loga ausl della romagna
Rimini
Qr Code
URL della pagina
 

L'assunzione del ruolo di coordinatore / Quattro interviste

Inserito in Interviste - Ultima modifica il:

Valutazione attuale: 5 / 5

Stella attivaStella attivaStella attivaStella attivaStella attiva
 

Inseriamo di seguito il testo di quattro interviste a quattro coordinatori sulla prima fase del coordinamento infermieristico svolte nel periodo autunno-inverno 2011 come parte del lavoro di tesi di Gaetana Di Malta del Master in Management nell'area infermieristica, ostetrica e tecnico sanitaria, preventiva e riabilitativa.

Realtà operative e stili di coordinamento diversi tra loro permettono al lettore di prendere contatto con molte facce e vari problemi che tale attività comporta e con alcune modalità sperimentate per affrontarli.

Due coordinatori con maggiore esperienza lavorativa alle spalle raccontano i primi anni di coordinamento di una U.O. di Medicina (Sofia Urbinati) e di un RTP,residenza a trattamento protratto (Patrizia Pesci); due più giovani quelli in una U.O. di Radiologia Interventistica (Andrea Marzaloni) e in una U.O. di Otorinolaringoiatria (Monia Fabbri).

Intervista, con risposte scritte, di Sofia Urbinati

Infermiera da 1981, specializzata in assistenza chirurgica dal 1985, dipendente in ruolo dell'AUSL di Rimini con funzioni di coordinamento dal 2003, nel corso degli anni ha sviluppato competenza nell'assistenza ai pazienti chirurgici ed ha svolto attività di docenza a corsi per ADB, OTA e OSS ed ha partecipato a corsi e convegni sia in qualità di organizzatrice, che in veste di relatrice. Ha acquisito il Master di 1° livello in Management Infermieristico nell'anno scolastico 2006-2007. E' coordinatrice della U.O. di Medicina dal 2005 ad oggi.

1a) La mia prima esperienza di coordinamento formale è stata nel 2003, in una specialità chirurgica dove sono andata temporaneamente (per circa due anni) a sostituire la sostituta (in mobilità per un ruolo) della coordinatrice titolare (assente per gravidanza). Si trattava di un reparto che, a causa del trasloco in una sede provvisoria per ristrutturazione della logistica definitiva, al momento era stato ridotto a 12 posti letto ordinari + 2 di DH e ambulatori specialistici. Il gruppo era costituito da 12 infermieri della degenza + 3 infermieri dell’ambulatorio, + 2 audiometriste, + 1 logopedista, + 9 medici. In degenza non c’era ancora l’organizzazione a settori come ora, ma un’organizzazione basata essenzialmente su un’assistenza per compiti: un infermiere gestiva la medicheria, un altro solo gli operati del giorno, un terzo infermiere gli altri pazienti e infine c’era l’infermiere referente del servizio prericovero, che fungeva anche da mio sostituto nelle assenze. Ricordo che i problemi aperti al mio ingresso riguardavano ad esempio la presenza di una fascia oraria scoperta nel turno del mattino, dalle 13 alle 14, in cui restavano solo l’infermiere di medicheria e del prericovero, con un impatto negativo abbastanza rilevante, in quanto a quell’ora uscivano gli ultimi operati dalla sala operatoria, contemporaneamente alla chiusura dei vari processi assistenziali della mattina. Di notte poi c’era un solo infermiere, ma era previsto un piano di attivazione dell’infermiere o dell’OSS del reparto adiacente, in caso di necessità. Un altro problema era legato alla gestione delle liste d’attesa e della preospedalizzazione, che necessitava di una strutturazione più definita. Tuttavia, ciò che più era stato, come dire… sottolineato in maniera chiara dalla Direzione, era la necessità di motivare a lavorare insieme un gruppo di infermieri e medici che non era abituato a fare gioco di squadra, e che aveva al proprio interno situazioni di conflitto irrisolte da tempo.

2b) La mia era una situazione particolare: in primo luogo non ero io la coordinatrice titolare, ma solo la sostituta. Ero alla prima esperienza di coordinamento, e anche se avevo avuto esperienza per tanti anni come referente della sala operatoria oculistica e chirurgia pediatrica, il ruolo, i tempi e i contesti erano completamente differenti. Uno scoglio immenso: non c’era solo la difficoltà di identificarsi in un ruolo nuovo, ma dovevo calare in un reparto di degenza, quando io avevo lavorato per più di vent’anni solo ed esclusivamente in sala operatoria! Cos’era il Medtrak? E la gestione del lavanolo? E il problema dei posti letto? Invece di un tavolo di ferri chirurgici standardizzato al millesimo, dovevo fare i conti con la necessità di aiutare a lavorare insieme delle persone che, fra l’altro, non sembravano andare molto d’accordo.

2c) I punti di forza su cui potevo contare erano rappresentati dalla conoscenza pregressa sia del target di pazienti che delle modalità di lavoro/relazione di specialisti con i quali avevo già avuto modo di confrontarmi in sala operatoria. Ricordo che per quasi un anno ho continuato a ripetermi che sarei potuta tornare a fare la ferrista qualora non fossi riuscita ad adattarmi al nuovo ruolo, anche perché avevo lasciato un lavoro che mi piaceva ancora tanto e nel quale avevo raggiunto un livello di performance che mi dava quella sensazione gradevole di soddisfazione ed autorealizzazione. Peccato che fisicamente non riuscissi più a sostenere i ritmi della sala operatoria… quando ci ripenso sento ancora nostalgia. Invece nel nuovo lavoro le soddisfazioni erano veramente poche e non duravano: il senso di gratificazione veniva subito sostituito dal senso di inadeguatezza, dalla consapevolezza di essere sempre sotto esame da parte del gruppo, specie degli infermieri più “anziani”, dei quali era quindi prioritario conquistare la fiducia. Il gruppo medico invece non mi preoccupava, anche se il Direttore lo vedevamo solo di sfuggita in tarda mattinata, quando veniva in reparto a verificare la seduta operatoria del giorno successivo. Quando avevo bisogno di confrontarmi, ad esempio per problematiche cliniche, dovevo “appostarmi” quando usciva dalla sala operatoria e cogliere l’attimo fuggente. Per il resto mi lasciava molta autonomia, ma ancor oggi non saprei dire quanto questo fosse positivo o negativo, ovvero: aveva molta fiducia in me o…? Per fortuna a casa avevo un vero e proprio team di sostegno che mi supportava sia sostituendomi nella gestione della casa, dato che ogni giorno rientravo molto tardi, sia con continui rinforzi dell’autostima. Questo è stato sicuramente un punto di forza a mio favore, così come alcune competenze che avevo sviluppato grazie al mio ex coordinatore, che nel corso degli anni mi aveva consentito di formarmi e fare esperienza in merito alla gestione dell’inserimento e valutazione dei neofiti, (ero un tutor), della formazione, accreditamento, EBN, statistica e ricerca in banche dati (di cui ero referente); inoltre capitava di essere responsabile di turno durante le sue assenze. Comunque, non è detto che un professionista preparato, sia per attitudine, o conoscenze ed esperienza, sia poi in grado di condurre un gruppo, o gestire un’organizzazione, perché il risultato non è statico, è più della somma delle parti, è uno scambio continuo che a volte fa arricchire e a volte fa perdere. Richiede un impegno e uno sforzo continui. Rispetto alle capacità relazionali, devo dire che il fatto di aver sempre lavorato in sala operatoria non mi aveva molto aiutato. Non ero abituata ad interagire con la comunicazione verbale: in oculistica poteva accadere di lavorare anche per l’intero turno al microscopio, in silenzio, nella penombra, muovendosi al minimo. Ricordo che un giorno, mentre ero affiancata alla coordinatrice uscente, nella prima settimana di lavoro nel nuovo reparto, questa mi aveva sentito sollecitare telefonicamente un esame in radiologia, e preoccupata mi aveva subito messa in guardia sul fatto che il modo in cui ci si mette in relazione è fondamentale, e se avessi gestito le negoziazioni in un modo così asettico avrei trovato tutte le porte chiuse. Ecco, su questi aspetti ho dovuto lavorare veramente tanto, e spesso “ho sbattuto il naso” proprio per problemi legati alla capacità di entrare in relazione in maniera adeguata con gli altri. Il Master in Management poi mi ha permesso di approfondire tutti quei contenuti specifici che alla mia formazione mancavano. L’analisi sistemica, che mi sembrava così astratta e lontana dalla realtà, con quella storia della struttura di base, meccanismi operativi, processi sociali… poi è diventata uno strumento utile per dare un profilo e un contenuto a quegli elementi in cui ero immersa ma che non riuscivo a strutturare in un’immagine definita.

3a) Uno dei primi progetti a cui ho, anzi abbiamo dovuto lavorare, è stato migliorare la turnistica e completare la struttura della preospedalizzazione. Successivamente abbiamo rivisto la documentazione infermieristica introducendo la scheda di terapia integrata e abbiamo formalizzato la consulenza infermieristica per la persona portatrice di tracheostomia. Come sono nati questi progetti? Bè, dicono che la regola generale per cambiare qualcosa è tener presente quali sono i bisogni: non si può cambiare solo per cambiare, per dimostrare che si è fatto qualcosa. Tuttavia, a volte i bisogni non sono subito chiari, impellenti: si deve cercare di anticipare la risposta alle necessità con meccanismi innovativi, creare nuove offerte, sempre naturalmente in base al contesto (ad es. come per il progetto della consulenza infermieristica). Ma prima di cambiare, quando si arriva in un reparto nuovo, è indispensabile capire qual’è il sistema organizzativo esistente, le relazioni gerarchiche e funzionali, quali energie o “giochi” si vanno a muovere, perché se si rischia di “stuzzicare” un po’ qualcuno, allora è meglio avere i cosiddetti stakeholders, gli alleati, che si trovano chiedendosi: chi può avere interesse a questo progetto? E’ strategico anche individuare prima alcune persone che per specifiche attitudini possano essere di riferimento nel cambiamento (ad es. l’infermiera del prericovero e quello esperto in informatica per il progetto della preospedalizzazione), per questo bisogna pazienza e tempo per conoscere quelle diversità che nel gruppo rappresentano una ricchezza da ricercare e sviluppare. Stessa cosa per la motivazione: ognuno ha le proprie spinte motivazionali: bisogna imparare a riconoscerle. E poi, una volta cambiato, è indispensabile stabilizzare, altrimenti si può rischiare di tornare indietro. In realtà, ripensandoci, la prima cosa che ho fatto, e ho notato che anche altri Colleghi hanno fatto così, quasi come se ognuno di noi avesse bisogno di “fare il nido”, è stato modificare la logistica. Questo intervento può servire sia a rendersi conto degli spazi e risorse presenti, sia ad apportare subito delle migliorie “tangibili”. Tuttavia, se dovessi rifarlo, penso lo farei in modo diverso, più partecipato, chiedendo il parere e il consenso al gruppo, non preparando un pacchetto preconfezionato. Anche il mio ingresso in reparto lo cambierei. Ricordo di non essere stata presentata in maniera formale al direttore e al gruppo, ma di essere andata ad un rapido ed imbarazzante colloquio in sala operatoria per incontrare il primario tra un intervento e l’altro, mentre il gruppo l’ho conosciuto ad ogni turno entrante. Dovendo rifarlo preferirei un incontro preliminare con il tutto il gruppo, magari con un bel discorso carismatico, sincero e trasparente. Ecco, questa è una parola chiave per me: la trasparenza. Così come la pretendo dagli altri per poter instaurare un rapporto di fiducia e collaborazione, così cerco di garantirla in tutte le relazioni, anche nelle alleanze. Purtroppo non sempre può essere ricambiata, ci sono condizioni e ruoli in cui non sempre si può giocare a carte scoperte, e questo mi genera confusione. Quando sono confusa in genere combino guai, perché purtroppo sono impulsiva, e questa non è una dote vincente per un coordinatore, che invece dovrebbe ponderare sempre ciò che fa e dice, per tenerne sotto controllo gli effetti.

3b) Abbiamo introdotto il tema delle alleanze. Che dire? Servono, non se ne può fare a meno, lo dico io che mi muovo sempre come un elefante in un negozio di cristalli… non ho ancora imparato, non sono da prendere come esempio rispetto a questo. Però essere consapevoli che il problema esiste dovrebbe essere il primo passo per migliorare… La Direzione Infermieristica deve essere sicuramente la prima alleata, è naturale che lo sia, perché il coordinatore è in line con la Direzione Infermieristica, ma anche lavorare in armonia con il Direttore di U.O. è importante… Il problema è che se dovesse accadere che le forze si scontrino su problemi che hanno un approccio a volte contrastante per interessi diversi, bè allora i nostri saggi nonni direbbero in dialetto romagnolo “E mor e più peccol” e il più piccolo, a “morire” in questo triangolo, è senza dubbio il coordinatore. Il gruppo non so quanto possa essere un alleato. Una mia cara amica mi ha sempre messo in guardia, perché per lei, proprio per il ruolo che il coordinatore riveste, non ci può essere alleanza con il gruppo. Il gruppo poi è fatto da tante persone, non tutte hanno la stessa maturità professionale: a distanza di 12 anni dalla normativa che ha ridisegnato la professione, ancora molti pensano di essere dei semplici esecutori di attività. Diventa dura la questione, perché tu hai delle aspettative che devi invece costantemente rivedere e livellare sul piano delle aspettative del gruppo, ma poi devi fare i conti con un’organizzazione che invece va avanti, e con lui, il soggetto del tuo lavoro: l’utente. Lui non ha dubbi: si aspetta dei professionisti. Allora devi impegnarti costantemente a far arrivare a livello chi ancora non lo è… ma non è così facile…

3c) Dato che il sistema deve essere percepito dall’utenza come affidabile e sicuro, il coordinatore gioca il suo ruolo in maniera ancora più complessa di quella dell’infermiere. Ovvero: quando svolgevo le mie attività in qualità di ferrista, rispondevo in maniera diretta del mio operato e del risultato per quel che riguardava l’attività degli OSS e degli studenti a me affiancati. Ma quando andavo a casa avevo finito. Come coordinatrice, mi trovavo a rispondere non solo delle mie azioni dirette, ma anche di quelle del gruppo, anche quando non ero in turno e non solo in termini di risk management ma anche di preposto alla sicurezza dei lavoratori.

3d) L’organizzazione dei servizi d’interfaccia sono stati una vera sorpresa: quando facevo la ferrista non immaginavo che il coordinatore svolgesse tutto quel lavoro legato alle tante interfacce. Ogni settimana c’era almeno una riunione e, mentre all’inizio partecipavo anche senza leggere bene l’ordine del giorno, poi con il tempo ho imparato che dalle interfacce, oltre ad altri aspetti pratici, si possono ottenere tante informazioni, la cui necessità è in costante aumento per gestire la complessità e convertire i dati in azioni. Chi non è informato è tagliato fuori, non riesce a compiere scelte adeguate al contesto, per questo è importante avere anche un buon metodo di raccolta, elaborazione, distribuzione, scambio e archiviazione dati. Me ne sono reso conto anche quando ho dovuto lavorare all’accreditamento. E tutto il processo di programmazione e budgeting? E’ importante ripercorrerlo continuamente durante l’anno, per non rischiare di scostarsi troppo dai ritmi e tempi delle attività programmate, e riallineare gli scostamenti registrati finché possibile. Ecco, questo all’inizio è veramente difficile, è lontano dal modo di lavorare di quando facevi l’infermiere, così come leggere dei report, o definire degli indicatori e poi saperli utilizzare, o utilizzare la statistica che invece a chi la sa usare può fornire metodi utili per impiegare le informazioni prendendo decisioni anche in condizioni di incertezza.

5d) Il consiglio che potrei dare è quello che hanno insegnato a me: stare con un doppio mirino sempre centrato, un po’ sul gruppo, cercando coesione e affiatamento, e un po’ sul compito, ovvero l’assistenza al paziente, aumentando il lavoro di manutenzione di qua o di là in base alle necessità. E non avvilirsi, quando si deve ricominciare di nuovo, anche se io son brava a dirlo e invece lo faccio ogni volta che rimango delusa. Basta poco per far entrare in crisi il gruppo; basta una piccola minaccia, tipo un periodo in cui si sta tirando tanto e qualcuno (c’è sempre in ogni gruppo) se ne tira fuori: questo fa nascere conflitti, perché il gruppo trae la sua forza dall’impegno di tutti. “Siamo tutti nella stessa barca” non è solo un modo di dire: chi non rema danneggia gli altri. E poi quella trasparenza di cui parlavo prima: le persone si accorgono se bari, e lo spirito di squadra forse essenzialmente si basa proprio sulla lealtà, su quel rapporto di fiducia che si costruisce solo con tanto tempo ed impegno, mentre per perderlo basta poco, bastano anche le ombre, e c’è sempre qualcuno che si diverte a farcele vedere. Ma si impara a difendersi anche da questo.

Altre considerazioni

Altre riflessioni.

Nel tempo mi sono resa conto che avere un hobby aiuta molto a scaricare lo stress. Il mio, anzi il nostro perché lo condivido con mio marito, è nato casualmente da una gita a L’Aquila. Leggendo alcuni articoli sull’architettura dei suoi monumenti, siamo stati coinvolti in una ricerca appassionata della simbologia medievale e quindi nello studio di testi in cui la veridicità della storia si intreccia con l’architettura, la filosofia e l’esoterismo. Ma la cosa più bella è che siamo stati spinti a viaggiare, anche facendo piccole gite di mezza giornata, riscoprendo luoghi vicini, nelle Marche, in Umbria e in Toscana, dove basta guardare il panorama o perdersi nelle immagini scolpite nei capitelli cercando di capirne il significato, per dimenticare la stanchezza e a volte anche la frustrazione e sentirsi meglio. Parlo di frustrazione perché è un sentimento con cui purtroppo si deve imparare a convivere, in quanto ci si trova a fare da “paracolpi” tra le aspettative dell’utenza, del gruppo, della direzione infermieristica/medica e delle numerose interfacce… è chiaro che non si può accontentare tutti, anche perché ci sono variabili sulle quali il coordinatore non ha l’autorità per intervenire.

Tornando alla fatica del lavoro un’altra situazione a cui ci si deve adattare in fretta è l’esagerato carico di imput nei confronti dei coordinatori. Se non si impara a distinguere bene quello che ti riguarda e anche a saper dire “NO” senza dire “NO” (perché il “NO” non è mai ben accetto…), si rischia di diventare responsabili di tutto e di perdere di vista quello che è il vero mandato del coordinatore: la risposta al bisogno di salute del paziente attraverso il gruppo assistenziale. Ti rendi conto di quanto ti stai perdendo quando non riesci più a gestire il tempo: le ore passano e hai fatto di tutto, tranne le cose che ti eri riproposto e che magari erano anche urgenti. Quando invece delle ore passano addirittura i giorni, e la settimana finisce e si sono accumulate altre cose, ecco che allora hai veramente un problema. Se poi ci aggiungi l’ansia… Ecco, a me questo accadeva spesso all’inizio e ogni tanto accade ancora. Uno strumento che si è rivelato utile, è stilare la sera prima un elenco delle attività da svolgere numerandole in ordine di priorità, e tenere in vista l’elenco per tutto il turno di lavoro, in modo da non riempire la giornata solo di attività “tappabuco”. Nel tempo ho sperimentato che a volte quelle cose che per gli altri sembravano urgenti tanto da passare avanti a tutto, poi invece si sistemano da sole oppure vengono risolte da coloro che imparano ad attivarsi invece di delegare tutto… Anche perché il coordinatore avrebbe bisogno di tempo per ragionare sulle strategie da attuare per integrare tutte le varie parti del sistema, che deve funzionare come un tutto. Il mito del leader visto come il capitano di cavalleria che guida la carica contro gli indiani, magari verso il massacro, come fa Mel Gibson in una scena famosa del film Braveheart, non funziona più. Riportando un esempio che avevo letto tempo fa, quando dal Titanic venne avvistato l’iceberg, il capitano esercitò la sua leadership dando gli ordini giusti al timoniere e al macchinista, ma la nave non era progettata per compiere quelle operazioni in tempo utile. Il problema doveva essere previsto prima! Non a caso nel film di James Cameron il progettista riconosce le proprie responsabilità e si lascia affondare con la nave. Pare sia questo il nuovo ruolo del leader, il progettista, che se lavora bene riesce a prevedere e bloccare i problemi. Ma questo richiede grande impegno, impegno che spesso è assorbito dalla necessità di sopravvivere ogni giorno nell'organizzazione.

Quando parlavo delle alleanze, vorrei aggiungere che ritengo importante creare alleanze con gli altri coordinatori. In questo penso di essere stata fortunata perché il corso di Master ha consentito di formare con gli stessi contenuti e nello stesso setting, un bel gruppo di coordinatori che al momento di lavorare insieme o confrontarsi si sono trovati già in sintonia. Devo dire però che i miei modelli di riferimento li ho trovati soprattutto nel gruppo storico dei coordinatori, quelli con la formazione precedente: con la loro esperienza sono sempre stati un aiuto molto valido, mi hanno aiutato a contestualizzare concetti che altrimenti sarebbero rimasti solo una bella teoria.

Due parole sulla leadership? Non ricordo di aver avuto uno stile, all’inizio. Ho faticato molto a riconoscermi nel ruolo, per tanto tempo mi sono sentita ancora una brava ferrista e un’improvvisata coordinatrice che imparava sul campo, anche perché il Master l’ho iniziato qualche tempo dopo la mia prima esperienza. Ecco, il corso di studi e il titolo mi hanno aiutato nel riconoscimento del ruolo. Lo stile di leadership si sta costruendo nel tempo, adattandosi alle situazioni e al gruppo. Ci sono contesti in cui c’è il tempo e la possibilità di essere democratici, altri in cui bisogna decidere in fretta e comunque contro il parere di qualcuno. E’ chiaro che più c’è consenso da parte del gruppo, meno difficile sarà portare avanti un progetto. Il trucco quindi forse sta nel conoscere bene le persone con cui si lavora: in base alla loro maturità professionale si potrà avere uno stile di leadership più o meno direttivo, mirato sul compito, o delegante, mirato sugli aspetti relazionali per rendere il gruppo sempre più propositivo rispetto al miglioramento. I sistemi premianti ci sono: un buon turno, che consenta di conciliare il più possibile il lavoro con le esigenze personali, familiari, sociali; un clima di lavoro in cui si curi la crescita professionale, con situazioni stimolanti, formative, senza l’appiattimento della routine; in cui ci sia il riconoscimento da parte dei colleghi e delle altre figure professionali, le buone relazioni e la collaborazione, la buona gestione dei conflitti; l’informazione e la condivisione degli obiettivi aziendali da raggiungere con partecipazione a gruppi di lavoro.

_______________________________________________

Intervista a Patrizia Pesci Coordinatrice del Centro Salute Mentale di Riccione

Patrizia Pesci

dal 1995 al 2003 è stata coordinatore infermieristico dell'U.O. Medicina Donne di Riccione.

Dal 2003 al 2007 è stata Coordinatrice della RTP (residenza a trattamento protratto) del DSM (dipartimento di salute mentale) di Rimini.

Dal 2007 ad oggi è Coordinatore del CSM (centro Salute Mentale) della sede di Riccione e del Dh “Il Giardino”.


Tania – Puoi farci una breve presentazione di te e del lavoro che svolgi?

Patrizia: Mi chiamo Patrizia Pesci e lavoro dal 2003 ad oggi presso il Dipartimento di Salute Mentale. Dal 1995 al 2003 sono stata coordinatrice in Medicina presso l'ospedale Ceccarini di Riccione. Il passaggio dalla realtà ospedaliera a quella territoriale è stato molto impegnativo. In ospedale, soprattutto in Medicina, tutto era regolato da procedure e protocolli e la situazione organizzativa era ben delineata nei tempi e nei .ruoli. Il lavoro in psichiatria ha richiesto uno spirito di adattamento e di osservazione notevole. Il paziente era preso in carico a 360° e per un tempo lungo (in medicina per un breve periodo e gli interventi pianificati sono rivolti ad un bisogno temporaneo); si doveva lavorare proiettandosi verso il recupero delle abilità relazionali e sociali compromesse (a volte gravemente) dalla malattia mentale attraverso la pianificazione di progetti individuali, verificabili nel tempo. Inizialmente la sede era situata in Via Marechiese a Rimini, in seguito, nel 2005, l'Azienda ci ha trasferito a Bellaria.

Nella prima fase ho percepito un forte disagio fra gli operatori dovuto ad una demotivazione che nel tempo li aveva fatti sentire di “seconda scelta “(un po' come è vissuta a volte la psichiatria rispetto alle altre specializzazioni mediche).Aggiungo che chi lavora in questo settore sente spesso su di sé anche lo stigma che è presente pressoché ogni giorno, sia quando si è nel contesto sociale che quando ci si trova all'interno della realtà lavorativa.

Nella sede di Bellaria abbiamo gettato le basi per un lavoro multidisciplinare (infermieri, educatori, medici, psicologi, OSS, ADB) per la presa in carico e il recupero costituendo miniequipe che formulavano progetti di recupero individuali supportando l'utenza nel raggiungimento dell'obiettivo prefissato.

Gilberto – Scusa, coordinamento di...?

Patrizia: Ho iniziato con il Coordinamento del Glicine, una RTP (residenza a tempo protratto).Inizialmente si trovava in via Marecchiese. In seguito l’Azienda ci trasferì in una sede a Bellaria Igea Marina.

Tania – Che tipo di problematiche hai avuto?

Patrizia: Il gruppo degli infermieri non aveva mai avuto un coordinatore, c’era una certa “anarchia” ed una certa diffidenza nel riconoscere il ruolo del Coordinatore come figura portante e trainante del gruppo. Un altro problema era legato alle modalità di lavoro, avevano una tipologia operativa diciamo per “compiti”, non si era collocati in un processo. E' stato necessario cominciare ad incidere sulla identificazione dei ruoli specifici non solo il mio, fare ritrovare ad ogni infermiere le motivazioni al ruolo. L'organico era costituito inizialmente da 9 infermieri (di cui due generici alla fine del proprio percorso lavorativo) ed un educatore di Cooperativa. Per me, che provenivo dalla Medicina, il disagio principale era quello di trovarmi di fronte ad una nuova disciplina, ad un nuovo contesto operativo. Ho dovuto fare una analisi sistematica della situazione prima di muovermi nella ridefinizione dei processi organizzativi. Ho dovuto aspettare un anno per conoscere e capire dove e come intervenire, prima di individuare le priorità. Ho ascoltato tutti ma poi, rafforzate le mie competenze, ho iniziato con loro il cammino della riorganizzazione.

Tania – C’erano anche dei Medici?

Patrizia: Si, c’era un medico per poche ore settimanali, poi è stato affiancato uno psicologo in pianta stabile.

Tania – Ti sei trovata di fronte dei conflitti?

Patrizia: Più che conflitti ho trovato una grande demotivazione che pesava sulle relazioni fra colleghi e ricadeva sul quelle con l'utenza. Questa situazione era più presente all'inizio della mia esperienza, in via Marechiese .

Tania – Quali ritenevi fossero i tuoi punti di forza?

Patrizia: Allora sentivo l’esigenza di ridare dignità sia agli utenti che agli operatori, dignità e umanità a una struttura che era come spenta. Non avendo mai avuto un coordinatore all’interno gli infermieri non avevano un punto di riferimento stabile e questo aveva prodotto negli anni una dispersione di energie e una demotivazione diffuse creando meccanismi di compensazione che affidavano a qualche operatore più carismatico il compito di risolvere le criticità che mano a mano si presentavano senza pianificare un processo di cambiamento strutturato .

Gilberto – Quel servizio esisteva da molto tempo?

Patrizia: Si, da una decina di anni. La prima cosa che ho fatto è stata quella di indire una riunione per chiedere agli operatori quali ritenevano essere le criticità maggiori e quali erano le aspettative nei miei confronti. A distanza di un anno ho riunito il gruppo per comunicare i risultati della mia analisi. Senza accusare e puntare il dito su nessuno, senza cercare il conflitto, proponendo una serie di soluzioni che potevano aiutare a superare le criticità manifestate inizialmente dal gruppo, è iniziato il processo di cambiamento. La reazione è stata positiva.

Gilberto – Avevi già fatto la coordinatrice in un’altra realtà non certo facile, in questa nuova cosa volevi ancora dimostrare?

Patrizia: Ho capito lì quanto fosse importante un coordinatore. Credo che un vero coordinatore non abbia bisogno di imporre il proprio ruolo ma con autorevolezza e non autorità deve indirizzare il gruppo nelle scelte. Chi si impone ha fallito in partenza.

Gilberto – Ma come mai il passaggio da un coordinamento all'altro? Ti è stato chiesto o l'hai voluto tu?

Patrizia: L’ho voluto io. Ho sempre pensato che nel momento in cui avrei sentito pesante il confronto con un certo tipo d’utenza allora voleva dire che era giunto il momento di cambiare. Ho preferito rimettermi in gioco in un’altra realtà

Tania – Hai avuto delle buone collaborazioni, con chi ti interfacciavi?

Patrizia: Sul territorio ero molto isolata perché il Glicine era una realtà a sé. Ero isolata e avevo di fronte un gruppo di infermieri demotivato e stanco. Come mi sembra di aver già detto molti di loro erano alla fine della carriera. Ho comunque avuto la collaborazione da parte del Coordinatore del CSM di Rimini R.S.

Tania – Quanto ci è voluto per vedere cambiare le relazioni tra voi?

Patrizia: Circa 2 anni. Sono arrivata e nessuno mangiava con i pazienti, da una parte mangiavano i pazienti e dall’altra gli operatori. La prima cosa che ho fatto è stata di cominciare a mangiare con i pazienti, così, senza dire niente. Facevo la fila, andavo alla finestrella e mi sedevo nella sala con loro. Oppure passavo le ore ad intrattenerli, a parlare. Ero convinta che prima di organizzare qualsiasi cosa dovevo conoscere l’utenza. Dopo 2 anni tutti gli operatori mangiavano con gli utenti, abbiamo ottenuto un pulmino tutto sgangherato con cui cominciare a fare delle uscite In poche parole ci siamo aperti al mondo ed il mondo si è aperto a noi.

Gilberto – Che età avevano i pazienti?

Patrizia: Dai 18 ai 50 anni, molti giovanissimi, tutti utenti residenti nel territorio. Dopo 2 anni abbiamo aperto il Glicine a Bellaria ed è stata una cosa stupenda. Essendo una colonia si affacciava sul mare, con tanta luce e spazi enormi. Ho notato subito come l'ambiente sia fondamentale per la malattia mentale (dove lavoravamo prima era molto buio e sicuramente depressogeno!) In quell’occasione sia gli utenti che gli operatori sono stati coinvolti nel trasloco ed è stato un momento importante questo poiché si sono consolidate relazioni e abbiamo avuto la possibilità di conoscere e valutare molti aspetti dei nostri utenti. L'organico si è arricchito di altre quattro figure di educatori e questo ci ha permesso di creare una nuova organizzazione (per mini equipe multidisciplinare) che integrando i ruoli si è dimostrata efficace per la formulazione di progetti individuali riabilitativi. Abbiamo finalmente organizzato ”con “(e non ”su”) l'utenza il percorso di riabilitazione.

Il numero dei residenti era di 16 mentre circa 25 utenti frequentavano la struttura in regime di dh. Avevamo il dott. S. (responsabile medico) che veniva per 18 ore settimanali e lo psicologo che giornalmente seguiva gli utenti..

Tania – I rapporti con i parenti come erano?

Patrizia: Anche qui abbiamo avuto grandi difficoltà iniziali. Spesso le famiglie dei nostri utenti risultavano problematiche e poco coinvolte nel percorso di cura. Già nel vecchio Glicine avevamo riflettuto molto su tutto ciò e raccolto idee, solo a Bellaria però siamo riusciti a coinvolgerli attraverso l'organizzazione di momenti di incontro (feste, compleanni...), anche con le associazioni locali molto attive. Abbiamo avuto moltissimi consensi e grandi soddisfazioni.

Tania – Stiamo parlando del 2005 circa?

Patrizia: Sì. Vorrei aggiungere qualcosa ancora sull'importanza della relazione con l’utenza psichiatrica e con i suoi familiari. Non che in altre situazioni non lo sia. Già quando lavoravo in Medicina avevo toccato con mano quanto lo fosse. Nel rapporto con la malattia psichica però lo è molto di più. Qui il malato coglie ogni piccola attenzione o disattenzione, ogni minimo gesto d’affetto o di rifiuto, mai come in quel contesto operativo ho capito quanto l'attenzione alla vita affettiva, un atteggiamento di disponibilità amorevole autentico, possa fare miracoli. Possiamo essere bravissimi infermieri tecnicamente ma se non siamo attenti a “come” facciamo il nostro lavoro, se non dimostriamo la nostra disponibilità all'ascolto, alla risoluzione dei problemi... non saremo riconosciuti come professionisti completi.

Tania – All’inizio chi hai sentito vicino?

Patrizia: Ho avuto un grande appoggio dalla Direzione Infermieristica. Particolarmente da A. S. che mi aveva sempre incoraggiata ad andare avanti secondo la mia competenza e coscienza. Se ho potuto fare tutto quello che ho fatto è stato grazie a lei e alla referente della Direzione Infermieristica LL Ogni volta che avevo qualche grande difficoltà le contattavo per confrontarmi sulla gestione delle criticità.

Tania – Gli operatori come li sentivi?

Patrizia: Beh, all’inizio sentivo molto la loro ostilità. Forse non era proprio ostilità, erano solo abituati a gestirsi in autonomia, lavoravano soprattutto per compiti .

Tania – C’è stato un ricambio di Operatori?

Patrizia: Sì alcuni se ne sono andati spontaneamente

Tania – Quando hai cominciato a intravedere in loro il primo cambiamento?

Patrizia: Quando abbiamo cambiato sede. I pazienti erano più contenti per l'ambiente confortevole che si presentava ai loro occhi, anche gli operatori arrivavano al lavoro più motivati e il fatto di essere stati coinvolti nel trasloco li aveva uniti, si sentivano tutti artefici di un cambiamento. Anche le distanze fra operatori ed utenza si erano accorciate. All’inizio sentivo cose come: “deve capire e riconoscere che sono io l’operatore”. Ed io rispondevo: “ragazzi, ma se non sanno dare un’identità a se stessi come potete pretendere che riconoscano la vostra?”. Erano operatori così demotivati che alla fine non gli era rimasto che questo tipo di pretesa: vedere l’utente come qualcuno che doveva riconoscerli!

Tania – Il capo Dipartimento e di U.O. ti sono stati vicino?

Patrizia: All’inizio no, poi pian piano!

Tania - Cosa ti è mancato?

Patrizia: Forse un maggior coinvolgimento da parte dell’Azienda in merito alla sperimentazione di un possibile percorso lavorativo che alcuni pazienti avrebbero potuto avere. A Bellaria avevamo una cucina perfettamente a norma che poteva realizzare 1200 pasti al giorno; avevo ipotizzato un progetto in cui i ragazzi potevano diventare produttivi come accade in altre realtà (vedi esempio Trieste). L'Azienda in quella occasione si è tirata indietro e mi è dispiaciuto molto non dare loro questa opportunità

Tania - Parliamo di autostima professionale?

Patrizia: L’autostima ce l’hai quando vedi i risultati. Ogni gradino che raggiungi aumenta l’autostima.

Tania – Ti sei mai sentita sola?

Patrizia: Sì, i primi tempi tornavo a casa e sentivo addosso il peso del cambiamento radicale che stavo vivendo. Ero passata da una situazione in cui avevo consolidato le mie competenze ad una in cui dovevo ripartire totalmente da zero. In certi momenti mi sentivo completamente azzerata. Ogni volta che tentavo di dire qualcosa mi rispondevano: “ma cosa vuoi sapere tu? Noi siamo qui da 30 anni”. Però ci sta, ci sta tutto. Un bravo coordinatore sa che deve passare anche quello. E’ chiaro che vai a casa e ti disperi, però sai che sono passaggi obbligati. Sai che avrai chi ti punterà il dito contro, quello che ti aiuterà … l'importante è dare ascolto a tutti cercando di dare risposte concrete alle loro richieste.

Tania - Rinunce e benefici –

Patrizia: Ho rinunciato a qualche momento di riposo (abitando a Cattolica facevo 80 km al giorno), alla sicurezza sulla strada (sull’autostrada, una volta ha preso fuoco la macchina.). Ma quanto ho avuto in cambio... quanto affetto, quante gratificazioni ... ancora adesso sono in contatto con gli operatori e con gli utenti e spesso vado alle loro cene. E' stata un’esperienza umana e professionale indimenticabile.

Tania – Ti sei mai portata il lavoro a casa?

Patrizia: Nei primi tempi sì. Però ho sempre cercato di non coinvolgere troppo la mia famiglia, trovo giusto tenere separati i due versanti. Certo all’inizio mi vedevano e mi supportavano, ma ritengo giusto che le due cose siano separate.

Tania – Che consiglio daresti a una persona che comincia a intraprendere il ruolo di coordinatore?

Patrizia: Prima cosa contestualizzare, analizzare bene il contesto in cui lavori, non riorganizzare se prima non si è capito bene la realtà che devi coordinare .Mai entrare in un gruppo a gamba tesa. Non farsi influenzare dalle critiche e dalle accuse che gli operatori rivolgono ai propri colleghi ma essere spettatore guidante del processo di cambiamento avendo sempre presente che ognuno può dare secondo i propri limiti e potenzialità. Pretendere da ognuno il massimo.

Tania – Qual è la dote principale di un buon Coordinatore?

Patrizia: Deve essere una persona senza paraocchi. Aperta caratterialmente e sempre disponibile all'ascolto. Non vedere il proprio ruolo come un’occasione per mostrare “il proprio potere”. Non essere autoritario ma autorevole, coinvolgente. L'esperienza in psichiatria mi ha mostrato le varie facce delle persone e mi ha fatto capire che non esistono cambiamenti senza il coinvolgimento della base. Puoi decidere ed ordinare ma se non incidi profondamente sulla cultura del gruppo il cambiamento sarà momentaneo e le persone, in tua assenza, torneranno ai vecchi comportamenti. I miei utenti mi raccontavano che di fronte all'autorità del medico rispondevano secondo la Sua e non la loro volontà per paura dell'aumento della terapia: “Io – mi ha raccontato una volta uno di loro – gli dico sempre sì, così lo faccio contento, se no mi aumenta la terapia e poi non posso fare quello che voglio”. Mettersi su un piedistallo non serve a niente, se non a ribadire la nostra funzione quando non siamo riconosciuti dal gruppo.

Poi, incoraggiare gli operatori nell'intraprendere i cambiamenti, fargli capire che il cambiamento parte-dipende da loro, coinvolgerli anche quando ti criticano e ti rispondono male, cercare di capire perché lo fanno per rimuovere gli ostacoli che impediscono la crescita professionale.

 

____________________________________

Intervista al Coordinatore: Andrea Marzaloni - Radiologia Interventistica

[Presentazione del servizio di Andrea Marzaloni]

Il ruolo dell'Infermiere di Radiologiaè quello di garantire assistenza infermieristica a favore di utenti sottoposti a procedure radiologiche di carattere diagnostico e/o terapeutico.

Dal punto di vista operativo il lavoro svolto dall'Infermiere di Radiologia è assimilabile a quelloambulatoriale e confluisce nel 'Nursing di radiologia'. Le attività che l'infermiere svolge in ogni sala riguardano a grandi linee la preparazione all'esame, la assistenza nel 'durante' e nel post-procedura, la assistenza in corso di complicanze o eventi avversi, la collaborazione con il Medico Radiologo nelle procedure interventistiche percutanee. In termini organizzativi l'Infermiere si trova all'interno della sala diagnostica identificata come da turno (sala TC, sala RM, Angiografia, ecc..) e presta il proprio servizio in equipe con il Medico Radiologo e il Tecnico Sanitario di Radiologia Medica. Ogni sala si differenzia per le tecnologie che ospita e per le prestazioni differenti che offre, pertanto le competenze richieste all'Infermiere possono suddividersi in:

  • generiche, da spendersi in ogni contesto operativo

  • specifiche, inerenti quelle previste per la determinata area interessata

Le Radiologie della Ausl Rimini offrono prestazioni in elezione e in urgenza. Le urgenze sono garantite presso le Radiologia d'urgenza situate presso i DEA (afferenti alle UU.OO Radiologia 1 e 2) e attraverso una pronta disponibilità notturna e festiva in Angiografia (quest'ultima coinvolge anche l'Infermiere). Le 3 UU.OO afferenti al Dipartimento di Patologia Clinica e Radiologia in cui opera l'Infermiere sono la Radiologia 1 -Rimini-, la Radiologia 2 -Riccione- e la Neuroradiologia. La estensione geografica delle 3 UU.OO abbraccia tutti e 5 gli Ospedali della AUSL Rimini, anche se la concentrazione in termini di offerta è principalmente posizionata sull'ospedale di Rimini e quello di Riccione.

L'organico infermieristico delle 3 UU.OO è comprensivo di 17 Infermieri. Il coordinamento è trasversale. 7 Infermieri (ricompresi nel totale di cui sopra) compongono il gruppo che opera anche in Angiografia (qui vi è un vincolo legato alla radioprotezione). È previsto un impegno degli Infermieri su Presidi differenti a quelli di assegnazione solamente in caso di criticità organizzativa, anche se la necessità di sviluppo delle competenze acquisibili solamente in determinati contesti operativi (per via della sopracitata differenziazione in termini di tecnologie) impone un maggiore interscambio. Tale volontà è in fase di consolidamento attraverso, per ora, la generazione di una offerta formativa che vada in tal senso.

Il coordinamento infermieristico prende in carico anche gli 8 OSS in organico alla Radiologia 1, destinati alla Radiologia d'urgenza (afferente alla Radiologia 1 e localizzata presso il nuovo DEA di Rimini) e la diagnostica ecografica, dove vi è integrazione professionale tra Infermieri e OSS. Il turno prevede la copertura H24. Gli OSS svolgono attività di sorveglianza dei Pazienti nelle sale d'attesa (prevenzione rischio cadute), risposta ai bisogni espressi di loro pertinenza, accoglienza del Paziente e collaborazione con l'Infermiere in Ecografia. La loro posizione operativa (DEA piuttosto che Ecografia) è definita a livello di turnistica mensile.

Tania – Puoi parlarci dell’inizio della tua attività di coordinamento, darci una prima sintetica presentazione del servizio...

Andrea: Ho lavorato per anni nella radiologia interventistica e ho poi cominciato a svolgere qui la mia funzione di Coordinatore, se pur come facente funzioni, nel novembre 2010. Il giorno prima c’era il vecchio coordinatore, il giorno dopo ho cominciato io. Beh, che dire! Era il periodo invernale e coincideva con i nostri maggiori picchi dell’attività; così trovarsi qui, il giorno prima c’era qualcuno, il giorno dopo ci sei tu…

Gilberto – Ti sentivi preparato... pronto?

Andrea: Diciamo di sì dal punto di vista amministrativo burocratico, altra cosa era sentirmi preparato per la gestione diretta del personale.

Tania - Com’era l’organizzazione prima del tuo arrivo?

Andrea: L’organizzazione intesa nel senso formale qui rispecchia l’attività ambulatoriale e prevede la presenza infermieristica, il muoversi nelle varie sale con competenze specifiche situazione per situazione.

Tania - Cosa si attendeva da te la committenza?

Andrea: Sicuramente che facessi continuare l'attività del servizio. In più poi però c'era anche in quel periodo da affrontare l’accreditamento dello stesso.

Tania - Ti era stato detto tutto chiaramente o avresti voluto saperne di più?

Andrea: Ero a conoscenza del compito che dovevo svolgere, iniziavo come facente funzione. Mi era stato spiegato subito che si doveva affrontare l’accreditamento.

Gilberto - Avevi finito da poco il Master mi sembra

Andrea: Avevo finito a maggio di quell’anno.

Tania - Quali erano le tue paure nell’affrontare questo ruolo?

Andrea: Beh! Come prima cosa c'erano le distanze, il nostro servizio è presente in ogni ospedale e non era facile avere un contatto con tutto il personale da subito. Sapevo che esistevano già degli equilibri e questo mi rassicurava. Il problema era però, come ho già detto, che avevamo di fronte l’accreditamento. “Sarò in grado di affrontare tutto questo operando su due-tre ospedali?” mi dicevo. Ecco questa è stata la mia prima paura!

Tania – Chi avevi paura di deludere?

Andrea: Prima di tutto i miei colleghi, che ora sono i miei collaboratori, ma che all’epoca ... Tutti erano coinvolti in questo processo, ma vedevano in me colui che li avrebbe dovuti portare verso quella meta. C'era in gioco molto!

Tania - Sentivi molto la differenza di ruolo?

Andrea: No, no anzi sono rimasto anche sorpreso di questo. Questa paura l’ho avuta per pochissimi giorni, giusto il tempo per ritrovare il mio equilibrio, poi mi sono reso conto che il gruppo mi seguiva. Giunti a quel punto poi si va con un filo di gas. E' logico l’autorevolezza vera e propria non l'acquisisci subito, non la puoi percepire subito. Nell’aria il vecchio coordinatore c’era sempre.

Gilberto – Questo coordinatore era andato in pensione?

Tania – Chi era?

Andrea: Era L. e sì, era andato in pensione.

Tania – Per cui mi sembra di capire che l’autorevolezza …

Andrea – L’ho conquistata sul campo! Pian piano, un po’ per volta … Prima era legata al mio ruolo di infermiere, conquistarla come coordinatore è stato qualcosa di completamente diverso

Tania – Quali erano i punti di forza su cui potevi fare più conto?

Andrea: La conoscenza e l’esperienza sul campo, sicuramente quello era uno.

Tania – Se capisco bene stai dicendo che il coordinatore è agevolato se svolge la sua attività dove aveva fatto precedentemente l’infermiere?

Andrea: No, all’inizio lo pensavo e lo credevo, oggi devo dire che non lo credo più. Sono ruoli completamente diversi. Ci sono i pro e i contro nel fare il coordinatore dove si era prima operato con un altro ruolo.

Gilberto – Potrebbe essere stato un problema per alcuni vedere un collega che poi di colpo...

Andrea: All’inizio si, è una scelta quella del voler diventare coordinatore che qualcuno può vedere come....

Gilberto – Tradimento?

Andrea: Tradimento no. Il problema era un altro, almeno per me. Erano i dubbi che mi venivano. “Stai portando avanti le cose giuste? Stai andando nella direzione giusta?” ogni tanto mi chiedevo. La difficoltà che hai all’inizio, almeno questo è quello che è accaduto a me, è quella di voler accontentare tutti. Solo con il tempo mi sono accorto che è praticamente impossibile raggiungere questo obiettivo.

Tania - Quali erano le alleanze su cui potevi contare, oppure le persone che hai sentito più vicine a te?

Andrea: Beh, ho avuto un sostegno fin da subito dal RID che si è speso tantissimo, che mi ha sostenuto e che ha creduto in me. Lo ringrazierò a vita per il sostegno che mi ha dato in quel periodo in cui dovevo fare questo passaggio “dalla teoria alla pratica”. E’ quello il punto focale, è quello il momento più importante. Se hai qualcuno che ti sostiene e ti dice non stai facendo bene questo stai facendo male quello ma “Se le tue idee sono queste, se quello che credi è questo, allora stai facendo la cosa giusta e la devi portare avanti!”, sei un bel pezzo in là. Poi lui ti controlla certo, però è importantissimo avere questo tipo di guida sopra.

Gilberto – Passare “dalla teoria alla pratica”... Tu eri fresco di Master, e come dicevi l’avevi conseguito a Parma dove era stato dato molto spazio agli aspetti relazionali e organizzativi

Andrea: si, molto spazio al relazionale!

Gilberto – Avevi acquisito quindi una serie di conoscenze. In cosa consisteva “lo scarto” tra esse e la pratica?

Andrea: Nella teoria varie sfaccettature della realtà non vengono considerate, nella pratica sono le sfaccettature con cui devi fare soprattutto i conti. Devi sì tenere in considerazione i modelli, i paradigmi, ma nel contempo guardare l’esigenza delle Unità Operative. Non è come dice qualcuno, che non serve a niente quello che abbiamo studiato. I modelli studiati devono essere pensati, sentiti, come degli strumenti per essere utili, non come dei fini. Devono aiutare a leggere la realtà, fatta di tante sfaccettature.

Tania – Con chi hai potuto attuare le prime collaborazioni e con chi hai avuto più difficoltà?

Andrea: Inizialmente la collaborazione è stata a volte difficile perché si proveniva da un modello abbastanza paternalistico nel quale molto era concentrato sul coordinatore. C’era questa sorta di rapporto unilaterale per cui tutte le volte che qualcuno non riusciva a portare a casa quel che doveva cercava di fare intervenire il coordinatore. Ho tentato di ribaltare da subito questo modello. Il gruppo era maturo dal punto di vista professionale. Il cambiamento doveva avvenire sul piano relazionale, organizzativo. Passare da un modello di coordinamento ad un altro è stata la più grande difficoltà. Pian piano, col tempo, abbiamo e stiamo ancora individuando referenti a vari libelli. Ci muoviamo su quella strada.

Tania – I rapporti con il primario?

Andrea: Ci troviamo molto in sintonia, abbiamo molti obiettivi da raggiungere. Lui è qui dal 2007. L’esperienza dell'accreditamento è stata fondamentale per conoscerci e confrontarci. E' stato un momento di svolta per questo dipartimento, un momento di crescita culturale vissuto in comune, con tutti. L’integrazione professionale la puoi fare a partire dalle cose comuni, ma anche dalle differenze. C'erano tanti punti in comune che però non venivano ben considerati, per cui è stato un reale momento di crescita. Mi trovo in sintonia con lui e spero che la cosa sia ricambiata.

Tania – Prima dell’intervista, ieri, hai detto che hai avuto alcuni problemi con gli OSS.

Andrea: Si, un po’ perché la figura dell’OSS per un infermiere è sempre un po’ problematica; devi cercare di capire dove può arrivare, quali sono i suoi compiti e dove deve fermarsi.

Tania – L’aspetto teorico, la formazione che hai fatto, sono valsi anche per capire, per precisare questo?

Andrea: Si.

Gilberto – Perché parli degli OSS in generale e non di tizio, caio, ecc …

Andrea: Lo sviluppo di una risorsa parte solo quando si è capito bene cosa può fare e fin dove può arrivare. A tal proposito mi è servito molto un corso fatto dalla direzione assistenziale circa quattro mesi fa. Da li è nato un documento operativo che noi adottiamo all’interno del nostro dipartimento. Avere ora quel riferimento è per noi importante.

Tania – I rapporti con le interfacce... cosa puoi dirci?

Andrea: Sono fondamentali, noi ci interfacciamo con tutti, nell’ottica del percorso sono fondamentali, sono l’elemento collante fra qualsiasi cosa, in pressoché qualsiasi attività. Ero carente su questo fronte. Anche su questo punto l'esperienza dell'accreditamento è stata importantissima.

Tania – Ci sono delle cose che, con senno del poi, avresti voluto sapere con più chiarezza?

Andrea: No, non mi viene in mente niente.

Tania – Parliamo dei bisogni, all’inizio ti è mancato qualcosa di particolare?

Andrea: Come saper reperire subito gli strumenti che mi servivano.

Tania – Quanto incidono le risorse economiche nel ruolo, ovvero, puoi essere un buon coordinatore solo se hai molte risorse nel budget o no?

Andrea: Non ci ho mai pensato, ma non le ritengo particolarmente importanti, anzi, sicuramente sono importanti, ma direi che non dipende soprattutto da esse la qualità del coordinamento. Occorre vedere e capire volta a volta se le risorse che si pensa manchino sono collegate alle reali esigenze del gruppo operativo, o di un sottogruppo, se è così allora il problema risorse diventa un problema importante ed è necessario impegnarsi per reperirle, altrimenti...

Tania – Vuoi dire che i bisogni principali sono legati …

Andrea: Alla realtà che stai gestendo. Se una esigenza è oggettiva, concreta, in genere c'è ascolto in Azienda e quel che è necessario si riesce ad ottenerlo

Tania – Veniamo al discorso dell'autostima. Quando hai cominciato a sentirti a tuo agio in questo ruolo, e soprattutto, si è nella ragione quando si parla della solitudine del coordinatore?

Andrea:Il giorno in cui ho sentito la relazione degli Ispettori sull’accreditamento è stato un momento importantissimo per me. Ho trascorso con i miei collaboratori giornate intere a discutere e a lavorare, ho fatto spendere tempo a loro e a me stesso, ho messo in gioco tantissima gente. Abbiamo lavorato anche tenendoci dentro non pochi dubbi e incertezze. Quando poi gli Ispettori quel giorno hanno fatto i complimenti con lode a tutti all’interno del Dipartimento perché comunque tutti quanti, nessuno escluso, aveva partecipato, lì ho capito che veramente avevamo fatto la cosa giusta e un bel lavoro. In quel momento la mia autostima è cresciuta. Però è bene starci attenti con l’autostima. E' come un coltello, se lo si prende dalla parte del manico non fa male, se lo si prende dalla parte della lama ci si taglia. E' bene metterla sempre un po' da parte se ci si vuol davvero mettere in gioco e rimanere ancorati alla realtà

Tania – Ti sei mai sentito solo?

Andrea: Ci si sente spesso soli, perché il ruolo del Coordinatore impone questo. Non lo capisci all’inizio. Se vuoi portare avanti delle scelte oculate e imparziali devi essere capace di rimanere solo. Puoi ascoltare i consigli, puoi ascoltare le osservazioni che ti vengono fatte, ma non puoi andare oltre, perché il gruppo lo sente subito se tu dai ascolto a una persona in particolare piuttosto che alle altre. Il gruppo lo nota subito, lo percepisce a distanza. Per cui per il bene del gruppo devi essere da solo.

Gilberto – Il gruppo percepisce se hai delle preferenze di carattere emotivo...

Andrea: Mi è capitato tre mesi fa di muovere dei turni dando ascolto a una ragazza ed è successo il patatrac. Sto ancora ricucendo lo strappo.

Tania – Rinunce e vantaggi del ruolo, se vuoi dire anche qualcosa della sfera personale...

Andrea: Rinunce tante. Si perde tanto del tempo libero che si aveva prima, ne risente in qualche modo anche la tua vita privata. Ti puoi scordare di dire: alle 2 smetto …

Tania – Ti porti a casa i problemi?

Andrea: Sì, anche se cerco di evitarlo. Io invece non ce la faccio, devo costruire ancora una mia metodologia di lavoro che mi permetta questo stacco. Potrei stare a casa ma dovrei portarmi il lavoro dei turni con me. Non credo sia una idea felice. I vantaggi li collego soprattutto al potermi sperimentare nel portare avanti un gruppo di lavoro in una determinata direzione e vedere pian piano i frutti del mio sforzo, che possono essere il miglioramento del servizio e il sentirsi riconoscere questa cosa. Il vantaggio economico? Non saprei valutare bene quant'è, non ho mai letto la mia busta paga, arriva e la metto lì. Non saprei dire bene qual'è la differenza tra la retribuzione di prima e quella attuale

Tania – Che tipo di consigli daresti a chi sta per intraprendere questa professione?

Andrea: Bella questa domanda. Che consiglio darei? Lo dico a te! Di svuotarsi completamente di quello che è il tuo passato esperienziale, e nello stesso tempo, aprire gli occhi, le orecchie, i sensi a questa nuova esperienza. Perché sono tanti i punti che si acquisiscono come nuovi e se li si vede con gli occhi dell’infermiere è un problema.

Tania – Un'ultima domanda: qual è la qualità principale che dovrebbe avere un Coordinatore a tuo parere?

Andrea: L’imparzialità!

Tania – Intesa come senso della giustizia?

Andrea: Sì, il senso della giustizia, ma in ugual misura la capacità di saper riconoscere le capacità, le competenze e le potenzialità di ogni persona del gruppo e saperle valorizzare nelle loro differenze.

 

_____________________________________

Intervista alla Coordinatrice Monia Fabbri O.R.L. Ospedale Infermi Rimini

 Monia Fabbri ha lavorato per 12-13 anni c/o il Pronto Soccorso di Cattolica-Rimini.

Ha conseguito il Master di primo livello in Management Innovativo delle Organizzazione Sanitarie. E-government delle sanità .

Dal 2010 è Coordinatore infermieristico dell'Unità Operativa ORL di Rimini


Tania – Puoi fare una breve presentazione di te e del Reparto che coordini?

Monia: Mi chiamo Monia Fabbri e sono la Coordinatrice del reparto di O.R.L. dal febbraio 2010. E' la mia prima esperienza di Coordinamento questa. Ero stata precedentemente infermiera presso il P.S. di Rimini. Il passaggio è stato il risultato di una mia forte motivazione a crescere professionalmente. Ho cercato di traslare il mio entusiasmo nella realtà con cui mi sono confrontata. Il desiderio di crescere e l'entusiasmo non erano privi di paure, ma penso che la paura sia anche positiva perché ti conduce a una maggiore riflessione e ti aiuta a fare meglio.

Tania – Ci puoi descrivere l’organizzazione dell'U.O.?

Monia: E’ di tipo settoriale, un certo numero di pazienti divisi per settori, contraddistinti da colori (giallo, azzurro e verde), ogni infermiere ha la presa in carico per esempio dei pazienti dalla camere 1 alla 4 contraddistinte dal colore giallo. Il settore verde viene dato al Day Hospital. Pazienti appunto, di cui l’infermiere di turno è referente e di cui ha la responsabilità della presa in carico assistenziale per l’intero percorso, dall’accettazione alla dimissione. Gli infermieri ruotano in un turno, il settore non è legato alla gravità, è un’organizzazione ad èquipe dove è incluso anche l’OSS. Il Day Hospital è seguito da un infermiere. E’ un’organizzazione che c’era già da prima che io arrivassi, noi quest’anno abbiamo modificato alcuni piani assistenziali, aggiornato dei piani di attività.

Gilberto - Come vi organizzate? Ci sono delle sotto èquipe che si vedono separatamente o lavorate insieme?

Monia: Si lavora insieme, interagendo, perché comunque tu hai l'infermiere che a secondo del turno sa che deve lavorare con la sua èquipe in quel settore. La mia funzione è quella appunto di monitorare e controllare. Ci vediamo in riunioni periodiche, non tutti i mesi ma abbastanza di frequente. Stiamo facendo anche un corso con la P.D., sul significato del ruolo. E' un corso spalmato un po’ in tutto l’anno. Ho portato avanti un lavoro che era iniziato già da prima che io cominciassi. Sono incontri molto belli e seguiti volentieri dagli infermieri, con date precise nel corso dei mesi. E’ stato motivo di revisione di alcune cose.

Tania – Al tuo arrivo, come hai trovato il reparto?

Monia: Io credo che un coordinatore debba comunque organizzare il lavoro su misura degli infermieri ma anche dare un’impronta personale, sempre supportato da un grande rispetto per tutti e con il paziente in primo piano. Anche prima era un’organizzazione che funzionava.

Tania – Conflitti?

Monia: I conflitti, anche quelli ovunque vai li trovi. Mentirei se ti dicessi che siamo perfetti. Io per quel che posso mi preoccupo di tranquillizzare, di mediare, per non arrivare a scontri non costruttivi. Ce la metto tutta per trovare le strategie, sempre nel rispetto di tutti, che portino alla soluzione di un problema. Personalmente non trovo il conflitto costruttivo.

Gilberto – La committenza? La direzione assistenziale ti ha preparata e seguita all’inizio del tuo percorso di coordinamento?

Monia: Mi ha sempre seguita. L’interazione con la mia diretta responsabile, C., è stata perfetta. C'è stato uno scambio fantastico in termini professionali, mi ha sempre supportato in questi due anni e ho fatto sempre tesoro dei suoi insegnamenti per poter poi cominciare a camminare da sola.

Tania – In questo tuo nuovo ruolo di coordinatrice come ti sei rapportata con i pazienti e i loro familiari?

Monia: Questo per me è un tema molto bello, qui ci sono pazienti particolari, faccio riferimento ai laringectomizzati con cui, personalmente, fin dall’inizio del loro percorso, entro in comunicazione. Queste persone dopo l’intervento perdono l’uso della voce, e vengono così privati dell’elemento principale della comunicazione. Si può immaginare quale radicale cambiamento avvenga nella loro vita e in quella dei loro familiari. Il mio ruolo è importantissimo già prima che l’intervento avvenga. Sono persone che vanno preparate ad un futuro non facile e anche i familiari devono essere coinvolti nella presa di coscienza di un evento che cambierà radicalmente l’assetto della loro vita. Parlare con loro, descrivere i percorsi, proporre soluzioni di recupero, metterli in contatto con tutte le figure riabilitative del post intervento è competenza del coordinatore. Un valido aiuto viene dato anche dall’associazione laringectomizzati, molto presente, che da un supporto eccezionale. Era una realtà questa che non conoscevo bene ma che mi ha arricchito tantissimo. Coi familiari il colloquio iniziale è importantissimo per fare capire loro quello che succederà, è il momento in cui hanno maggiormente bisogno di una parola di conforto e dove ogni atto di comprensione e di solidarietà per loro è d’aiuto, non sono banalità per loro è importantissimo.

Tania – Trovi sempre il tempo per fare queste cose?

Monia: Il tempo si trova! Secondo me il coordinatore deve dare sempre l’esempio, soprattutto negli aspetti relazionali con gli utenti e i familiari.

Gilberto – I medici lo fanno?

Monia: Anche loro dovrebbero trovare il tempo. Certo che fra visite e Sala Operatoria non è facile, ma il tempo di relazionarsi con gli utenti e i familiari andrebbe sempre trovato, anche per dare un’impronta qualitativa al reparto, come farebbe un buon padre di famiglia.

Tania – Gli infermieri del reparto mantengono una buona capacità di relazione con utenti e parenti?

Monia: In linea generale sono tutti volenterosi e mantengono tutti una qualità comunicativa buona, certo qualcuno è più portato di un altro su questo, non tutti siamo purtroppo/per fortuna uguali. Comunque sinceramente grandi problemi non ne ho avuti.

Tania –Usate dei questionari di gradimento?

Monia – Nel 2010 sì, li abbiamo usati, nel 2011 no, quest’anno sicuramente sì. Sono molto importanti, ce li hanno richiesti per avere in mano certi indicatori, per cui quest’anno sicuramente li faremo.

Tania – Parliamo dell’organizzazione? Ci dici come ti sei trovata nella relazione con i servizi con cui hai cominciato a interfacciarti (farmacia, economato, laboratorio analisi); poi ci racconti qualcosa sulla formazione.

Monia: Sono sincera, parto dalla formazione perché la prediligo, oltre che essere area di competenza che contraddistingue il ruolo del coordinatore, per me è una vera passione, ci credo tantissimo. Ti potrei fare vedere i miei verbali per farti capire quanto la formazione è sempre presente in ogni processo che costruiamo.

Tania – Parliamo delle interfacce. Ricordi se ci sono stati problemi all’inizio, hai avuto delle difficoltà, per esempio, laboratorio analisi, farmacia, economato?

Monia: Con il laboratorio analisi abbiamo poche relazioni perché la maggior parte degli esami viene fatta nel prericovero. Nella diagnostica in generale, di solito i percorsi sono diversi, gli istologici per esempio partono dalla sala operatoria. Nel rapporto con il P.S. abbiamo risolto creando delle fasce orarie. Ti prendo un esempio concreto riguardante la farmacia: all’inizio mi è capitato di avere un piccolo chiarimento per quanto riguarda un presidio per l’epistassi per dei particolari tamponi nasali che io devo comunque avere in reparto, ma che non sono in grado di quantificare bene nella richiesta di farmacia perché è un presidio a consumo variabile. Non si può essere sicuri se in quel dato mese avrai 10 o 100 epistassi che arrivano in reparto, per cui per garantirmi una quantità adeguata ma che a loro sembrava troppa, ho dovuto spiegare appunto questa criticità. Non è stato un vero problema, ne abbiamo semplicemente parlato e abbiamo concordato il da farsi. Ripeto credo molto nel dialogo e cerco sempre di rapportarmi con gli altri con molto rispetto perché credo che sia la chiave giusta per capirsi e superare i problemi.

Tania – Rivedendo il tuo agire passato, ci sono cose che avresti affrontato diversamente?

Monia: Si fa sempre fatica, è difficile auto valutarsi, sicuramente gli errori si fanno. Di solito cerco sempre di agire dopo aver riflettuto su ogni questione che devo affrontare. Ecco, una cosa posso dire, quando fai il coordinatore non puoi permetterti di agire d’istinto perché ogni cosa può avere dei risvolti inaspettati. Io personalmente mi metto sempre dalla parte del paziente, per cui nel mio agire metto sempre avanti questa priorità.

Gilberto – Come ti sei presentata all’inizio?

Monia: Abbiamo fatto un incontro con la mia R .I .D. C. il Dott. C. e tutto il gruppo, se non sbaglio a gennaio del 2010 e ho poi iniziato a febbraio .

Tania – Eri stata informata sufficientemente del ruolo che andavi a svolgere? Avevi informazioni su chi c’era stato prima di te?

Monia: Si, avevo ben presente quello che mi aspettava, anche per quanto riguarda la situazione precedente sapevo qualcosa. Credo che ognuno di noi debba partire pian piano con la costruzione del proprio percorso, dall’inizio, prendendo le cose buone del passato ma senza farsi influenzare troppo per rimanere obiettivi verso una situazione comunque nuova per tutti. Ogni persona all’interno di un contesto porta comunque delle variabili al suo interno e la lettura della realtà cambia.

Gilberto – A volte si è spinti a mettere dei paletti, ti è successo?

Monia: Ti ripeto, io credo molto nel rispetto; soprattutto il gruppo, non lo puoi destabilizzare troppo, perché non lo trovo ne educativo, ne intelligente. Personalmente non amo gli atteggiamenti aggressivi, credo a una gestione di un qualsiasi potere vissuto in maniera responsabile, cauta, rispettosa delle altrui esigenze, ma determinato sui principi etici fondamentali della nostra professione, in questo caso la tutela del paziente appunto, come valore fondamentale.

Tania – Si rinuncia a qualcosa con questo passaggio al coordinamento?

Monia: A tutto! Scherzo, però vedi, io ho la fortuna di non avere una famiglia mia da gestire. Sinceramente la sera quando torno a casa sento l’esigenza proprio di dormire e ricaricarmi, l’impegno che metto nel mio lavoro è tanto perché ci credo moltissimo. Capita spesso che a casa continuo a lavorare perché comunque la cosa mi appassiona e la vivo con grande dedizione. La persona che sta con me lo sa e rispetta questo mio modo d’essere, chi mi ama mi segue!

Tania – Il riconoscimento economico ti ripaga della fatica che in più fai rispetto a prima?

Monia: Non è questo il punto. Ho cominciato questo percorso con grande entusiasmo ed è ancora costante questa carica. Gli aspetti economici sono secondari.

Tania – Che rapporto hai con il potere?

Monia: Credo nel potere intelligente, anche se sembra difficile trovarlo, praticarlo. Anche quando lo si esercita, poco o molto che sia, è importante aver consapevolezza dei limiti, avere una certa umiltà. Umiltà è sinonimo di intelligenza, senza umiltà e consapevolezza dei limiti il potere finisce per diventare fine a se stesso.

Tania – Subire il potere?

Monia: Si tratta sempre di trovare le mediazioni giuste. Quando hai delle direttive, una sana costruttiva mediazione risolve molti problemi. Poi se ti trovi di fronte a qualcosa che è proprio contro i tuoi principi allora la cosa cambia. I

Tania – E’ un po’ un ruolo cuscinetto quello del coordinatore da quel che dici, non deve essere facile, è un po’ come l’acqua nella roccia.

Monia: Hai fatto proprio l’esempio giusto. L’acqua che va nella roccia vince su tutto. Ogni tanto bisogna prendere posizione in maniera decisa ma non tutto si gioca in quei momenti. Una modalità di relazione più paziente e riflessiva, non è remissività, è uno modo di essere, uno stile operativo. Ed ha il suo peso.

Tania – Nel ruolo di coordinatrice ti sei subito sentita a tuo agio ? All’inizio ti sei sentita sola?

Monia: Si, è l’ultima cosa che hai detto. Nel tempo chiaramente ti senti più inserita, ma spesso si alternano periodi in cui sei up e periodi in cui sei down, ma credo che siano fisiologici, devi saperli guardare e metabolizzarli. Ci si sente soli è vero, ma ci sono delle cose che si possono condividere con gli infermieri, altre no!

Tania – Hai l’abitudine di confrontarti con gli altri coordinatori?

Monia: Sì, solitamente mi confronto con una collega che ha studiato con me.

Tania – Che consiglio daresti a chi comincia questa professione?

Monia: Umiltà, determinazione e capacità di mettersi in discussione, e grazie a tutto questo andare avanti verso i propri obiettivi. Nel rapporto con gli infermieri, creare un rapporto di ascolto e disponibilità, pian piano con il tempo, in modo che sappiano che si è sempre lì e che li si ascolta. E’ importantissimo che percepiscano questa corrente di dialogo continua; chiaro però, quando bisogna essere determinati e incisivi, va fatto anche questo.

Gilberto – C’è qualcosa che ti è mancato e che avresti voluto avere con te?

Monia: Il rapporto con i miei colleghi, a volte la comprensione dei miei colleghi. Prima eravamo in un rapporto alla pari, diventando coordinatrice i ruoli cambiano e inevitabilmente anche le relazioni. I primi mesi sono stati più duri, poi ho capito, perché la scelta che hai fatto spesso non è capita.

Tania – Per concludere, ci puoi dire qual è la principale qualità che deve avere un Coordinatore?

Monia: La capacità di mettersi in discussione. Devi essere così grande con te stessa da riuscire a farlo, è necessario per crescere. Poi ricordarsi che non bisogna mai fare scelte istintive, riflettere sempre, far capire che non hai preferenze e cercare d’essere sempre molto equilibrati.

Questo sito non fà uso di cookie di profilazione di terze parti. Utilizza solamente cookie "tecnici" emessi direttamente dal sito per scopi editoriali o per permettere l'erogazione di servizi. Per maggiori dettagli leggere la "privacy policy"