loga ausl della romagna
Rimini
Qr Code
URL della pagina
 

La liberta che cambia - Floriana Raggi

Inserito in Esperienze e testimonianze - Ultima modifica il:

Valutazione attuale: 5 / 5

Stella attivaStella attivaStella attivaStella attivaStella attiva
 

Floriana Raggi, assistente sociale, narra la sua partecipazione (anni 1974-1978) alla esperienza di deistituzionalizzazione di un ospedale psichiatrico e i primi passi intrapresi per creare servizi alternativi di salute mentale.

 

Mentre operiamo apprendiamo, ci formiamo. Tra le esperienze lavorative che hai vissuto ne ritieni una particolarmente formativa? Puoi descriverla brevemente e provare ad esplicitare cosa in particolare pensi di aver appreso da essa?

 La libertà come terapia

Memoria di una esperienza professionale particolarmente formativa / Floriana Raggi

Torno con la mente all'esperienza di lavoro in ospedale psichiatrico, avvenuta tra il '74 e il '78, quale istituzione totale che si "umanizzava" e apriva al territorio sulla spinta di una politica provinciale che - ancora prima della legge 180- zonizzava il manicomio per potere meglio lavorare tra interno ed esterno.

I  ricoverati venivano raggruppati in reparti che avevano riferimenti territoriali  creando modalità di apertura verso un fuori dove si cercavano punti di riferimento famigliari, sociali, contatti finalizzati a una eventuale dimissione e alla restituzione di una identità di cittadino a chi, per anni recluso, era stata negata. Nello stesso tempo il cittadino che era soggetto a una crisi acuta, diagnosticato bisognoso di un ricovero psichiatrico, veniva inviato nel reparto di riferimento territoriale, dove incontrava la stessa équipe che aveva conosciuto presso l'ambulatorio esterno (che allora si chiamava CIM –Centro di Igiene Mentale).

Ho dunque conosciuto un manicomio in trasformazione ma in cui alcuni reparti (quelli gestiti da psichiatri ancora legati a una pratica tradizionale) erano ancora chiusi e dove qualche matto, considerato irrecuperabile, viveva in isolamento, rinchiuso in una stanza angusta simile a una prigione. La principale figura professionale che avrebbe accompagnato il passaggio dal vecchio al nuovo era quella cui appartenevo, tant'è che la Provincia fece un concorso per assumere 12  assistenti sociali. Fui tra le vincitrici, ed ebbe inizio una esperienza destinata a cambiarmi, maturarmi sul piano professionale, ma, prima ancora, su quello personale.

Avevo modo di sperimentare dal vivo gli apprendimenti teorici che partivano da Foucault, Goffman, Basaglia sulla funzione che svolgevano le istituzioni totali rispetto alla organizzazione sociale. Avevo modo di verificare quanto fossero state soprattutto le classi più povere ad avere subito una emarginazione così disumanizzante e spersonalizzante. Bisognava pertanto porre attenzione sia alle trasformazioni in atto nel territorio di riferimento, che all'individuo, e rispetto a quest'ultimo - lungodegente, cronico - bisognava lavorare sulle capacità residue. Era fondamentale credere che potesse ancora possederne, e con l'aiuto di noi operatori avere la possibilità di rafforzarle, farle diventare motivo di riscatto personale e sociale.

Prendevano corpo parole quali "riabilitazione", "reinserimento", restituzione di una cittadinanza, di una soggettività che passava attraverso tante piccole azioni per noi scontate e quotidiane, per loro fino a quel momento inaccessibili.

Ricordo per esempio viaggi in autobus per accompagnare i lungodegenti in Comune, all'anagrafe, per fare la "carta d'identità", dal valore altamente simbolico. Vacanze al mare in tenda con i ricoverati più autonomi volte alla riappropriazione di libertà: lo stesso gesto di scoprire il corpo mettendosi in costume, la partecipazione alla preparazione dei pasti e alla organizzazione della vita quotidiana, la passeggiata serale sul lungomare … Sperimentavamo, senza clamori, e attraverso tanti piccoli atti, il riaffiorare di una soggettività che era stata sepolta per anni sotto  stratificazioni di assurdi rituali quotidiani che negavano banali diritti, (per esempio il divieto di usare forchette e coltelli). Contemporaneamente il mio ruolo di assistente sociale era quello di attivare canali di comunicazione famigliari, percorrerli con obiettivi lungimiranti, conoscere le  opportunità offerte dal contesto sociale nella prospettiva della dimissione, e del "reinserimento": parola nuova e parola chiave in quegli anni '70 di utopie concrete. Questo, di fatto,  significava tenere rapporti con 5 amministrazioni comunali dove stavano sorgendo i primi servizi di assistenza domiciliare, i consultori famigliari, in quella gestione comune che era il Consorzio Socio-Sanitario, trasformato poi in Unità Sanitaria Locale e solo successivamente nelle Aziende così come ora sono configurate.

In quegli anni è nata in me una grande sete di sapere, di conoscenza, stimolata dalle persone incontrate: psichiatri, infermieri particolarmente motivati, colleghi, amministratori  che avevano gli stessi obiettivi volti al cambiamento. Ero in sintonia con persone con le quali sentivo che stavo partecipando a un movimento di rinnovamento di tutta la società, un movimento che ci chiedeva di essere professionali, capaci, competenti… ma anche di essere sognatori, poeti, filosofi, narratori, politici. Ricordo in particolare uno psichiatra che per me è stato una guida e un esempio. Anzitutto per il modo rispettoso ed empatico con cui si rapportava anche al matto più squinternato, poi perché era un uomo colto, leggeva più di letteratura e filosofia che di trattati psichiatrici, e approfondiva i misteri dell'animo umano attraverso l'arte. Lui mi ha insegnato che questa è la strada più importante per avvicinarci a quel mondo spesso indicibile e inconoscibile che è la follia. La curiosità e il desiderio di apprendere hanno continuato ad accompagnarmi lungo una vicenda professionale che va ormai a concludersi, tanto che il disappunto più grande sorge in me proprio quando riscontro mancanza di motivazione, coinvolgimento e passione intellettuale.

L'odierna cornice politico-istituzionale è molto diversa da quella di partenza, e nel corso degli anni sono stati necessari molti "esami di realtà", molte consapevolezze dei "limiti delle risorse", sia istituzionali che personali; ma questo non è motivo per non tendere alla continua ricerca di creatività e crescita, alla messa in gioco, al non dare mai niente per scontato, al posare   lo sguardo sulle tematiche sociali - sempre più complesse -  con occhi nuovi.

Agosto 2005

Questo sito non fà uso di cookie di profilazione di terze parti. Utilizza solamente cookie "tecnici" emessi direttamente dal sito per scopi editoriali o per permettere l'erogazione di servizi. Per maggiori dettagli leggere la "privacy policy"