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Gli anni spezzati - Monia Tordi

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Un breve racconto della morte di un giovane paziente coetaneo all'autrice, dei segni che questa scomparsa ha lasciato in lei.

Quando mi hanno chiesto di scrivere un racconto per questo progetto, ho dovuto riflettere un po'; non è facile infatti, scegliere la persona, il paziente, o come sempre più spesso indicato in ambito ospedaliero, il caso tra i tanti che si incontrano ogni giorno lavorando.

La tentazione è quella di parlare di ognuno, poiché ognuno lascia qualcosa di sé dentro di noi; ma nel contempo la tendenza è dimenticare, perché a volte quello che queste esperienze ti lasciano è il contatto con il dolore, la presa di coscienza delle proprie paure (morte, malattie incurabili, ecc..).

Mi chiamo Monia, ho 30 anni, 10 dei quali trascorsi lavorando come infermiera in reparti medici, e quella che racconterò, è una vicenda che eccetto per nomi e luoghi risulterà comune certo a molti miei colleghi.

All'epoca lavoravo a Piacenza, in Ematologia, avendo da poco vinto il concorso, ed ero entrata nell'ospedale civile dopo una serie d'incarichi qua e là per la Romagna. Era un giorno di Dicembre del 1998 quando un pomeriggio come tanti altri rientrata dal mio riposo, incontrai Massimo.

Massimo era un ragazzo di 22 anni, alto, dai capelli rasati, vivaci occhi azzurri, un sorriso allegro, sempre pronto a ridere e scherzare. Uno di quelli cui certo gli amici non mancavano, in quell'occasione infatti, per poter rispondere al campanello che aveva suonato, dovetti farmi spazio tra un nutrito gruppo di ragazzi e ragazze.

Mi chiese di portargli un pappagallo, doveva urinare, ma non poteva alzarsi per ordine del medico, poiché al mattino aveva subito l'ennesimo esame invasivo (una biopsia midollare).

Avevo ascoltato le consegne a tratti quel giorno e ignoravo quindi la ragione per cui quel ragazzo così giovane rispetto agli altri ricoverati, fosse lì, forse come lui stava spiegando a dei suoi amici, per qualche esame di routine o forse, come scoprii poco più tardi, per qualcosa di più serio. Massimo aveva un mieloma multiplo; leggendo la sua cartella e nella lettera dello specialista milanese che lo aveva in cura si faceva riferimento ad una prognosi infausta dopo più e più terapie tentate senza alcun esito.

Il suo ricovero in reparto era per scopi puramente palliativi, doveva iniziare una terapia algologica.

Scoprendolo rimasi sconcertata, non riuscivo a collegare quel viso allegro, quell'aria felice con quello che c'era scritto sulla sua cartella. Inoltre, poiché anch'io avevo pressappoco quell'età, mi sentivo ancora più coinvolta ed addolorata per lui.

Con i giorni cominciai a conoscerlo, a conoscere i suoi amici, sempre molto presenti, anche durante le festività di Natale, incontrai i suoi genitori e seppi che era un batterista e suonava fin da bambino.

I suoi ne andavano molto fieri. Mi fece ascoltare alcune registrazioni che lui e la sua band avevano realizzato ad una festa di compleanno qualche anno prima e mi fece promettere che una volta guarito (i genitori non avevano voluto dirgli fino in fondo tutta la verità sulla gravità della patologia) sarei andata alla loro prossima esibizione. Purtroppo quell'esibizione non si tenne mai, Massimo morì pochi giorni dopo capodanno, le sue condizioni si erano man mano sempre più aggravate.

Il suo ricordo, il ricordo della sua serenità ed allegria, è rimasto sempre con me. Immagino che, anche nei momenti più difficili, continuerà ad accompagnarmi.

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