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Il grande cocomero / Italia 1993 / Regia di Francesca Archibugi

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Due uomini (uno di essi infermiere) di fronte alla stato di coma di due donne a cui sono legati affettivamente vivono fino in fondo il dramma della incomunicabilità.

Arturo (Sergio Castellito), giovane neuropsichiatra infantile, dopo una dolorosa separazione con la moglie che ancora divora la sua vita e sembra averlo segnato con una insidiosa pungente quotidiana malinconia, diventa primario di un reparto di neuropsichiatria infantile in un quartiere popolare romano, un luogo istituzionale periferico, marginale, fisicamente decadente. Pur con una carenza cronica di personale e di risorse, anche con l’esempio di un impegno lavorativo totale, è riuscito con altri medici ed infermieri, anche loro in uno stato continuo-cronico di stress, a creare un luogo in cui si cerca di accogliere il disagio e il dolore dei giovani pazienti e di cercare insieme a loro (anche facendosi ispirare e a volte condurre) le migliori terapie e migliori modi di vivere, o di sopravvivere. Continua ancora Arturo (ora però con un accanimento e una disperazione che prima non conosceva) la ricerca e l’attesa di qualcosa che mai giunge (il Grande Cocomero, una vita migliore, la realizzazione dei sogni migliori), come era stato ispirato a fare a suo tempo dalle strisce di Charles M. Schulz nella fanciullezza. Qualcuno tosto come era lui, in particolare Pippi (giovanissima paziente affetta da una epilessia che si rivelerà di origine psicogena), sembra in grado di prendere ora il testimone, e questo gli dà una buona ragione per continuare ad alzarsi ogni mattina e fare il proprio lavoro. Questa è ormai la sua vita, ad ogni giorno la sua fatica e le sue piccole precarie gioie, pur con gli sputi in faccia quotidiani (l’ultima scena), e le domande senza alcuna risposta che bruciano l’anima (Perché i bambini muoiono? Perché soffrono tanto dolorosamente? – così dopo aver letto un brano dell’Idiota di Dostoevskij al funerale di una piccolissima paziente, Don Annibale chiede ripetutamente a Cristo, a Dio). Vicino a lui i pochi adulti che ancora non si sono arresi, e chi pur tanto incomprensibilmente ferito dalla vita (i giovani pazienti) ancora, nonostante tutto, resiste, e forse può continuare di nuovo a sognare.

Il film è ispirato all’esperienza di Marco Lombardo Radice, neuropsichiatra infantile scomparso prematuramente nel 1989. (G.M.)

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