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La pratica dell’aver cura. Il lavoro in un racconto

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Incontro organizzato in collaborazione con il Centro per l'Impiego della Provincia di Rimini. Davanti ad un pubblico di soli ascoltatori alcuni operatori sanitari e socio-sanitari (Bartoletti Remo [operatore socio-sanitario], Daniele Daniela [ostetrica], D'Innocenzio Carmela [assistente sociale], Gasperini Valter [fisioterapista], Perazzini Marina [infermiere], Peschi Chiara [medico], Antonio Polselli [medico]) hanno narrato la loro esperienza professionale cercando di mettere a fuoco il loro aver cura degli altri, delle loro malattie, dei loro disagi.

L’iniziativa è nata da una confluenza di interessi comuni sulla narrazione delle esperienze lavorative. Mentre noi lavoravamo al sito il Centro per l’Impiego di Rimini aveva organizzato in città alcuni incontri intitolati Il lavoro in un racconto. In questi momenti alcune persone (poco più o meno di sette) raccontavano la loro esperienza lavorativa (senza un particolare fuoco) in un tempo di circa un quarto d’ora ognuno e poi successivamente era organizzato, per favorire scambi liberi individuali, un momento conviviale (qualche dolce, del vino). Uno di noi (il noi è riferito al gruppo che periodicamente, all’incirca ogni due mesi, si incontra per discutere come portare avanti l’iniziativa del sito) aveva partecipato a due di essi e un altro aveva rapporti operativi periodici con loro. Da questa confluenza e frequentazione è nata l’idea dell’organizzazione congiunta di un possibile momento di incontro pubblico. E’ stato questo, tra l’altro, il primo organizzato con operatori di un area definita (sanitaria e sociale). Nei precedenti i racconti erano di persone che svolgevano i più vari lavori. L’iniziativa è stata presentata con il volantino il cui testo riportiamo in allegato a seguito delle annotazioni che speriamo di raccogliere. E’ stato diffuso all’interno della AUSL di Rimini (spedito alle caposala) e in forma cartacea e tramite e-mail alle persone che Il Centro per l’Impiego immaginava interessate all’incontro. Hanno partecipato all’iniziativa all’incirca quaranta persone.

ANNOTAZIONI

Non mi è facile scrivere qualcosa su questo momento. Le ragioni sono molteplici e confluiscono comunque sostanzialmente verso una insoddisfazione nei confronti dell’organizzazione di questo tipo di incontri in cui sono troppe le persone che si mettono in gioco e non c’è nessun spazio comune all’approfondimento e alla discussione. Nonostante avessi questa perplessità ho dato il mio contributo all’organizzazione dell’incontro prendendo contatto con alcune delle persone che poi hanno narrato-esposto la propria esperienza (e che anche qui colgo l’occasione per ringraziare per la loro disponibilità). Speravo di ricredermi, invece così non è stato. Non tornerei ad impegnarmi nella organizzazione di un incontro come questo. In alternativa vedrei meglio, ad esempio, solo tre persone che narrano la loro esperienza, una preparazione maggiore con esse prima dell’incontro e uno spazio organizzato nello stesso per uno scambio-confronto con i presenti. Poi cercherei di raccogliere qualcosa (per iscritto o in video) per potere rivedere-rivivere-ripensare quel che si è fatto e detto.

Per il carattere e la storia professionale che ho, ho apprezzato in particolare l’intervento di chi ha portato anche dubbi, perplessità, difficoltà, momenti di disorientamento nei confronti del proprio lavoro. Avrei fatto così anch’io nell’intervento di riserva che mi ero preparato nel caso ci fossero state delle assenze. (Gilberto Mussoni)

A differenza di Gilberto, io sono convinto che la scelta di non commentare 'in tempo reale' le narrazioni ascoltate sia valida. Sono convinto che nelle persone esista anche un bisogno diverso da quello della 'riflessività', della 'riflessione pubblica' e credo che valga la pena creare sempre nuove occasioni perché questo bisogno possa essere soddisfatto. Si tratta di un bisogno molto privato, quello di poter ascoltare storie 'vive' raccontate da delle persone 'vere', non necessariamente conosciute, su esperienze di vita, nello specifico 'lavorative', che possono dialogare 'in silenzio' con le proprie, condizionandole e, magari, arricchendole. Senza che, durante questo processo, prevalga la necessità di spostare la questione su un piano cognitivo dell'esistenza e della persona, come molto spesso invece accade. Mi piace pensare di poter dedicare del tempo al semplice ascolto e all'effetto, anche solo emotivo, che questo può produrre in me. Un altro motivo è che credo sia necessario dedicare attenzione e rispetto alle persone che sono state invitate a narrarsi. Ogni riflessione, anche semplice, sulle storie ascoltate sarebbe stata, dal mio punto di vista, un'intrusione nello spazio individuale del narratore che, non essendo un professionista della narrazione, è sicuramente vulnerabile nel suo essere persona che rende pubblico un suo stato molto intimo.

Nello specifico della serata (l'ultima di una ormai lunga serie), ho amato ascoltare il trasporto e le sfumature che hanno reso singolari esperienze altrimenti facilmente generalizzabili. Un lavoro di cura della persona che poco ha a che fare con tecnicismi e procedure che, per quanto necessarie, vorrei poter dare per scontate. In fondo, non è proprio la generalizzazione a rendere 'distanti' dall'uomo le diverse professioni che ci troviamo a vivere quotidianamente? Restare 'attaccato' all'ascolto di tutte le singole storie narrate ha significato per me 'vivere' totalmente dentro quella situazione, per tutto il tempo che è durata la serata, dando in questo modo 'qualità' a quel tempo e alle storie ascoltate. Ho compreso la difficoltà di essere dei lavoratori dentro le singole persone. Ho compreso l'intensità del loro vivere quotidiano. E quando dico 'ho compreso', intendo dire 'ho avvertito dentro' perché mi è stato testimoniato e ho potuto solidarizzare molto intimamente con queste testimonianze e con le loro singolari esperienze lavorative, anche se solo dentro di me. (Marco Vincenzi)

Ripensando a quell'incontro...

Ricordo molto bene alcune testimonianze che in qualche momento mi hanno addirittura commosso. Lo "strumento" potente, a mio avviso, utilizzato in quelle narrazioni è l'organizzazione stessa degli argomenti utilizzati, ossia, il fatto che se "lo stesso lavoro" viene raccontato da tre persone diverse avremo tre racconti differenti con accenti su emozioni, interrogativi, paure e dubbi di quell'individuo. E' potente anche quanto si intuisce o si immagina di quella persona mentre si racconta.

L'organizzazione di quell'incontro con quella struttura a me è piaciuta, prendendo da questo, quel tipo di emozioni. Mi sarebbe piaciuto poter avere un momento dedicato per porre domande o portare riflessioni, ma forse questo ha un'altra finalità alla quale non è detto non si possa tendere.

Forse più che un unico incontro, si potrebbe prevedere un ciclo di incontri dove, attraverso delle narrazioni, un gruppo di operatori "misti" (ausl, cpi) si interroghino affrontando tematiche diverse: l'idea del bisogno, del rispetto, cosa si porta nel lavoro, l'interconnessione dei ruoli ecc (Patrizia Valeri)

Ho partecipato all’incontro non facendomi tante domande sul tema e sulle persone che avrei incontrato quella sera.

Ricordo l’atmosfera molto cordiale e accogliente.

Ed ecco che inizia l’incontro, ascolto con interesse le prime testimonianze e ogni volta che si passava alla successiva era come una musica che aumentava sempre di più il suo ritmo… un ritmo sempre più incalzante che ha raggiunto il cuore e la mente.

Il lavoro di cura difficile ed impegnativo che ti porta ad agire velocemente senza pensare troppo ma che si fonda su una solida base comune e condivisa da tutti gli operatori: il senso di dignità e rispetto della persona malata considerata innanzitutto come essere umano.

Incontro da ripetere dove magari alla fine della serata dare la possibilità a chi se la sente di scrivere, in uno spazio apposito, le proprie sensazioni, opinioni e idee. (Michela Montanari)

  

ALLEGATO

La pratica dell’aver cura. Il lavoro in un racconto

Incontro pubblico Lunedì 5 maggio 2008, ore 21

Sala degli Archi – piazza Cavour - Rimini

 Oggi viviamo in una società che propone modalità di interazione fra le persone condizionate dalle nuove tecnologie. Ci si rapporta, si lavora, si scambiano idee, contatti e affetti soprattutto attraverso il telefonino, i messaggi sms, internet e, come disse Marshall McLuhan - uno dei primi esperti di comunicazione – il medium è (diventato) il messaggio.

Sembrerebbe quindi anacronistico credere di poter ricreare momenti di incontro sguardo verso sguardo, dove poter narrare e ascoltare semplici storie di lavoro dalla viva voce dei protagonisti e, ancor di più, sarebbe difficile comprenderne il senso.

Un grande studioso del ‘900, Walter Benjamin, a proposito dell’opera di Nikolaj Leskov, scrittore e giornalista russo, scriveva che "…chi viaggia ha molto da raccontare (…) ma altrettanto volentieri si ascolta colui che, vivendo onestamente, è rimasto nella sua terra e ne conosce le storie…". Sono le storie che, solo per il fatto di essere narrate, diventano, per coloro che ascoltano, nuove forme di realtà e che permettono la costruzione dei significati necessari ad una migliore comprensione del senso delle cose.

"L’uomo - aggiunge Antonio Tabucchi - è diventato civile, ha inventato se stesso e ha inventato la storia, ha imparato a vedersi e a capirsi quando ha imparato a raccontarsi, anche in una maniera molto semplice" ed è proprio ciò che intendiamo continuare a fare attraverso questa iniziativa, curata dal Centro per l’impiego e dall’Azienda USL di Rimini.

Abbiamo pensato di proporvi la possibilità di ascoltare la parola dei protagonisti del lavoro che, attraverso diverse professioni, si occupano della cura delle persone; un lavoro che in sé viene pensato al femminile, ma che viene svolto da donne e uomini.

Luigina Mortari - docente di Epistemologia della ricerca pedagogica all’Università di Verona - in un suo saggio, che prende in esame le radici filosofiche di questo concetto, scrive che "Tutti hanno bisogno di essere oggetto di cura e di avere cura. L’essere umano necessita di essere accudito perché, a partire dalla nascita, questa è la condizione necessaria affinché si dischiudano le stesse possibilità di vita. Allo stesso tempo, ha bisogno di avere cura di sé, degli altri e del mondo per costruire il significato della sua esistenza" e questo incontro può essere un momento per tornare a riflettere su questo aspetto della nostra vita con l’opportunità di ascoltare chi si trova a farlo da una condizione professionale.

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