribuire l'attività di cura con costanza durante tutto il turno di lavoro e una attenzione continua al rapporto con le persone) – è quella di non tollerare comportamenti che sento come autoritari, arroganti. E' un'altra costante questa nella mia vita professionale. A volte questa mia intolleranza mi ha creato alcuni problemi. Non più di tanto in questa situazione particolare comunque.

L'anno 2006 l'ho trascorso lavorando in un reparto di cardiologia di Pesaro (in una unità operativa di emergenza urgenza) perché avevo fatto un concorso per l'assunzione a tempo indeterminato e l'avevo superato. E' stata una bella esperienza quella e ho trovato lì nuovi amici. Sono tornata a lavorare per l'AUSL di Rimini, al Cervesi di Cattolica, nel novembre 2006 perché avevo fatto anche qui un concorso e l'avevo superato. Davvero, come si dice, "gli esami non finiscono mai". Si è sempre alla prova. O almeno, se non vale per tutti, questo vale per me. C'è sempre da apprendere a tutte le età, anche se poi più apprendi e più ti sembra di non sapere…

E ora? Sono in attesa di poter ritornare al primo-intervento per cui ho fatto un concorso interno. Ho 48 anni, e anche se ho svolto tantissimi lavori sono infermiera dalla mia adolescenza. Anche se forse non sembra sono rimasta timida e vulnerabile. A volte mi accorgo che basta anche una piccola trascuratezza nel mio comportamento per farmi sentire nei guai. Forse l'essere e sentirmi straniera mi gioca ancora dei brutti tiri. Alcune volte penso che noi stranieri siamo sempre sotto osservazione e sotto esame, sotto pressione, che dobbiamo sempre dimostrare più di altri di essere capaci, disponibili. A volte non capisco bene dove inizia la mia timidezza e vulnerabilità e dove invece un certo razzismo, anche inconsapevole, degli altri. Comunque sia sono contenta ora di poter continuare a svolgere il mio lavoro con tutti i diritti e i doveri che hanno i miei colleghi e di aver avuto questa opportunità di poter raccontare qualcosa della mia esperienza di vita e professionale. E ringrazio chi mi ha aiutato a farlo.

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