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Anoressie e Bulimie

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Fabiola De Clercq, Tutto il pane del mondo Cronaca di una vita tra anoressia e bulimia, 1990 Sansoni
Alessandra Arachi, Briciole Storia di un’anoressia, 1994 Feltrinelli
Laura De Luca, Vuota per sempre Appunti dall’anoressia, 1997 Tea
Stefania Sabbadini – Luana De Vita, Trenta chili, 2006 Nutrimenti

Fabiola De Clercq, Tutto il pane del mondo Cronaca di una vita tra anoressia e bulimia, 1990 Sansoni

Diviso in due parti (con una di gran lunga più breve dell’altra centrata sugli anni dell’infanzia e della fanciullezza) questo scritto autobiografico è molto di più di una “cronaca di una vita tra anoressia e bulimia”. Intanto è prima di tutto un documento di grande intensità emotiva che ci restituisce tanta della desolazione e della sofferenza associate ad una condizione assai diffusa nelle cosiddette società del benessere qual è quella chiamata anoressica, poi è anche un tentativo, seppure assai affannoso e incerto di individuare le tante e anche le sue ultime possibili ragioni. I problemi alimentari iniziano per Fabiola De Clercq all’età di tredici anni e proseguono poi, per lo più in forma di grave e gravissima anoressia (sempre alternata da attacchi bulimici e da ripetuto vomito quotidiano provocato per liberarsi del cibo ingerito) per circa diciassette anni. Il racconto dell’autrice si dipana partendo dalla vita all’interno della propria famiglia d’origine per svolgersi poi (a diciannove anni esce di casa definitivamente) a quello della propria (si sposa con un uomo di ventitré anni più grande di lei, ha con lui un figlio e poi dopo dieci anni si separeranno) e si conclude con un solo accenno, alla fine della prima parte del libro, ad una seconda nascita di un figlio e quindi ad una nuova relazione. Parallelo al racconto delle vicende famigliari è quello del lavoro psicoterapeutico intrapreso (una psicoterapia e due analisi, una durata due anni e l’ultima sei anni). E’ soprattutto all’interno di queste psicoterapie che l’autrice rivive e ripensa la propria storia e cerca spiegazioni, ragioni, appigli, riferimenti per mutare la propria vita. La descrizione della famiglia d’origine, satura di continui conflitti disaccordi tensioni, ci restituisce una madre che appare egocentrica-narcisista, sfuggente-assente, per vari versi inaffidabile iperattiva e irrequieta, figura sfuggente e potentissima nel contempo dalla quale l’autrice si è sentita spesso manipolata e precocemente adultizzata e un padre idealizzato e purtroppo morto precocemente. Una situazione questa che sembra aver prodotto nella autrice, questa è l’ipotesi di fondo che spesso ricorre nello scritto, una profonda e rimossa condizione depressiva che non potendo per qualche ragione manifestarsi si è tradotta in bulimia-anoressia. L’autrice ricorda spesso quanto l’inganno e l’autoinganno, le recite, abbiano dominato la sua vita e forse ci suggerisce un aspetto importante della difesa dalla rimozione avvenuta. Per accedere alla depressione occorre riconoscere e vivere consapevolmente la colpa, l’inadeguatezza, il vuoto, la solitudine, la vergogna, la rabbia furiosa, le mancanze, l’essere deboli e bisognosi, l’apprendere a convivere con tutto ciò,  ma qualcosa impedisce questo e l’inganno e l’autoinganno prendono corpo come uno schermo per non vedere e sentire un dolore intollerabile, ingovernabile. “E’ soprattutto per arginare la depressine e la paura – scrive l’autrice a p. 3 – che mangio e vomito da diciassette anni.” “Non ho il coraggio di entrare nella depressione […] Lasciarmi andare [ad essa] – scrive ancora a p. 26 – potrebbe significare affrontare una vera solitudine dalla quale ho il timore di non poter uscire.” “Come potrò mai mettere fine – si chiede a p. 34 – alla mia avidità, alla mia rabbia divorante? La rabbia si trasforma in ansia o, peggio, in depressione.” E così via. L’autrice racconta ma nel contempo cerca le ragioni della propria condizione, il perché dei suoi rapporti simbiotici e malati, delle sue incapacità a dipendere sanamente e provvisoriamente da qualcuno, del suo non saper accettare di essere vulnerabile come altre persone, del suo continuo e infinito mentire e ingannare se stessa credendosi capace di un autodominio e di un controllo assoluti, della sua attività sfrenata-sfibrante. Spesso le risposte non si trovano, non le trova, o se si trovano sono astratte-distanti, teoriche, sono discorsi, parole, non attecchiscono, non producono cambiamenti. E’ comunque toccando il fondo (ventisei chili) che qualcosa un giorno mette in moto un processo di uscita da tutto ciò. Da lì sembra iniziare la risalita e tutto il lavoro svolto prima (soprattutto con l’ultima analista) sembra prendere corpo in una vera e propria rinascita. Il libro è stato scritto in questo momento e dopo l’ansia e la tristezza che la sua lettura può dare permette infine al lettore di intravedere una qualche speranza di uscita da tutto ciò. Dopo la sua pubblicazione l’autrice ha fondato una associazione, ha pubblicato altri libri e vedo, di sfuggita, su Internet che è ancora attiva sul problema. Ma questa è un’altra storia che esula dalla segnalazione di questa testimonianza. (G.M.)


Testimonianza / Alessandra Arachi, Briciole Storia di un’anoressia, 1994 Feltrinelli

“…un mondo nel cuore non riesci ad esprimerlo con le parole” / Fabrizio De André (cit. a p. 53)

Scritto in prima persona, anche se il nome della protagonista è diverso da quello dell’autrice (Elena Dilmori), Briciole, scarno e magro come un corpo anoressico e scritto con il distacco di vari anni trascorsi dai momenti narrati, è probabilmente un testo autobiografico. Cosa significhi bene questo titolo non saprei. Il retro copertina ci suggerisce che è quello che una anoressica concede al proprio corpo, oppure lo spazio che concede al mondo esterno (mi sembra assai più contestabile quest’ultima ipotesi). Ma forse “briciole” sono anche le poche e scarne cose che chi racconta può dire di una storia di anoressia-bulimia vissuta in prima persona. “A me le parole  – scrive a p.53 l’autrice dopo aver citato come sopra Fabrizio De André – non erano mai servite per raccontare il mio mondo disordinato”. Anche per questo il rifiuto di una terapia psicoanalitica sarà ripetuto e radicale nella protagonista di questa esperienza. Semmai le parole servono a qualcosa, il più spesso servono per nascondere e ingannare se stessi e gli altri. Elena ne sa di queste cose, lei che vive ogni giorno di inganni e di autoinganni e che vede e tocca con mano che così fanno spesso anche coloro che le vivono accanto. Con queste premesse è forse più facile capire perché il racconto sia così scarno ed essenziale. E’ il frutto di chi uscito da un esperienza cerca dopo molto tempo di narrarla ritornandoci dentro, il più possibile senza aggiunte di sorta. Lo scritto non ci consegna né vittime né carnefici, né pazienti né terapeuti (se si esclude la saggia triste e quasi muta dietista incontrata fuori da un contesto professionale di nome Rina), non ci dà interpretazioni su cosa può esserci di specifico dietro una anoressia-bulimia vissuta, ci presenta la storia di tante piccole-grandi follie vissute e di tante relazioni cercate e spezzatesi, ci fa intravedere una inconsolabile e indescrivibile solitudine, e alla fine non ci mostra soluzioni al problema, non ci prospetta la via della guarigione. Eppure ad un certo punto qualcosa accade e la vita continua. Come un naufrago anche Elena (Alessandra) viene condotta dalla corrente alla riva. E forse una parte di questa corrente è stata anche la sua determinazione a credere, nonostante tutto, in se stessa e nella vita.

Alessandra Arachi è nata a Roma nel 1964. Quando ha scritto Briciole viveva a Milano e lavorava come giornalista al “Corriere della Sera”. (G.M.) 

Testimonianza / Laura De Luca, Vuota per sempre Appunti dall’anoressia, 1997 Tea

Da sei anni Laura, che ne ha ventidue, non mangia, è in una condizione di anoressia. Consigliata dal suo terapeuta scrive una lettera aperta alla madre. Il testo di questa lettera alternato con pagine di diario della madre compongono questo libro, un confronto serrato, minuzioso, intenso, drammatico, in vari momenti, almeno per me che leggo e che sono esterno alla vicenda, asfissiante, annichilente. Nel contempo, paradossalmente, anche profondamente dissidente e per certi versi liberante, come una sorta di disperata e contraddittoria richiesta di essere e annullarsi nel contempo, in una impossibile rifondazione del sé (individuale e sociale) tramite un digiuno infinito. Già nelle prime pagine Laura chiede alla madre di poter essere. "Chiudi la bocca – scrive a p.15 – per un secondo, distogli i tuoi occhiacci viola, lasciami essere.” Tutta la sua lettera, in ogni pagina, trasuda di questa disperata richiesta. Nel contempo scrive: “Mangiare – p. 17 – è terribile perché ti fa sentire quanto sei vuoto. Io non voglio capire il mio vuoto di dentro. Se resto vuota per sempre è come se non lo fossi per niente. Ciò che non è del tutto vuoto, a fasi alterne si riempie, per poi svuotarsi di nuovo. Che senso ha? ‘Transito di sterco’, diceva Leonardo degli esseri umani.” “Io volevo e voglio assomigliare al Nulla che è puro (p.74)” Il cibo, il modo in cui lo consumiamo soprattutto noi occidentali superalimentati, è l’altra faccia per Laura della nostra natura cannibalica, della smania-ansia-follia-perversione-debolezza-arroganza di possedere-trasformare-rapinare gli altri. I rifiuti che crescono sempre più ci rimandano la nostra perversione verso la ‘troppitudine’, per il superfluo, il nostro correre folle e smodato, il nostro produrre e consumare senza senso e misura. Laura non vuole stare a questo gioco distruttivo e macabro. Lei vuole essere un fiore, un onda, un uccello, vuole essere mite, vuole svuotarsi del superfluo, vuole denunciare l’avidità del nostro mondo, una condizione in cui “la gente tira avanti tutta la vita col superfluo”, dove si consumano “tante cose per dimenticare drammi, tanti drammi per dimenticare cose” in “case che si sono riempite di cose, ma che, al fondo, si sono svuotate di persone” (p.91).
Laura sa di essere agli occhi degli altri, in particolare di sua madre, una sorta di mostro, pur nella sua magrezza un peso insostenibile per il padre, una spina nel fianco per loro e anche (scoprirà) per il fratello. Con un freddo ineliminabile dentro e una castagna (bomba interna?) che ha provato a mangiare ma che poi vomiterà scrive questa lunga lettera-diario-confessione soprattutto parlando a sua madre. Non la capisce sua madre, non riesce ad essere come lei, non vuole essere come lei. Non possono fare a meno di rimproverarsi l’un l’altra tante cose. Laura non comprende proprio la madre (artista, sessantottina, femminista, anticonformista, antitradizionalista, antiguerrafondaia, ideologica, integralista, dispotica…) il suo vivere sempre in fuga in qualche impegno-attività, il suo distacco, il suo essere tanto spesso abbandonica, sempre incazzata con qualcuno, il suo essere sempre lontana, la sua distanza-freddezza-scostanza affettive, non capisce certe sue incoerenze e contraddizioni. “Tu – scrive a p. 83 –  hai detto tutto, hai combattuto tutto, ha ragione Riccado [il fratello]: che altro resta da fare dopo la rivoluzione?…Siete stati troppo esuberanti, troppo ironici e troppo ottimisti per permetterci di imitare la vostra libertà.”  Una madre insomma anche debordante ed espropriativa. Di fronte a questa figlia, a questa “creatura di ghiaccio” (p.93 dal diario della madre) ci sono gli scarni frammenti del diario della madre. E inutile cercare di dare qui anche la sua versione dei fatti, la sua immagine di se stessa della figlia della vita, come lo sarebbe poi prendere le parti per l’una o l’altra. La loro storia è collocata stabilmente su scenari parentali amicali sociali ideali e non è morbosamente giocata-pensata solo su un piano psicologico. Questo aspetto oltre al fatto che la narrazione rimane sospesa e senza esito (senza ostentare facili soluzioni al problema) né sono certamente i caratteri specifici e chi intraprenderà la lettura di questa interessante testimonianza dovrà tenere conto.
Della autrice queste sono le uniche informazioni date nel libro: giornalista radiofonica, in passato inviata speciale è oggi capodirettrice presso una emittente transnazionale. Se ne deduce che lo scritto è probabilmente posteriore alla esperienza narrata e che quindi, pur partendo da fatti reali (la collana in cui è inserito ne è una garanzia), sia anche in parte invenzione letteraria. (G.M.)

Testimonianza / Stefania Sabbadini – Luana De Vita, Trenta chili, 2006 Nutrimenti

Riprendo in mano l’esile libretto (poco più di 120 pagine) in cui Stefania Sabbadini (aiutata sicuramente da Luana De Vita psicologa e giornalista) racconta la sua quasi ventennale esperienza di anoressia e la sua vita, lo riprendo in mano dopo averlo letto un po’ di tempo fa e mi trovo davanti pressoché ogni pagina sottolineata in più punti. Lo scritto è densissimo di fatti, situazioni, osservazioni, descrizioni di vissuti, riflessioni, considerazioni e mi trovo come in scacco di fronte a tutto ciò. Ricordo bene inoltre anche quanto intensa e coinvolgente è stata questa lettura. Non ho probabilmente rimandato a caso questa segnalazione. Anche ora, come subito dopo la sua lettura, non mi è facile trovare un modo per presentarlo. Non è servito a molto far trascorrere un po’ di tempo prima di stendere questa scheda.
Il libro non descrive solo il suo rapporto con la malattia (una anoressia gravissima con tutto ciò che questo implicava: inganni continui per nasconderla e preservarla, malesseri fisici di vario tipo, ansie-angosce, iperattivismo sfrenato, ossessioni legate al cibo ma non solo ad esso, stati euforici patologici, rapporti spesso difficilissimi con gli altri e con i servizi sanitari e i loro operatori, ecc), descrive-narra-mostra lei stessa di fronte ad ogni aspetto della vita, narra i luoghi (relazionali-sociali e mentali) in cui è vissuta, i traumi subiti (il più devastante un abuso sessuale protrattosi per un certo tempo e verso il quale la madre non ha saputo essere con lei, dalla sua parte, sollecitandola a negarlo), i gesti d’affetto desiderati dalla madre e mai avuti né mai veduti manifestarsi tra i genitori, il clima fondamentalmente austero moralista giudicante ottuso falso presente in famiglia, la convinzione di non essere stata amata e voluta come il fratello, l’impossibilità di sentirsi esistente come persona autonoma (l’incubo continuo del giudizio-biasimo degli altri, il controllo continuo esercitato sulla sua vita, soprattutto dalla madre), il fastidio di vivere in un mondo falso costruito (in famiglia, ma poi anche in se stessa) per compensare una origine sociale umile e altro dando un’immagine di benessere e perfezione irrealistici, un’immagine che incatenava-soffocava-abbruttiva e che finiva per creare una distanza inimmaginabile con gli altri, spesso visti come superiori, da raggiungere e superare, infine il suo ossessivo e quasi totale investimento nello studio che le permetterà di arrivare, nonostante i tanti problemi mentali e fisici vissuti, alla laurea in Scienze biologiche (indirizzo Scienze dell’alimentazione). Al di là dell’elencamento dei fatti però molte sarebbero le osservazioni che potrebbero farsi ancora sul testo. Tante quante sono le sue, dette e non dette ma che si fanno intravedere tra le righe o nel tono emotivo con cui vengono narrare le situazioni. Stefania Sabbadini non si limita a narrare la realtà e se stessa, quel che fa in questo testo è cercare se stessa, il senso, se c’è, della propria vita, l’esile e sempre precaria e continuamente minacciata sua presenza nel mondo. Come sia nata la spinta a scrivere questo libro non si riesce a capirlo. Certo è che è stato scritto in un momento ancora assai difficile per lei.  Sicuramente un fatto in questo è stato determinante: l’aver incontrato nel suo ultimo periodo di vita una persona (una psicologa-psicoterapeuta) che ha saputo finalmente accoglierla, ascoltarla, sostenerla. Essendo stata finalmente accolta, ascoltata, sostenuta forse ha potuto finalmente trovare se stessa e forse questa scoperta le ha potuto dare la forza di mostrarsi finalmente per quella che era. Difficile saperlo. Comunque sia non voglio forzare oltre il testo e farmi più domande di quelle necessarie. Lascio quindi a lei la parola riportando ciò che scrive in chiusura del libro: “Questa non è la storia della mia malattia, né l’ennesimo improbabile racconto di una guarigione miracolosa, e neanche il resoconto di una sconfitta, questa è la mia vita.
Adesso ne sono sicura e posso raccontarla riuscendo a scendere dalla mia nuvoletta, dopo trentasei anni mi sono data il permesso di essere me stessa, per la prima volta, sono me stessa davvero, con nome e cognome.
Dalla parola fine in poi è un’altra storia.”  (G.M.)


P.S.
Dopo aver scritto queste annotazioni ho aperto Google per vedere se c’era qualche informazione ulteriore sulle autrici. Purtroppo ho scoperto che il 1 giugno del 2008 Stefania Sabbadini è morta, a 39 anni, di arresto cardiaco. “Stava – è scritto in un sito che ne dà notizia - terminando il secondo anno del corso di laurea in Scienze Infermieristiche e voleva aprire una casa famiglia per aiutare le ragazze affette da disturbi alimentari.”

Ho pensato di riportare di seguito il testo che ne dà notizia e – in forma di minimale omaggio – una rassegna stampa sul libro presente in un altro sito. (G.M.)
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E' morta Stefania Sabbadini: una vita di lotta contro l'anoressia
03/06/2008 11:10
ROMA (2 giugno) - Vent'anni di lotta contro il male che l'affliggeva e la pubblicazione di un libro autobiografico, Trenta chili, per raccontare la sua vita devastata dall'anoressia. Stefania Sabbadini, 39 anni, è deceduta ieri per arresto cardiaco. Il suo cuore si è fermato proprio quando era riuscita a vincere la battaglia contro la malattia. Nelle pagine scritte per raccontare i lunghi momenti di lotta, oggi rimane la sua testimonianza di dolore, di paura, ma soprattutto la sua prova di grande coraggio, il suo modo di guardare il mondo da bambina, da ragazza e poi da donna, sempre lottando.

Trenta chili è una storia vera di anoressia raccontata dalla protagonista, Stefania, a quattro mani con Luana De Vita, una psicologa dell'équipe che l'ha seguita. Stefania Sabbadini era nata a Roma nel 1969 e si era laureata in Scienze biologiche (indirizzo Scienze dell'alimentazione). Stava terminando il secondo anno del corso di laurea in Scienze Infermieristiche e voleva aprire una casa famiglia per aiutare le ragazze affette da disturbi alimentari. Un passo alla volta verso una vita nuova che però il suo corpo, troppo provato dalla malattia, non le ha più permesso di compiere.

«La cosa più tragica è che ci siano così tante ragazze talmente disperate da voler solo morire, ma purtroppo care amiche vi dico per esperienza che quella morte tanto agognata non arriva mai perché, a dispetto di tutte le teorie scientifiche, per quanti livelli di stenti possiate raggiungere, il nostro corpo continua nostro malgrado a sopravviverci, lasciandoci solo le conseguenze disastrose e dolorosissime di questa vita...se poi vita è!». Queste le parole che Stefania aveva indirizzato con una lettera aperta al fotografo Oliviero Toscani, promotore della campagna "No anorexia" con delle foto che mostravano il corpo nudo di una giovane modella francese malata. «Non gridate allo scandalo per quella foto - aveva scritto Stefania - ma gridate perché finalmente questa situazione venga cambiata e perché si faccia finalmente qualcosa per aiutare e prevenire, qualcosa di concreto per noi malate di paura di vivere e di amare».

Stefania Sabbadini, Luana De Vita
Trenta chili (Nutrimenti - collana: Igloo); pp. 124 € 10.00.


Rassegna Stampa

Caterina Viola La Repubblica / Salute 18/01/2007
Dramma anoressia in prima persona. Trenta chili
Questa è la storia autobiografica di Stefania Sabbadini, che l'ha scritta con l'aiuto di una esperta psicologa, Luana De Vita. Nata nel 1969 Stefania accusa i primi sintomi dell'anoressia a soli sedici anni. La sua infanzia è segnata da un abuso, le sue giornate sono piene di solitudine, gli incontri con i medici, i reparti di psichiatria e medicina generale. "Questo libro non è la storia clinica di un successo o di un fallimento terapeutico, non è neanche un saggio clinico sull'anoressia nervosa, è solo una storia di vita", perché Stefania ci permette di guardare il suo mondo e quello degli altri che ne fanno parte, dal suo punto di vista.

David Frati www.mangialibri.com 08/01/2007
Trenta chili
Una bambina che si è sempre sentita un problema. Una bambina nata prematura o forse più probabilmente concepita prima del matrimonio, riottosa ad accettare che la sua infanzia sia governata dalla ricerca del consenso sociale che sembra ossessionare i suoi, ribelle al destino scolastico dimesso, 'da femmina' programmato per lei dai genitori. Un'adolescente schiva, che rinuncia anche al nuoto per non sentirsi costantemente sotto esame, piena di peli e con un profondo senso di inadeguatezza che la macera dentro. Una ragazza come tante, come quasi tutte, in fondo, ma che in un momento critico della propria crescita subisce una serie di gravi molestie sessuali da parte di uno zio. L'omertà della famiglia la fa implodere, e davanti alla bambina che si è sempre sentita un problema si spalanca l'abisso dell'anoressia… "Questo libro non è la storia clinica di un successo o di un fallimento terapeutico, non è neanche un saggio clinico sull'anoressia nervosa, è solo una storia di vita", scrive Luana De Vita, psicologa clinica e giornalista, nell'introduzione al volume che ha scritto assieme a Stefania Sabbadini, che ha deciso di raccontare vent'anni di vita vissuti accanto al mostro dell'anoressia che le divorava l'anima. Una confessione tesa e vibrante, quella di Stefania: più che uno sfogo un'orazione civile, un j'accuse all'ipocrisia sociale italiana che all'immagine della 'famiglia perfetta' sacrifica qualsiasi cosa. E migliaia di ragazze lì a fare proprie nella carne le contraddizioni e le bugie delle presunte famiglie perfette. Un urlo di dolore che rompe un assordante silenzio.

[red.] AdnKronos 24/12/2006

Il lento percorso nell’anoressia
Una lenta ma inarrestabile discesa nella tragedia dell’anoressia. Un percorso sempre più doloroso con cui manifestare uno stato profondo di disagio. Un percorso segnato dallo stato di fragilità che si srotola per oltre venti anni. Anni caratterizzati dalla delusione, dalla sofferenza e dall’angoscia. La cronaca impressionante di una vita spezzata dalla fobia per i chili di troppo rivive nel saggio scritto dalla biologa Stefania Sabbadini e dalla psicologa Luana De Vita, Trenta chili, pubblicato dalla casa editrice Nutrimenti. Stefania, una ragazza come tante, cresciuta in una famiglia in apparenza normale, viene aggredita da un male sottile e silenzioso. Un male insidioso, opprimente e drammatico. La sua esistenza e le sue speranze vengono spezzate fin dall’infanzia. Comincia a scivolare, ancora giovane, infatti, nel vortice dell’anoressia. Per oltre venti anni mette in campo ogni sforzo per evitare di ingrassare. I grammi in eccesso rappresentano un pericolo da evitare. La ragazza non mangia mai. Mese dopo mese la sua salute si aggrava. Mese dopo mese, soprattutto, la sua condizione psicologica si fa più critica. Il libro ripercorre il suo crollo e la sua tragica esperienza. Le due autrici del volume mettono a nudo la sua tragica vicenda. “È la storia – spiegano nell’introduzione la Sabbadini e la De Vita – della vita di una persona che, cercando di mantenersi in equilibrio sulla fune del proprio senso di sé, ha trovato nell’anoressia l’unica posizione possibile, quella in grado di garantirle stabilità. È un racconto autobiografico che ci introduce in una vita normale, una vita che assomiglia a tante altre”. Da dove nasce, però, il malessere che ha colto la protagonista della vicenda descritta nel libro? Quali sono le origini di un tormento così forte e invincibile? Il rifiuto della vita e quello di una formazione umana priva di angosce sono il frutto di una violenza che la ragazza ha subito nel corso della sua infanzia. È da qui che nasce il suo disagio. “Stefania – scrivono ancora le due autrici – ci racconta la storia della fatica di un’esistenza vincolata dalla necessità di fare fronte agli altri”. Il confronto con gli altri costituisce, pertanto, uno degli elementi fondamentali intorno ai quali ruota il suo disagio. Un disagio opprimente che rovinerà tutta la sua vita.

Rita Bugliosi Almanacco della Scienza 29/11/2006
Cibo, amico-nemico
Una vita inizialmente normale. Stefania, la protagonista del libro autobiografico Trenta chili, è una bambina come tante altre, che vive alla periferia di Roma. Ha una mamma molto presente, forse troppo: è sempre lei a decidere cosa è bene per lei e cos’è giusto invece evitare. Eppure, quando la piccola le rivela che uno zio abusa di lei, la mamma sbaglia, cerca di convincerla che è tutto un sogno. Una menzogna fatale, che segna indelebilmente la vita di Stafania, che inizia ad avere paura del buio, a fare la pipì a letto e poi, attorno ai sedici anni, incontra il fantasma dell’anoressia. Il disturbo si insinua lentamente ma sempre più profondamente nella sua vita e, soprattutto, nella sua testa, condizionandole l’esistenza, cancellando ogni interesse e ogni desiderio, riducendo pian piano il suo universo al calcolo delle calorie e al modo per assumerne sempre meno e per sfuggire ai controlli dei familiari preoccupati. Quaranta, poi trenta, poi addirittura ventisette chili, per la ragazza si susseguono i ricoveri, le sedute dagli psichiatri, ma non è facile estirpare lo spettro dell’anoressia. Oggi, a quarantasei anni [questo è un evidente errore / nota di G. M.] Stefania ancora lo combatte, forse con più consapevolezza e più energia di prima, ma con la paura costante di non riuscire a sottrarvisi. Scritto con uno stile asciutto e piano, il volume di Stefania Sabbadini e Luana De Vita colpisce per la sua crudezza e riesce con la sua aspra semplicità a rendere chiari i meccanismi spietati con cui i disturbi alimentari sono capaci di distruggere una vita, trasformandola in uno scontro-incontro con il cibo, fonte insieme di grande soddisfazione e di terribile sofferenza.

m.v. Quotidiani locali del Gruppo Espresso 29/11/2006

“Giusta la lotta ai disturbi alimentari”. Parla la psicologa Luana de Vita, autrice del libro Trenta chili

“I disturbi alimentari nascono dal desiderio di essere accettati e dal timore di essere rifiutati. Un'adolescente che ha già una così bassa autostima, se si deve confrontare con i modelli forniti dalla moda allora sì che questo determina il non sentirsi accettata”. Così Luana De Vita dà il benvenuto al codice antianoressia per gli operatori della moda annunciato dal ministro Melandri. Psicologa clinica, ha scritto il libro Trenta chili insieme a Stefania Sabbadini da lei seguita al Centro per i disturbi alimentari del Policlinico Umberto I di Roma.

Allora il codice servirà?
“Il problema non sono solo le modelle ma anche i prodotti immessi in commercio: oggi i negozi con taglie forti partono dalla 46! L'aspetto più preoccupante legato alla moda è comunque la bulimia perché più subdola e tragicamente più facile, ma più diffusa e più rischiosa”.
 
Cosa si nasconde dietro un disturbo alimentare? E come va seguito?
 “Tutto quello che comporta un comportamento alimentare disturbato è un vissuto emotivo non riconosciuto e trasformato in qualcosa di diverso: non riuscendo a controllare sensazioni insopportabili, spostiamo l'attenzione e il controllo su altro, sull'assunzione del cibo. Serve la presa in carico di tutta la famiglia e il trattamento non deve essere focalizzato sul cibo che è solo l'aspetto più eclatante. Attraverso il cibo passa la comunicazione, le relazioni, la sessualità, lo sviluppo affettivo. Spesso l'adolescente non mangia per definire qualcosa di sé rispetto alla famiglia. D'altronde i siti pro-ana sostengono che il controllo del cibo determina l'aumento del potere personale, quindi di quella sicurezza che manca”.

Il caso di Stefania ha un abuso all'origine...
“Stefania racconta la negazione dell'abuso da parte della madre: se a sei anni la mamma mi dice che è stato un sogno, io entro in conflitto tra quello che sento io e quello che mi dice la figura per me più importante fino ad arrivare a farmi definire da lei per il resto della vita. Poi entra in crisi a quindici anni quando sentendo l'odore dello zio si rende conto che ‘era vero’ e che sua madre non è credibile. A questo punto le è talmente impossibile contenere questo materiale emotivo da spostarlo su altro”.

Perché l'anoressia è così difficile da curare?
 “L'anoressico evita di essere troppo coinvolto nei rapporti ma lo fa quanto basta per controllarli ed è molto manipolatore e attore. Ricordo una paziente che aveva armadi pieni di biscotti che lei chiedeva alla madre per compiacerla ma che poi non mangiava”.

È recente l'allarme per le bambine...
“La nostra società è sempre più basata sull'apparenza e le preadolescenti hanno stili di vita ormai sempre più da adolescenti. Se poi in famiglia c'è un stile comunicativo ambiguo, non si parla mai di emozioni e lo stile di vita è basato sull'apparenza, va da sé che dal giudizio degli altri dipende l'accettazione o meno di se stessi”.

Cosa fare e cosa non fare?
“Bisognerebbe coinvolgere dalla famiglia alla scuola ai pediatri alla pubblicità. Bisognerebbe evitare i giochi di potere e dare regole: per essere autonomo devi imparare a essere responsabile”.

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