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Non ti muovere / Italia 2004 / Regia di Sergio Castellitto

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Di fronte all'angosciante situazione della figlia quindicenne che rischia di morire a seguito di un incidente il protagonista del film, un chirurgo, rivive a flash la propria vita.

Di fronte all’angosciante situazione della figlia quindicenne che rischia di morire a seguito di un incidente il protagonista del film, un chirurgo, rivive a flash la propria vita, professionale ma soprattutto emotiva, e di quest’ultima in particolare il momento in cui l’amore profondo per una donna è entrato, per una volta almeno, davvero dentro di essa, nelle sue viscere. La vita di Timoteo, è questo il nome del chirurgo, (Sergio Castellito, attore e regista nel contempo del film), si rivela nel complesso come narcotizzata e irregimentata in routine che tendono a diventare sempre più mortifere, è avvolta nell’ipocrisia, nelle gabbie delle convenienze, limitata profondamente dalla incapacità di capire gli altri e di comunicare con loro, sconnessa a quella delle persone che dovrebbe amare e da cui dovrebbe essere amato, inevitabilmente quindi spesso crudele, in certi momenti violenta, insensata, per vari versi allucinate. Sembra il ritratto di quella che un tempo, al tempo della mia giovinezza, si osava chiamare la follia della normalità, il gioco perverso che rassicura ogni giorno ognuno a patto di farlo pian piano morire. Poi in questa vita votata alla morte qualcosa di sconvolgente per fortuna accade. 
Non è certo un film sulla professione medica questo, su certi modi possibili di viverla, su alcune facce che possono starle a volte dietro, o meglio davanti a nasconderla, su come certi segni possono aiutarci a comprendere come in certi casi possa essere vissuta e praticata. Non credo proprio sia stato questo l’intento del regista. Forse il protagonista poteva essere anche un altro, che so io, un avvocato, ad esempio. Difficile dirlo. In ogni caso a mio parere qualcosa il film ci dice di essa, e non solo di essa. E quel che propone, anche non volendolo, non è certo una cosa secondaria. Ci mostra che la professione medica, non meno di altre, forse più, sta dentro alla vita, alla morte, è attraversata continuamente dall’amore, quando raramente si manifesta, o più spesso purtroppo dal disamore e dalla alienazione, connessa al senso-non senso che essa ha per noi, al modo in cui l’interpretiamo, agli incontri che facciamo. A chi pensa, infine, che dire questo sia come sfondare una porta aperta credo che il film sia una proposta ad aprirla comunque, almeno una volta, quella porta. (G. M)

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