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Il ragazzo selvaggio / Francia 1969 / Regia di Francois Truffaut

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[Francia. Fine del settecento. Un medico-pedagogo francese e la sua governante cercano di riportare alla vita sociale un ragazzino vissuto allo stato brado e trovato in una foresta]

Francia, fine del settecento. Alcuni contadini scoprono nei boschi dell’Aveyron (una regione nel sud del paese) un ragazzino, approssimativamente dodicenne, che ha comportamenti semianimaleschi: si esprime a grugniti, morde, non tiene se non raramente una postura eretta, rifugge coloro che gli si avvicinano, mangia e beve come un animale. La notizia del ritrovamento arriva a Parigi e si decide subito di trasferirlo all’Istituto Nazionale per Sordomuti dove operano il dottor Pinel e il dottor Itard. Dopo un breve periodo di osservazione e confronto costoro sviluppano due teorie opposte sulle ragioni della sua condizione: Pinel è convinto (o ipotizza) che sia stato abbandonato nella foresta dalla sua famiglia perché anormale, Itard, invece, pensa che le sue stranezze siano il risultato di anni di totale isolamento. Il primo propone di trasferirlo nel manicomio di Bicêtre, Itard invece vorrebbe portarlo con sé nella sua casa di campagna vicino a Parigi e aiutato dalla sua governante Mme Guérin educarlo alla vita sociale. Si decide di dare al giovane medico e pedagogo Itard e al ragazzo questa possibilità. L’educazione incomincia subito dall’apprendimento delle attività più semplici (mangiare, lavarsi, indossare indumenti) per poi allargarsi al rapporto con la vita sensoriale, all’uso del linguaggio, all’apprendimento dell’alfabeto fino ad avventurarsi anche nella verifica della attività della sfera della consapevolezza morale. Anche grazie alla presenza di Mme Guérin il processo educativo è attento anche agli aspetti emozionali della vita di Victor (è questo il nome che gli verrà dato in un momento in cui lui stesso sembra rispondere ad esso). Non mancano le difficoltà, i momenti di arresto, le opposizioni, le fughe. Victor è ancora potentemente attratto dalla vita selvaggia vissuta prima, non poche volte è assente ed estraniato nel mentre vive con i suoi educatori. Di fronte al lavoro quotidiano che Itard gli propone-impone esegue, a volte probabilmente senza capire il perché di quelle bizzarrie che gli vengono imposte e che si può ipotizzare lui viva, all’inizio almeno, come giochi. Itard è distaccato e nel contempo coinvolto nel rapporto con Victor, a volte forse un po’ troppo distaccato (vedi ad esempio la pratica dei premi e delle punizioni associate ai successi e ai fallimenti), altre un po’ troppo coinvolto-confuso (come quando rimprovera rabbiosamente la sorte di averglielo fatto conoscere), il più delle volte però ad una giusta distanza che gli permette di lavorare davvero alla crescita di Victor. Tiene diligentemente un diario dove racconta la sperimentazione educativa che sta mettendo in atto e l’esperienza che sta vivendo. E’ a questo diario che si è ispirato il regista. Ciò che all’inizio Victor fa forse soprattutto per compiacere (e ricambiare) gli adulti che si prendono cura di lui ad un certo punto comincia ad acquisire senso anche dentro di sé e pian piano i suoi rapporti con gli altri vicini si rinforzano e si colorano d’affettività e l’una cosa rinforza l’altra. Il processo, pur negli alti e nei bassi, negli arresti e nelle riprese, è ormai avviato verso lo sviluppo alla socialità di Victor e qui la narrazione si interrompe lasciando aperta all'immaginazione e alla curiosità dello spettatore la storia susseguente. Trasposizione di una narrazione diaristica, oltre al valore estetico che ha, il film è una dimostrazione esemplare di quanto la mediazione della scrittura possa essere indispensabilie a chi ha bisogno di ricordare, di conoscere, di capire. (G.M.)

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