loga ausl della romagna
Rimini
Qr Code
URL della pagina
 

Cercasi medici ed infermieri in Norvegia - Nadia Planamente

Inserito in Esperienze e testimonianze - Ultima modifica il:

Valutazione attuale: 5 / 5

Stella attivaStella attivaStella attivaStella attivaStella attiva
 

L'esperienza di una giovane infermiera italiana in un ospedale norvegese.

Ecco come è iniziata la mia avventura in questo meraviglioso paese. Io e mio marito eravamo fermi dopo una lunga pedalata intenti a leggere il quotidiano locale quando il nostro sguardo è caduto contemporaneamente in quelle minuscole righe in seconda pagina: "Cercasi medici ed infermieri in Norvegia, stipulato accordo tra Ministero del Lavoro italiano e norvegese". Sì, l'articolo riportava solo queste poche cose, quindi i due Sherlock Holmes si sono messi subito all'opera.

 

A luglio il colloquio a Roma con i responsabili del progetto e con due Direttori Amministrativi di due ospedali norvegesi che avevano aderito all'iniziativa. Firmai il contratto con l'ospedale di Elverum nella regione dell'Hedmark a 150 Km sopra verso est di Oslo.

Ho frequentato il corso intensivo di norvegese di 3 mesi organizzato dall'Università di Oslo, a Roma, con il superamento di più esami; volevo sottolineare che anche mio marito ha frequentato il corso, era aperto agli infermieri partecipanti al progetto ed ai loro familiari. La non conoscenza della lingua norvegese era l'ostacolo principale all'assunzione in Norvegia delle persone  provenienti da paesi non scandinavi. Il soggiorno a Roma è stato finanziato da noi stessi, il Ministero Norvegese passava una borsa di studio che non era sufficiente a coprire le spese del "vivere fuori casa", ma questo non ha scoraggiato i 12 intrepidi a mollare la cosa.

Due sono state le classi del corso di norvegese ognuna con 5-6 alunni e due insegnanti di cui una madrelingua. Che bei ricordi! Avevamo instaurato un buonissimo rapporto, studiavamo assieme soprattutto con mio marito e Daniele. Quanti esercizi alla lavagna nel tentativo di autocorreggerci…, le desinenze poi erano il mio forte! (casa bianca, la casa bianca, case bianche, le case bianche…). Barbara arrivava a scuola con la Fiat 500 fucsia e Joseph con il vespino giallo, Daniele con il suo zainetto ci parlava del suo piccolo bambino di pochi mesi, e Mario e Maria (sono marito e moglie) con le parole norvegesi simili al tedesco che loro conoscevano?

Eravamo un gruppetto di variegati Paesi, e regioni, con diversissime esperienze lavorative alle spalle.

Le nostre insegnanti: Annalisa che indossava il maglione tipico norvegese (era di Roma), la sua frase tipica era : "Det kommer an på" ("Dipende da……"),  era preparatissima e severa nella giusta maniera, la chiamavo inconsciamente Mariarosa (un personaggio della pubblicità accompagnata dal  gingle famoso ai tempi di Carosello : "Brava , brava Mariarosa ogni cosa sai far tu…..") forse perché faceva, sapeva tutto lei? (non è una battuta offensiva, era veramente preparata e cercava con tantissimi esercizi di inculcarci qualcosa, di aprirci qualche spiraglio di norvegese), ed infine Ellen  signora tipica norvegese ma emigrata in Italia da tanti anni che cercava di farci imparare la cadenza delle parole, delle frasi; ci accoglieva la mattina con una frase che diceva tutto d'un fiato e che noi puntualmente non capivamo: "God dag ! Hvilken dag er  idag? Idag er…….."("Buongiorno! Che giorno è oggi? Oggi è …") oppure quando dovevamo rientrare dalla pausa : " Å skynde seg !" ("Affrettatevi ! ") .

Le lezioni si svolgevano dalle 9.00 alle 13,00     e dalle 14,00 alle 17,00; poi dovevamo tornare a "casa", ciò significava attraversare Roma in piena uscita dal lavoro, il rientro era attorno alle 19,00, quindi a studiare, la mattina partenza alle 5,00 per prendere tutte le coincidenze ed arrivare puntuali. La scuola era situata in un Links campus frequentato da "Smart" , berline "Bmw" …, insomma figli di papà., nel centro di Roma.

Così siamo arrivati al 14 di gennaio 2001 sostenendo l'ultima prova d'esame con commissario esterno, una professoressa dell'università di Oslo.

Poi il 18 febbraio abbiamo intrapreso il volo per Oslo e a Copenhagen abbiamo incontrato Monica (collega che aveva frequentato l'altra classe a Roma) con la famiglia. Le nostre due famiglie sono state le prime ad arrivare in Norvegia, io e Monica avremmo lavorato nello stesso ospedale, io in medicina e lei in chirurgia. 

Ad accoglierci c'era  Eli A. della Direzione Infermieristica dell'ospedale di Elverum e con un maxi taxi abbiamo percorso l'innevata, anzi ghiacciata strada che dall'aeroporto di Oslo arrivava ad Elverum costeggiando le sponde del lago Mjøsa (il più grande della Norvegia).

Siamo giunte a destinazione che era buio e la temperatura  attorno ai –25°, ci vennero mostrati i rispettivi appartamenti e poi il congedo con l'appuntamento all'ospedale per il giorno a seguire. La nostra casetta era al piano terra (unico piano) circondata da un meraviglioso giardino innevato su tre lati e abbinata ad altre due abitazioni una sopra l'altra (Monica abitava nell'appartamento in alto). Il nostro appartamento era di legno molto caldo e rimesso a nuovo, si sentiva ancora l'odore dell'imbiancatura. Questi appartamenti erano di due privati che li avevano affittati all'ospedale (noi pagavamo l'affitto che comunque non era molto alto). Dormivamo coperti dai loro piumoni da letto singolo (uno ciascuno) che se coprivi i piedi rimanevano scoperte le braccia, e quando ti voltavi?. .

Elverum è una città situata nella regione dell'Hedmark vicina al confine con la Svezia, di circa 18.000 abitanti (la popolazione totale norvegese si aggira attorno a 4.500.000) attraversata dal fiume Glømma, il più lungo della Norvegia. E' la città più boscosa di tutta la Norvegia. La nostra casetta confinava con il sentiero che si inoltrava nel bosco, quindi si può immaginare i picchi, gli scoiattoli, se ci si inoltrava nel bosco bisognava avere particolare attenzione ai lupi che rarissimamente si potevano avvicinare al paese, e l'alce?…. Era un piacere vedere dalla finestra tutti i bambini con indosso gli sci che durante la scuola, più precisamente durante le ore di educazione fisica, venivano portati a sciare nel bosco. Lo sci è lo sport nazionale della Norvegia e in quasi tutti i paesi si possono ammirare i trampolini per il salto con gli sci da dove anche i bambini più piccoli si allenano a spiccare il salto a volo d'angelo a capofitto verso terra.     

 Il giorno seguente al nostro arrivo, dopo un bel giro nel paese con Monica e famiglia, le due infermiere sono andate all'appuntamento con i dirigenti dell'ospedale e le rispettive caposale (leader), Kristin era veramente simpatica.

C'era anche la televisione nazionale norvegese "NRK 1" che è venuta a filmarci anche a casa presentando così le nostre famiglie (naturalmente abbiamo anche la registrazione). Avremmo iniziato dopo pochi giorni così per ambientarci con il posto.

L'impatto con il personale del reparto di medicina "Medisink Avdeling Post 2" è stato MERAVIGLIOSO tutte gentili e disponibilissime, ma con dei nomi….. originali: Mette, Unni , Siv, Solvår, le mie "tutor" erano Bente (infermiera) e Rigmor (OTA) e mi aiutavano a capire come si svolgeva il lavoro ed i compiti delle diverse figure professionali. Il reparto di medicina aveva 32 posti letto, era suddiviso in 2 équipe ciascuna formata da ulteriori 2 team sottogruppi:

1°.               Equipe formata da 2 team dedicati a pazienti con patologie polmonari

2°.               Equipe formata da un team dedicato a pazienti in dialisi e da un team dedicato a pazienti  colpiti da stroke .

In aggiunta a questi quattro team esisteva anche un piccolo team oculistico accorpato alla                                                             
 2° équipe.

Io facevo parte della 2° équipe e quasi più specificatamente seguivo i pazienti colpiti da stroke cioè "slag"= colpo in norvegese (questo mi è servito per conoscere dei prodotti addensanti di bevande ed alimenti che in Italia non avevo mai visto in uso e quando sono rientrata nella realtà ospedaliera italiana ho fatto conoscere).

L'organizzazione dell'ospedale è totalmente diversa dalla nostra quindi non è possibile fare paragoni. I pazienti venivano "gestiti" in Pronto Soccorso e giungevano in reparto già con il loro letto e già stabilizzati con cartella e terapia definita. Quando venivano dimessi il letto veniva portato al piano terra dove c'era un'ala preposta al rifacimento letti. I prelievi venivano gestiti dai tecnici di laboratorio che venivano personalmente in reparto ad eseguire il prelievo. C'era una segretaria accanto alla guardiola che rispondeva al telefono e smistava le telefonate, che registrava esami ematici richiesti,  al computer; il personale della cucina che veniva a portare i pasti e poi al termine a lavare le stoviglie per poi riportarle pulite nella cucina dell'ospedale. Poca era la terapia, soprattutto quella infusionale (spesso mi chiamavano per reperire le vie venose e a tutti i pazienti venivo presentata come Nadia l'infermiera italiana / chiarisco che erano soliti chiamare l'anestesista per reperire le vie venose periferiche).

Ogni team era formato da 2 infermiere (Sykepleier) e 1 aiuto infermiere (Hjelpepleir) per il turno della mattina.  Di pomeriggio e notte: 1 infermiera e 1 aiuto infermiera per le due équipe: (1°) la pneumologia e 2° pazienti con stroke e dializzati.

Al mattino durante il turno lavorativo i team si riunivano per riferirsi cambiamenti della terapia, variazioni circa il piano assistenziale di ogni paziente, così da aggiornarsi ed eseguire eventuali variazioni terapeutiche e/o attivare la sfera sociale, portare avanti il piano assistenziale.

La consegna ad ogni cambio turno durava circa 30 minuti. Il turno della mattina iniziava alle 7,30 e terminava alle 15,30, quello del pomeriggio era dalle 15,00 alle 22,30, ed il turno di notte dalle 22,00 alle 7,30.

Mi ricordo ancora le mie impronte (erano le prime) sulla neve quando la mattina partivo da casa per raggiungere l'ospedale (distava circa 500 mt), era –30°C  ma il clima secco faceva tollerare molto bene queste temperature ed al primo raggio di sole, in pochi minuti, il termometro saliva a – 6, -4 ° C. . .,  e quel picchio che si sentiva nel silenzio della camminata mattutina?

God dag, god dag, god, god e davanti ad un tazzone di caffè lungo (all'americana) si ascoltavano le consegne. Ci si "suddivideva" i pazienti, si indossava il grembiule per le cure igieniche del mattino (guai andare nelle stanze o zone pulite con questo grembiule!): cure igieniche totali (esclusi i capelli) tutti i giorni, la terapia, l'infermiere referente aggiornava la visita con il medico poi il break con l'infermiera dedicata alla terapia e l'aiuto infermiera per continuare o rivedere il piano assistenziale. Poi stick glicemici, terapia pre e post prandiale. Preparazione del pasto.

Se il paziente era autosufficiente si serviva il pasto nella sala da pranzo che era provvista di self-service caldo e freddo, con un frigorifero contenente tutti i tipi di latte, yogurt, sciroppi per granite che diluivano rigorosamente con acqua e ghiaccio, macchina per il caffè e per il succo d'arancia, il posto per burro, il pane o panini, salse di pesce, uova sode, etc. .

Il piatto che preparavamo per i pazienti allettati dovevamo rigorosamente curarlo, il panino che spalmavamo con il burro ed al quale aggiungevamo il pålleg =companatico doveva essere guarnito con una fettina di peperone, cetriolo o altra verdura colorata, l'uovo sodo dovevamo accompagnarlo alla bustina di sale, sopra alle verdure (patate bollite lasciate intere ma sbucciate) che accompagnavano rigorosamente il pezzo di carne, salsa o intingolo e il "buonissimo", per loro, brunøst?(formaggio al caramello). Sembra facile, ma le prime volte ho dovuto imparare come servono le pietanze, una specie di purè accompagnato dalla cannella……beh, la fantasia si può esprimere al meglio; sul cabaret non doveva mancare il bicchiere di latte freddo o acqua con cubetti di ghiaccio.

Solvår e Rigmor hanno preparato per me, in reparto, per gli ultimi giorni che avrei passato con loro, girando e rigirando il mestolone in una grande pentola, la marmellata di "multebær"= bacche di rovo polari che naturalmente abbiamo assaporata servita calda con il gelato: una vera delizia.

Il venerdì dalle 13,00 alle 14,00 tutto il personale si riuniva per una lotteria ad estrazione, i premi erano 2: per ognuno una bottiglia di vino (la Norvegia non è un paese produttore di vino e quindi è molto costoso, ricordo che un vino bianco comune l'ho pagato 14 mila lire [c'erano ancora le lire] e il vino è distribuito solo nei negozi specifici che ne hanno il monopolio). Ma non è finita qui, la festicciola proseguiva assaporando la "consolazione dell'infermiera": gelato guarnito da fette di banane, arachidi e smarties. Era un'oretta che si passava tra noi a chiaccherare, parlavano spessissimo della loro voglia di passare il fine settimana nella "hytta" = la casa in montagna, sciare e passeggiare con la bisja (il cane di casa), si legge biscia.

Tutto il personale era molto rispettoso verso il paziente, ci si presentava con nome e cognome e professione e si chiedeva il permesso per le varie procedure: rilevare la pressione, prelievo … Durante le cure igieniche e la visita si utilizzavano tende o separet, era garantita la massima privacy.

Una volta la settimana si svolgeva una riunione d'équipe (il neurologo, il medico di medicina, l'infermiera referente, l'aiuto infermiera, il fisiatra) e si esponeva un caso di paziente con stroke. Molti erano gli incontri sia intraprofessionali che interprofessionali. La figura infermieristica è vista anche dalla popolazione con il massimo rispetto, è considerata come la figura del medico.

Quando capitava il compleanno di un paziente gli veniva posta sul comodino una candela accesa e una mini asta con la bandierina norvegese. C'è il massimo rispetto verso le persone, verso le varie tappe della vita, verso la morte: il letto del paziente deceduto veniva agghindato con dei piccoli bouquet posti sul cuscino, e alcune candele nella stanza. Il mio reparto aveva costruito un depliant da consegnare ai parenti dei pazienti morenti con indicazioni di carattere burocratico e di piccolo aiuto psicologico e riflessione su questa importante tappa di vita.

E' stata un'esperienza veramente formativa, soprattutto dal punto di vista umano, penso al rispetto e alla cura per le persone, per le cose … : i treni puliti, con i sacchettini monouso per l'immondizia, il caffè che si poteva prendere gratuitamente (e comunque ne consumavano tutti con parsimonia); nei luoghi pubblici già allora vigeva l'obbligo di non fumare, infatti il personale dell'ospedale si poteva assentare qualche minuto per fumare la sigaretta fuori dall'ingresso dell'ospedale; il reciclaggio dei rifiuti è molto diffuso, i norvegesi sono decisi sostenitori dello smaltimento dei rifiuti casalinghi (carta, vetro, plastica e rifiuti organici, etc. .) per la raccolta differenziata, infatti ogni casa ha i suoi bidoni dei rifiuti fuori, le lattine e le bottiglie di plastica si possono portare al supermercato dove viene rimborsata una piccola cifra coma vuoto a rendere…  La popolazione norvegese è schietta, accomodante, veramente civile. Sono tanti i piccoli gesti che mi ritornano in mente… Per la serenità e il rispetto che ho incontrato manterrò sempre vivo il ricordo di questa esperienza, e assieme al ricordo l'orgoglio di averla voluta e condivisa assieme a mio marito.

Questo sito non fà uso di cookie di profilazione di terze parti. Utilizza solamente cookie "tecnici" emessi direttamente dal sito per scopi editoriali o per permettere l'erogazione di servizi. Per maggiori dettagli leggere la "privacy policy"