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La discussione del caso clinico / Gilberto Mussoni

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L'autore evidenzia l'importante esperienza di discussione sui casi clinici in una Comunità Terapeutica (i Tigli ) per bambini diagnosticati psicotici e/o con gravi disturbi della personalità in cui ha operato per 7 anni.

Per sette anni ininterrotti (i miei primi veri sette anni di lavoro nell'ambito sociale, il mio imprinting professionale) ho partecipato, mentre operavo in una comunità terapeutica (I Tigli), ad una discussione di casi clinici. Ho sempre ritenuto questa esperienza particolarmente importante nella mia storia professionale, particolarmente formativa.

I Tigli (aperta dall'allora Consorzio Socio-Sanitario Rimini nord nel 1979) era una comunità (semiresidenziale) che ospitava alcuni (non sono mai stati più di dieci) bambini con diagnosi di psicosi e di gravi distorsioni della personalità. La comunità era diretta da uno psichiatra e da una coordinatrice (assistente sociale) di formazione psicoanalitica. Ho lavorato in essa nei suoi primi sette anni di vita. Ogni settimana era prevista una riunione (non era la sola) di due ore di discussione del caso. Oltre allo psichiatra e alla coordinatrice partecipavano ad essa tutti gli educatori (cinque per turno) che coprivano i due turni. Si finiva spesso per parlare di un solo bambino per tutte e due le ore oppure, anche per strani collegamenti, di due o più bambini. La scelta veniva operata il più delle volte su proposta di un operatore (a partire da un problema evidenziato oppure semplicemente da un bisogno-desiderio di parlare di quel bambino particolare) sentito il parere veloce del gruppo, qualche volta su proposta dello psichiatra e della coordinatrice. Non si usciva da questi incontri necessariamente con indicazioni pratiche su come comportarci, un presupposto del lavoro di confronto sul caso era che comprendere più approfonditamente il bambino era già un cambiare in meglio il comportamento nei suoi confronti. Ricordo che gli incontri venivano anche registrati, se si era stati assenti si poteva quindi, volendo, ascoltare il nastro. I bambini permanevano per anni in comunità e quindi periodicamente si tornava a confrontarsi su di loro. Gli incontri venivano coordinati dallo psichiatra e in sua assenza, evento raro, dalla coordinatrice. Lavorando ininterrottamente per sette anni in comunità e considerando la cadenza settimanale con cui si facevano dovrei aver partecipato a circa trecento incontri.

 Con una certa approssimazione immagino che questa esperienza di discussione del caso mi abbia permesso di, o abbia assai contribuito a (non in ordine di importanza):

-          rendere concreta la psicoanalisi che pure studiavo nei libri e che non poche volte mi sembrava astratta, intellettualistica

-          abituarmi ad un confronto serrato-continuo tra teoria e pratica

-          capire-verificare continuamente quanto le diagnosi erano dei gusci vuoti, o dei prismi dalle infinite facce

-          vedere-sentire dietro le diagnosi e i sintomi le persone

-          concepire il lavoro clinico come un dover sempre valutare caso per caso, situazione per situazione, diffidando delle generalizzazioni, delle soluzioni valide per tutti. Detto in altro modo, che operare era sempre saper individualizzare gli interventi

-          verificare quanti modi diversi c'erano spesso nel vedere-sentire una situazione, una persona (ricordo che non era raro verificare come i bambini venivano 
            descritti in maniera diversa dai vari educatori,  dai vari turni di lavoro, da noi e dai genitori)

-          verificare quanto poteva essere fonte di incomprensioni dare per scontate anche le cose più banali e quotidiane

-          capire che conoscere la situazione concreta, la persona concreta, è altrettanto importante che agire, che conoscere è già agire

-          comprendere che conoscere altre persone è una attività infinita di avvicinamenti ed allontanamenti, di incontri e di scontri

-          capire quanto è importante e difficile coordinare (coordinare non è uniformare) gli interventi

-          abituarmi all'ascolto e al confronto continuo con altre persone.

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