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Ciao Beppe, grazie - Caterina Staccioli

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Ciao Beppe, grazie (Tratto da "STORIE ristrette") – Caterina Staccioli 

La storia racconta una pagina di vita di uno dei detenuti passati alla SEATT Sezione Attenuata Trattamento Tossicodipendenti. Questa struttura, che oggi ha cambiato caratteristiche e nome, era una piccola comunità all 'interno del carcere di Rimini studiata per i detenuti tossicodipendenti che chiedevano di iniziare un percorso comunitario. Molto diversa dalle normali sezioni interne era strutturata e organizzata proprio come una comunità terapeutica. All' interno operatori dellAusl di Rimini lavoravano insieme a 10 agenti scelti e formati per questa struttura. Beppe era uno dei ragazzi che aveva chiesto di fare il percorso. In carcere da diversi mesi era in cura presso il servizio psichiatrico del suo paese ma al passaggio alla SEATT smise tutti i farmaci e si comportò in maniera equilibrata per tutto il periodo: otto mesi circa fino al giorno della sua breve fuga. Al suo rientro in carcere dovette riprendere i farmaci che gli erano stati prescritti e fu inserito in una struttura psichiatrica sul territorio di provenienza idonea alla sua problematica. La storia inizia proprio dalla visita presso questa nuova struttura dove Giuseppe viveva da alcune settimane con una terapia piuttosto importante e sempre con un disperato bisogno di famiglia.

Chi mi viene ad aprire è un ragazzo non tanto giovane, uno di quelli che a scuola chiamano sgobboni.

Minuto, gli occhiali tondi sul naso un po' scesi, mi guarda e senza neppure chiedere chi sono, fa un cenno col capo (un sì al contrario, dal basso all'alto), e sempre con movimenti della testa, mi indica di seguirlo lungo il corridoio dell'edificio.

Sono le 20 e 30 e, a quest'ora, gli ospiti della CT (Comunità Terapeutica) cenano di là nell'altro edificio.

-Lei è la dott. vero? - dice. - L'aspettavamo -.

Lo seguo oltre l'ingresso. Percorriamo un lungo corridoio, buio, il ragazzo apre un portone sulla destra.

L'odore di muffa è avvolgente, grigio come grigie sono le pareti, come la luce che filtra dalle persiane socchiuse. Mi fa accomodare. E' un grande salone di una vecchia scuola media ora adibita a Comunità.

La luce è bassa ho freddo e il salotto è davvero squallido. Mestre non mi è mai piaciuta, adesso mi pare davvero che non mi potrà mai piacere.

Il giovane chiude la porta dietro le mie spalle educatamente, sussurra qualche cosa per me indecifrabile lasciandomi nel più tenebroso silenzio. Cerco di rubare qualche rumore… ma tutto è cosi anonimo. Mi prende un leggero nodo alla gola, si moltiplicano i pensieri… che faccio qui? perché, dalla cucina non arriva nessun odore di mangiare… e nessun rumore di stoviglie…?

Certo ne ho fatta di strada per ritrovare Giuseppe, un ragazzo di comunità, un semplicione di quelli buoni, e terribilmente grande. Un corpaccione un po' goffo come le sue battute, sempre in ritardo sempre un po' scontate…. Era stato circa sei mesi in ct, non che avesse fatto chissà quale miglioramento ma il suo carattere bontempone l'avevano trasformato nell'orso buono del gruppo. Una sorta di mascotte. Di grande mascotte. Di colpo si apre la porta.

–Scusi ….Se la sente …da sola? Intendevo il Brossetti lo vuole vedere da sola o deve restare qualcuno? -.

-No grazie, lo conosco, non si preoccupi….- rispondo.

Pochi minuti dopo dal portone entra un'altra visita …

-Collega buonasera ….Scusami ma sono di fretta, scusami ancora …Credi sia opportuno che tu stia qui da sola col Brossetti? Ti mando un operatore. Lo faccio stare sulla poltrona? -.

Ripeto: –Lo conosco, grazie … -.

Sorride contrariato… scuote la testa, - Bè, come vuoi. Ci sentiremo telefonicamente e… piacere di vederti… scusa vado di fretta! -.

Per la prima volta lo vedo, in altre parole siamo ormai al nostro quarto incontro, ma non lo avevo mai visto cosi … minuto piccolo impacciato, si …intendo lo psichiatra . I suoi tratti infantili risaltano su un impeccabile loden verde. Non ha camice, né cartellino e devo dire che non mi pare neppure lo stesso di quando lo avevo incontrato, alcuni mesi fa a Rimini. E' persino più basso di me, non me ne ero mai accorta.

Poveretto, tutta questa preoccupazione e fretta mi irrita!

Ma sorrido. –Tranquillo, grazie… ma io Giuseppe lo conosco piuttosto bene -.

Un gesto educato col capo e mi saluta.

Passano 10 minuti… 15… lunghissimi. Il silenzio amplifica i pensieri, mi sembra di sentire distintamente il battito del mio cuore.

Ancora silenzio. Poi un rumore lontano: sono ciabatte che strisciano sul pavimento..sciaf sciaf, sono sempre più vicine… sciaf sciaf.

Un leggero bussare… poi compare alla porta … è tutto rosso in viso grande come sempre anzi forse di più adesso, mi sembra …sarà due metri, ha il viso commosso…

-Sei venuta….!-, fa un lungo respiro… come se dovesse riempire metri cubi di polmoni .

Ha la lingua impastata, gli occhi spalancati un poco persi nel vuoto… i capelli incorniciano il viso, un viso sproporzionato, un faccione piantato su un armadio di due metri con un'indole infantile ferma alla sua prima delusione in seconda elementare, la prima bocciatura e lei invece che andava in terza.

Si siede a fatica, traballa, non vede bene le distanze, sistema le mani tra le ginocchia si dondola un po' per prendere una posizione corretta.

-Scusa – dice – ma qui mi danno la terapia -.

Sorride, poi il suo sguardo si perde nel vuoto…si perde, poi si spegne…respira mi guarda ma nei suoi occhi, io non ci sono più….

- Giuseppe - sussurro con un filo di voce.

…immobile…

- Giuseppe - lo sfioro…

Giuseppe che ti succede ? sei la stessa persona incontrata in CT con tutte quelle tue battute e gli strafalcioni, il tuo mangiarti le parole, e la voglia di essere bravo?.

A noi operatrici ci faceva sempre sentire delle piccole maestrine. A volte, a fatica ho trattenuto una carezza un abbraccio,

In otto mesi era riuscito a crearsi uno spazio, un suo ruolo. Era strano Giuseppe ma non tanto. Fantasioso, un po' sognatore. Non raccontava molto di sé. 28 anni, le scuole interrotte. Poi le sostanze, poi? Ma …non aveva piacere.

-Dai basta non parliamone più di quella cosa -. E i tratti del suo viso si irrigidivano, la bocca tirava un po' sul lato chiudeva gli occhi e non c'era modo di continuare.

Lo sapevano tutti che lui era "il mostro di San Donà" ma tutti facevano finta, o meglio non era quel Giuseppe lì, dicevano.

E piano piano passati i primi mesi, anche lui aveva iniziato a sciogliersi, a darsi da fare nella cucina. In riunione si era detto disponibile a lavare i piatti, sempre …aveva aggiunto.

-No guarda che i turni durano una settimana – gli altri avevano riso.

-E io voglio lavarli sempre! -.

Non c'era stato mezzo di fargli cambiare idea. Del resto, che dire, si trattava di carcere, si perché la comunità era dentro il carcere e in carcere si sa il tempo è un concetto strano.

Neanche in quella sezione chiamata Seatt, una comunità dentro il carcere, nata per tossicodipendenti detenuti che volevano cimentarsi in un percorso terapeutico. E, come tutte le comunità, quelle vere, aveva gli orari di sveglia, i lavori suddivisi tra i detenuti, i gruppi… niente di diverso da una comunità se non che per quel portone che dava sul giardino del carcere e se alzavi lo sguardo oltre il prato, dopo il viottolo proprio là in fondo c'era la cinta muraria! Sopra, la sentinella… la garritta … proprio un carcere!

-Ma che carcere! Un albergo a 4 stelle -, diceva (in veneto) Giuseppe.

-Qui ci manca solo la piscina! Chi vuole andare via? Se vengono quelli del "coraggio di vivere" glielo dico, eh?-

Già lì c'era Vitaliano, che solo lui gli poteva dire le cose perché era un vero amico e poi Salvatore che faceva il bambino e Antonio così preciso!

Ma il più preciso di tutti, se voleva, era lui e lo aveva dimostrato, quando alla Seatt erano tutti impazziti a lucidare anche le maniglie delle porte perché al suo turno di responsabilità aveva dichiarato guerra allo sporco! Le gocce dietro al bidè sono sincera non le aveva mai notate nessuno solo lui!

Certo, era difficile da trattare quando si impuntava, e diventava difficile tenerlo alla giusta distanza … lui era sempre lì sempre a dirti che c'era, a cercare di farsi notare, lì dove c'era qualcuno anche lui c'era! sempre!

Riapre gli occhi…sorride, piano piano lo sento ritornare… gli occhi riprendono lo sguardo e adesso mi guarda …

-Giuseppe… -, sussurro.

Dondola. –Si, ci sto bene qui! -.

Dondola e respira.

-È come una famiglia anche se… io dico qui è come una famiglia… come.. -.

Chiuso.

Riabbassa gli occhi, la bocca socchiusa, la lingua si fa pesante.

Lo guardo e mi sembra sia tutt'uno con la poltrona. Un pezzo di stoffa… una coperta…

Ecco si riprende. –E Vito? Come va Vitaliano? e gli altri lo sanno di me? vanno bene li alla Seatt?

Chiuso-

Ancora si perde nel vuoto a rintracciare ricordi, pensieri.

Chissà dov'è adesso, mi sento un nodo alla gola….

Riprende.

-Non so se sto qui per tutto il percorso, forse io scappo. Ti arrabbi con me? Io c'ho già provato …a scappare -.

Un'altra volta collocato in un posto che sembra una famiglia e che non è una famiglia.

-Qui mi vogliono bene, ci sono le ragazze, una è carina sai… Io voglio andare a casa -.

Si accende e si spegne proprio come una abajour.

Gli occhi da lucidi divengono opachi e sottolineano le assenze, l'andarsene dalla conversazione.

Poi d'improvviso riprende vita, sorride sembra tornare ad abitare il suo corpo e si stacca dalla poltrona grigia è tutto rosso in volto controlla il respiro allarga gli occhi

-Mi dai una carezza? Io sono stato cattivo e adesso devo prendere la terapia -.

Credo che qualche cosa dentro mi si spezzi!

Per un attimo odio amore tenerezza rabbia impotenza cadono in una voragine interna in un gorgo del mio animo.

Lotto per non ripensarlo come l'ho conosciuto. Fiducioso attento così preoccupato di essere buono. 

"Ce la farò", si ripeteva, credevo fosse una sfida che faceva con se stesso.

Lo accarezzo sul viso. E' raggiante, sembra persino rasserenato poi si alza di scatto.

Mi accorgo di un rumore di passi dal piano di sopra poi alle scale, che scende, Giuseppe mi guarda ha il viso spaventato e d'incanto compare proprio all'angolo degli occhi un luccichio, una lacrima.

Poi chiude.

- Giuseppe è scappato……

Le urla degli altri detenuti, il panico… dottoressssa…

Impietrita nel bel mezzo di una riunione, non batto ciglio, tanto gli ospiti sono tutti stranieri: Si trattava di un mega incontro di rappresentanza. Ben 30 Direttori di Carceri, varie nazionalità, nessuno italiano a visitare la struttura Seatt. E Giuseppe aveva deciso di evadere (EVADERE, parolone) proprio quel giorno là approfittando del trambusto, della tensione oppure no sentendosi poco guardato, un po' trascurato aveva deciso di prendere la 500 del volontario che lavorava con i detenuti nella serra attigua al carcere.

La serra era una delle attività quotidiane a cui i detenuti erano ammessi a lavorare a piccoli gruppi di 5 all'esterno della cinta muraria. Liberi, con un solo agente in borghese che spesso annoiato nello stare lì a sorvegliare si adoperava a lavoricchiare con loro.

E Giuseppe - non so come - era entrato in quella 500 ed era volato via…

- Si ma dove? -.

-Presto bisogna fare presto, deve tornare, altrimenti scatta l'evasione! -.

Già perché se ritorni non sei considerato evaso!

-Ma dove lo troviamo… -.

Beppe! C'è un tam tam, di voci, telefonate, qualcuno parte in macchina.

Mi alzo educatamente dall'incontro –Scusatemi un minuto -. L'interprete traduce….

-Un inconveniente…..torno subito…-. Traduzione…

Beppe, passano i minuti, nulla…

Tutto torna normale, si torna alla riunione. I Direttori vanno a pranzo, e noi aspettiamo…

Di Beppe non si sa nulla.

Aspettiamo quello che nessuno si sarebbe aspettato dopo 4 ore…

-Dottoressa al telefono -.

-Pronto? Sono Beppe…mi sa che ho fatto una cazzata, sono a Mestre ma voglio tornare a casa … in carcere -.

-Torna subito! - gli urlo per telefono.

-Ma cosa dico, che ne so cosa si deve fare…-.

-Bè tu torna Beppe torna più in fretta che puoi, noi parliamo col Direttore. Ma …torna! -.

Ancora la raccontano alla Seatt. Il Beppe aveva telefonato che voleva tornare.

Torna, Beppe torna …

-Si puoo? -.

La porta si apre ed entra lo sgobbone con gli occhialini.

No che non si può! non si può non si può!

Giuseppe è scomparso dentro al suo sguardo, scalpita batte i piedi, dondolandosi un po'.

Di nuovo la lingua fuori, e quello sguardo.

-Vieni che ti do la terapia! -, dice.

E' la fine, la fine del nostro colloquio.

Vicini percorriamo il corridoio. Un nuovo psichiatra ci viene incontro, dice qualche cosa rivolgendosi a Giuseppe con un ostile "Lei"…. ma io, non credo di voler capire la sua lingua!

Quando il portone si chiude, alle mie spalle e rimango nel buio del viale ripenso alla vita, alle cose, alle persone e mi sembra tutto così infinitamente triste e vuoto.

Giuseppe ha 28 anni, tanti dei quali passati a cercare una famiglia, la sua famiglia, che non c'è stata.

"Possibili lesioni da parto", dicono i familiari.

Come dire che già venire al mondo era stata una fatica, una lesione.

Violenze, allontanamenti, disturbi e un posto sicuro da matto.

Che importa se per tanti mesi è stato anche un altro. Se ha potuto parlare di sé, non solo con il suo disturbo. Se è stato cercato, coccolato amato… proprio in galera.

Un posto tranquillo, un caso psichiatrico grave, uno psicotico violento.

Oggi hanno chiamato.

Qualcuno ha confermato –E' proprio matto, pensate, al terzo giorno di coma si è risvegliato e diceva che voleva andare in galera! -.

Nel tentativo di fuggire si è gettato dal quarto piano. Dal balcone del quarto piano della scuola.

È morto dopo 10 giorni di coma.

Ha detto proprio cosi, quando si è svegliato, per pochi minuti…

-Portatemi in galeraaaa… -.

Noi lo sappiamo…

Sappiamo che se voleva tornare in galera… Beppe, non era matto per niente!

 

A volte a noi "operatori" capita, di vivere storie forti.

Capita di essere il contenitore di emozioni …forti.

Di dover tradurre parole di lingue diverse.

A volte, mi è capitato, che il cuore mi abbia giocato brutti scherzi, perché ho vissuto cose importanti . E oggi ho avuto il bisogno di raccontarle.

Ciao Beppe, grazie.

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