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Un impegno professionale e artistico: l'esperienza di Fausto Ferri / Interviste a Fausto Ferri

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[Questa intervista di Ettore Pavirani a Fausto Ferri racconta come la professione infermieristica è cambiata e si è evoluta, e come un infermiere si è trasformato con essa con il passare degli anni. La professione è poi occasione di riflessioni che hanno influenze anche nella vita privata e, nel caso di Fausto, si sono trasformate in scelte artistiche che hanno messo in evidenza drammatici problemi sociali come la violenza sulle donne.]

Parte prima
Fausto Ferri è un collega infermiere che nel tempo libero dipinge e da qualche tempo si è concentrato sul problema della violenza sulle donne. E' un tema questo che ha sviluppato da quando ha iniziato la sua attività di infermiere nella Unità di Pronto Intervento dell'Ospedale di Santarcangelo dove ha potuto verificare che ancora oggi la violenza sulle donne è una realtà più vasta di quanto si pensi.
In questa intervista si coglie l'occasione per riflettere sulla professione infermieristica, sui suoi cambiamenti (Fausto è infermiere da molto tempo) e anche su come attraverso l'arte si possa dare forma ai problemi e cercare ad essi migliori risposte.

Quando hai cominciato il lavoro di Infermiere?

Ho iniziato a fare l'infermiere nel 1976 dopo vari tipi di lavori svolti in Italia ed all'estero.

Quanto tempo hai lavorato?

Lavoro in ospedale da 33 anni e sono tuttora in servizio. Avevo cominciato qualche mese prima in una casa di cura.

In quali reparti hai lavorato?

Ho lavorato in Riabilitazione presso la Casa di Cura Solet et Salus, nell'Ospedale di Santarcangelo di R. in Chirurgia, Pronto Soccorso, in seguito in Medicina ed infine al Punto di Primo Intervento.

Qual è stato il luogo di lavoro in cui sei stato più a lungo?

Nella Unità Operativa di Medicina III. Ho lavorato lì per 19 anni.

Quanto tempo sei stato in ogni settore?

In Riabilitazione qualche mese, in Chirurgia due anni, qualche mese in Pronto Soccorso, poi 19 anni in Medicina e infine 13 al Pronto Intervento.

Come hai vissuto l'esperienza in ogni reparto?

E' stata diversa, per tante ragioni, in ogni luogo.
In Riabilitazione oltre alle prestazioni infermieristiche svolte è stato importante il lato umano-psicologico vissuto. Mi sono trovato di fronte a molti giovani cerebrolesi, giovani che avevano accettato il loro dover convivere con certe disabilita. Ero giovane anch'io e molti interessi di vita erano i medesimi.
Diverso è stato il rapporto con i pazienti chirurgici. Di frequente erano sorpresi di dover subire un intervento, erano increduli di fronte all'idea di dover essere proprio loro a dover andare in Sala Operatoria, come si dice in dialetto "se tavlaz". Notavo che la patologia acuta li lasciava stupefatti e preoccupati. Li rassicuravo, li informavo per quello che era possibile, dicevo loro che una volta asportato il male tutto sarebbe ritornato nella norma e che avrebbero continuato a fare la stessa vita di prima. La tipologia di queste patologie prevede in genere una breve permanenza in reparto, quindi non vi era materialmente il tempo d'instaurare un rapporto diciamo "stretto "col malato.
Come ho già detto l'esperienza più lunga è stata quella nel Rep. Medicina. Mi destinarono lì senza preavviso solo con un: "Da lunedì venturo sarai in Medicina!". Non stavo affatto male in Chirurgia, avevo trovato un discreto adattamento e con un certo rammarico accettai la nuova destinazione. Comunque, dopo l'inserimento, man mano che il tempo passava, mi resi conto di quanta ricchezza umana e professionale c'era nei miei nuovi colleghi di lavoro, dirigenti di reparto compresi. Ero meravigliato dal lavoro che veniva svolto, era veramente interessante seguire la clinica delle malattie dei pazienti dall'inizio alla fine, cioè dalla fase iniziale della malattia fino al ritorno al benessere o all'incontrario purtroppo al exitus. E' stato un Reparto che ha consentito una significativa crescita delle mie competenze professionali. Forse per questo rimasi a lungo in quel posto.
Nel 1977 al Pronto Soccorso ho vissuto un'esperienza breve, di alcuni mesi. Allora non vi erano ancora le AUSL, si lavorava in situazioni e condizioni molto diverse da quella di oggi. L'Ospedale di Santarcangelo era dotato di 1 sola ambulanza con il solo autista e quasi sempre quando doveva soccorrere qualcuno accadeva che il traumatizzato veniva caricato cosi come veniva trovato. Ricordo il caso di un vecchietto politraumatizzato. Avevo appena terminato il mio orario di lavoro e stavo andando verso lo spogliatoio quando lungo il viale interno all'Ospedale passa l'Ambulanza di fretta perché aveva avuto una chiamata urgente. L'autista vedendomi "libero" si fermò bruscamente e mi chiese se ero disponibile ad andare con lui su un incidente stradale. Accettai e salii su quel mezzo con dentro poche cose e attrezzature sanitarie per l'urgenza. Arrivammo sul luogo dell'incidente, un'auto aveva investito un pedone schiacciandogli entrambe le gambe; presentava molte ferite e più fratture di cui la gamba dx con tibia e perone troncati di netto ed esposti. Sangue tutto attorno a lui. Io non sapevo dove mettere le mani né quali strumenti ci fossero sull'ambulanza. L'autista in modo celere depose la barella al fianco del vecchietto e mi gridò: "dai prendi da qualche parte, carichiamolo in fretta... sbrigati". Prendiamo ed andiamo. Oggigiorno, essendomi formato poi sulle metodiche dell'emergenza-urgenza, comprendo il rischio che vi era - la possibilità di far ulteriori danni al paziente date le scarsissime risorse in campo - lavorando a quel modo. Questo è un esempio di come si lavorava anni fa. Chi dice "era meglio una volta" dovrebbe sapere di più su come concretamente si lavorava in sanità e si veniva soccorsi.
Infine l'ultimo periodo, anch'esso lungo, di 13 anni al Pronto Intervento (ex Pronto Soccorso). Al mio ritorno nel 1996 ho trovato un gran miglioramento nell'organizzazione dell'emergenza-urgenza, rispetto a vent'anni prima. Centrali del soccorso, n° 118 unico, ambulanze medicalizzate, codici di priorità, triage extraospedaliero ed intraospedaliero, organizzazione per le maxiemergenze ect. In passato al servizio erano presenti in turno un solo infermiere e un solo medico. L'infermiere accettava al computer le persone da visitare, eseguiva le prestazioni dentro in ambulatorio, sorvegliava e ricontrollava quelli che stavano in Sala Osservazione. Ben diversa è la situazione oggi. In quel servizio spesso i turni erano densi di lavoro, a volte accadeva che quando arrivava la fine del turno e si presentava il Cambio io non avevo neanche la voglia di andarmi a cambiare in borghese e di andare a casa. Negli ultimi anni è aumentata in modo netto l'affluenza dell'utenza verso i Pronto Soccorsi, cosicché la Direzione ha rinforzato l'area dell'Emergenza-Urgenza e gradualmente sono arrivati altri infermieri ed un gruppo OSS. Ora i carichi di lavoro sono meno stressanti e l'attività lavorativa è migliorata, si ha modo di dare alla persona un'assistenza più qualitativa in tutte e tre le fasi: dall'accettazione, alla visita, al trattamento e al controllo.
Sono avvenuti molti cambiamenti e di fronte ai cambiamenti non tutti hanno il medesimo comportamento. Penso ad esempio all'introduzione dell'informatica, all'uso dei computer. Alcuni colleghi sostenevano che tale macchina avrebbe allungato i tempi del nostro lavoro e non erano certo entusiasti nell'usarli e nell'immetterli nell'organizzazione del lavoro. Era faticoso per loro avere a che fare con questa nuova presenza e questa fatica circolava nel servizio. Solo con il tempo si è evidenziato anche per molti di loro il miglioramento che hanno portato, per dirne uno semplice semplice: che i pazienti potevano leggere in chiare lettere il loro referto, senza trovarsi fra le mani i soliti referti con grafie incomprensibili.

C'è qualcosa di specifico che hai appreso in ogni settore?

Si, decisamente. Ogni settore mi ha insegnato tanto, ha arricchito il mio background professionale. L'Emergenza mi ha insegnato ad inquadrare la persona alla porta col colpo d'occhio con l'esame testa-piedi. In Medicina invece ero attratto dalla clinica del paziente in tutte le sue fasi d'indagine e cura, fino alla sua guarigione o purtroppo alla sua morte. Ad esempio interessanti erano le preparazioni e le procedure di raccolta di campioni biologici tipo il Puntato Sternale o la Rachicentesi. Poi la preparazione del malato, quella dei vetrini e la stesura dei frustoli di tessuto su di essi. Era come sentirti vicino alla scienza. Anche in Chirurgia vi erano alcune di queste cose. Ma in chirurgia l'interessante era l'aspetto preoperatorio con tutta la preparazione e il postoperatorio, controllo drenaggi e medicazioni specialmente, i consigli da dare all'operato su come muoversi e come alimentarsi. Il breve periodo in Riabilitazione lo ricordo intenso sotto l'aspetto delle relazioni umane e della comunicazione profonda perché la persona era sempre la stessa, quasi famigliare. Un fatto insolito avveniva nel periodo estivo, si portavano i malati coi propri letti sul terrazzo ad esporre le piaghe da decubito ai raggi solari per stimolare la crescita dei tessuti lesi. Chi immaginerebbe oggi qualcosa del genere?
Ogni luogo, come il pezzo di un puzzle, ha contribuito a formare la mia competenza come professionista e a precisare e praticare una visione etica e deontologica della professione al cui centro c'era sempre più il malato e la sua sofferenza.

Perché hai cambiato vari luoghi di lavoro? Avevi bisogno di fare nuove esperienze?

A volte non serve un perché per cambiare posto di lavoro, c'è gente che cambia senza motivazione. Alcuni cambi di settore mi sono stati destinati dall'alto. All'inizio della carriera ho scelto di abbandonare la Riabilitazione in struttura privata e di traghettarmi verso l'Ospedale, nel quale potevo trovare più opportunità di sviluppare conoscenze, di vivere realtà più complesse e innovative, nonché di poter accedere più facilmente all'offerta formativa. Poi volta a volta sono venuti cambiamenti richiestimi o opportunità che ho colto.

Cambiare realtà/posto di lavoro significa prendere decisioni, decidere dove andare, qual è stato il ragionamento che ti ha portato a scegliere un reparto piuttosto che un altro?

Certo quando cambi luogo di lavoro valuti vari aspetti. Conosci ciò che lasci mentre vai verso qualcosa che non conosci. In un certo senso devi come ripartire da zero. Devi rimetterti in gioco, inserirti in un nuovo gruppo. Il mio ragionamento in genere è stato quello di scegliere i posti di lavoro, quando potevo, seguendo un desiderio di approcciarmi a più realtà per fare in modo di apportare nuove conoscenze e competenze a quelle che pensavo di avere già. Ho sempre poi cercato di "essere persona tra le persone". Mi sento a mio agio fra le persone leali, sincere, altruiste e disponibili. Questo è stato un fattore che ho sempre considerato e valutato quando ho potuto scegliere io di andare a prestare la mia opera in altre unità operative come ad esempio nel Pronto Intervento di Santarcangelo dove conoscevo i colleghi infermieri ed i medici con cui avrei in seguito lavorato.
Credo che dietro a questo modo di rapportarti agli altri ci sia una attenzione verso l'organizzazione del lavoro che rende quindi possibile garantire in seguito una assistenza migliore alle persone. Viceversa, quando ci si trova nella necessità di un cambiamento, di una trasformazione, di un ammodernamento che spesso ci vengono chiesti dai processi di innovazione, dalla evidenza scientifica o per altri motivi, è spiacevole riscontrare in alcuni colleghi una resistenza o addirittura la contrarietà al cambiamento che rendono molto faticoso raggiungere gli obiettivi.
Un'ultima cosa "sull'essere persona tra le persone". Dal mio essere con gli altri nel tempo sono nate amicizie importanti per la mia vita, amicizie che durano da tempo e che hanno riempito il mio tempo libero di hobby e di esperienze culturali.

Probabilmente è difficile parlare di un luogo in cui ancora vivi, di un lavoro che ancora svolgi, però ti chiedo comunque, se puoi, di parlarne.
Che cosa c'è in ciò che fai ora di specifico rispetto ad altre aree?
Come si svolge la professione infermieristica?
Come sono i rapporti con i pazienti? Brevi, rapidi, personali, impersonali, intensi?

Ora la specificità è quella della eterogeneicità dei casi che si presentano, dei cambiamenti repentini dei ritmi di lavoro, della prontezza, della sollecitazione che operare in emergenza comporta. Altro importante fattore è quello di trovarti in prima linea o zona di filtro. Qui vieni a contatto con persone che non conosci in situazioni pressoché sempre cariche di tensione. Conviene tenere un atteggiamento assai guardingo, occorre stare sempre in allerta.
Faccio un esempio sulla eterogeneità dei casi. Arrivano in auto tre persone, scendono, accompagnano una signora con le mani incastrate in una macchina da pasta. Uno sosteneva la signora e l'altro la macchina. Abbiamo liberato la signora dall'incastro tramite l'ausilio non dei soliti presidi sanitari ma di strumenti come pinze e cacciaviti.
In questo ambito la mia professione si svolge a stretto contatto col medico, col paziente ed i suoi famigliari o accompagnatori. Al triage si esegue una scrupolosa intervista con domande cosiddette "chiave" e successivamente si esegue la rilevazione dei parametri vitali, poi avviene la codifica col colore. Il rapporto con la persona è breve, nei casi gravi è rapido ed essenziale e, a volte, diviene intenso quando devi supportare psicologicamente e umanamente una persona come nel caso di donne percosse o di altro caso come un lutto. In queste situazioni cerco di essere empatico e discreto. Se il caso lo richiede si danno informazioni o consigli. A volte è la persona stessa che ti chiede un momento di privacy per dirti certe sue cose molto personali. Spesso le persone hanno bisogno di sfogarsi.

Poi parlare della esperienza formativa? Quando hai fatto la scuola per infermieri?
Era molto diversa la formazione allora?

La mia esperienza formativa è stata graduale e nel contempo frammentata. Ho iniziato diplomandomi come Infermiere Generico nel 1976 e successivamente come Infermiere Professionale nei primi anni 80. In seguito ho acquisito conoscenze approfondendo varie tematiche infermieristiche. La formazione è continuata e prosegue con l'ECM. Si va a farla anche in giro per l'Italia. Ho anche migliorato la mia preparazione culturale prendendo il Diploma della Maturità a 42 anni. E' stato un obiettivo abbastanza impegnativo questo perché allo stesso tempo, oltre a lavorare e a studiare, non doveva venire a meno il mio ruolo di marito e di padre, essendo anche mia moglie occupatissima col lavoro.
L'esperienza formativa continua è stata ammirevole in alcuni momenti, in altri meno perché non sempre si riusciva per vari motivi a mettere in pratica le conoscenze acquisite. Esemplare lo è stata ad esempio quando abbiamo introdotto l'uso della scheda infermieristica, poi cartella infermieristica, nella Unità di Medicina prima di altri reparti.
L'acquisizione delle conoscenze formative per arrivare ad un diploma è molto differente oggigiorno rispetto ad una volta. L'attuale Laurea breve in infermieristica è esaustiva nei suoi contenuti formativi; invece qualche decennio fa il sistema didattico prevedeva meno discipline e meno ore di pratica sul campo. Sovente dopo il mio primo diploma da Infermiere Generico rimanevo spaesato perché non comprendevo molti termini "sanitari". Però questo gap si è ridotto con le nuove conoscenze acquisite dopo aver fatto i tre anni di scuola da Infermiere Professionale. Comunque anche lavorando giorno dopo giorno in corsia si imparano non poche nozioni e competenze. Ora mi viene in mente l'esperienza che ho fatto quando ho collaborato con l'ostetrica durante i parti. Se lo si fa più volte si vede, si tocca con mano, come avviene una nascita e quali sono le tecniche più appropriate per favorirla. E' una cosa bellissima, tra l'altro, vedere venire al mondo la vita.

In che modo la formazione era diversa un tempo. Puoi dire qualcosa di più?

Certamente. Il passo fondamentale è stato il raggiungimento dell'autonomia professionale con l'appropriato codice deontologico. La soppressione del mansionario ha slegato la figura dell'Infermiere dalla dipendenza dal Medico. Ora l'ottica di autonomia porta l'infermiere ad essere responsabile nei suoi atti. Nei miei primi anni di lavoro ricordo la dirigenza delle Suore, le quali fungevano da capo sala ed erano onnipresenti giorno e notte. In questo modo tenevano sotto controllo ogni cosa, in breve tutto. Questa figura spesso usava il metodo del risparmio su qualsiasi cosa, ad esempio il reciclaggio dei guanti monouso, uno dei rari presidi usa e getta di quei tempi.
Ricordo anche le tecniche di sterilizzazione in bollitura delle siringhe di vetro e dei ferri chirurgici, poi successivamente questa metodica venne superata con l'avvento di stufette elettriche a secco. Si lavavano le siringhe, si asciugavano, si ponevano in cassette apposite con buchi e si sterilizzavano. Oggi per fortuna molto materiale è monouso, tutto è più veloce, il resto avviene con l'autoclave e o sostanze fisiche-chimiche. Altre metodiche che oggigiorno sono di spettanza specialistica usavamo farle nei reparti generali: ad esempio la preparazione e la esecuzione della rachicentesi o del puntato sternale. Infine la divisa da infermiere: la forma ed il colore. A volte assomigliavamo a camerieri, a panettieri. Ha avuto diversi passaggi fino allo stazionario e generalizzato colore azzurro-bianco che ci caratterizza e ci identifica come figura sanitaria. E' difficile descrivere nel dettaglio e in ordine i tanti cambiamenti avvenuti in ambito assistenziale, clinico, formativo. Si sono succeduti davvero tanti cambiamenti in questi ultimi decenni.


Parte seconda
Come abbiamo fatto presente all'inizio dell'intervista Fausto è un collega infermiere che dipinge. Ha iniziato questa attività come hobby, ma poi si è man mano evoluto ed ora possiamo considerare la sua una produzione (che, tra l'altro, comprende non solo la pittura, ma anche la scultura) di carattere artistico.
Il suo approfondimento culturale lo ha portato ad affrontare temi riguardanti la violenza che ha come principali vittime le donne. L'esperienza lavorativa lo ha messo a confronto con una realtà più cospicua di ciò che si può immaginare e per questo ha sentito il bisogno di esprimere le proprie emozioni e di finalizzare il suo impegno artistico. Vedremo come in questa seconda parte dell'intervista.

Da quanto tempo hai iniziato a dipingere?

Fin da ragazzino. Ho un bel ricordo in mente. Sono sotto il porticato della mia casa natia a Roncofreddo. Avevo appena comprato i miei primi colori a olio e la mia prima tela. Cercavo di copiare un'immagine sacra di un crocifisso, incuriositi alcuni vicini si fermarono a sbirciare.
Sporadicamente per alcuni anni portai avanti questa passione come autodidatta. Ho sempre dipinto con una certa costanza ma con impegno di ricerca direi dagli anni 80 in poi, dopo aver visto una grande mostra su Espressionismo ed Impressionismo a Lugano.

Come è nata questa passione?

Quand'ero piccolo facevo il Chierichetto, frequentavo la chiesa ed ero affascinato dagli oggetti d'arte che c'erano: statue, affreschi, ornamenti. Ho ora un ricordo della Scuola Elementare. Una mia compagna di banco possedeva una bella scatola di matite colorate. Che invidia avevo della sua grande scala di colori. Lei gentilmente me le prestava; io una confezione come quella non potevo permettermela. Alla Scuola Media ho vari ricordi di prove artistiche assai belle, in materia artistica ero il migliore della classe, il numero uno.
I professori mi consigliarono di continuare lo studio artistico nelle superiori, ma a casa servivano braccia per il lavoro e cosi non continuai lo studio. Saltuariamente mi dilettavo, come si dice in gergo artistico, a "spaciugare". Più avanti nei primi anni '80 decisi di approfondire la conoscenza delle tecniche artistiche.
Ho frequentato allora per diversi anni una Scuola d'arte e ho partecipato a più incontri sul tema dell'Arte Classica e Contemporanea. Successivamente in modo solitario ho attraversato un periodo di grande sperimentazione, tanti lavori fatti e altrettanti distrutti. Erano momenti che in casa entravano molti libri d'arte, che si aggiungevano negli scaffali vicino a quelli di Medicina ed Infermieristica.
Spesso andavo in giro a veder mostre assieme ad altre persone. Anche in questo ambiente ho conosciuto tantissima gente e sono nate amicizie che ancora oggi coltivo in modo intenso. Alla fine degli anni 90 ero scontento di quello che facevo e in mente mi passavano molte cose senza che una sovrastasse l'altra. Sentivo il bisogno di legare la mia passione a qualcosa, ossia di come poter sostenere una causa tramite l'arte.
Pensavo ai possibili campi di applicazione, come ad esempio la natura alterata, le guerre, la vivisezione, gli incidenti stradali, l'integrazione dei popoli, ect. Cosicché in quel periodo disegnavo su molti temi. Nel frattempo lavoravo già da 3-4 anni al Pronto Intervento e rimasi ripetutamente stupefatto dalla quantità di donne visitate che subivano violenza .
Un "tarlo" iniziò a rodermi dentro. Pensai, ma perché non faccio qualcosa su questa problematica? Ricordo un episodio che fece scattare in me la decisione di passare all'azione. Un pomeriggio arrivò al Pronto Intervento una signora con la figlia di 6-7 anni entrambe picchiate dal marito-padre. Dopo l'esperienza di questa efferatezza iniziai ad abbozzare disegnando i vari tipi di violenza e da allora è iniziata la mia ricerca sulla violenza verso le donne e verso i bambini. Fortunatamente in questi anni la fantasia mi è stata proficua e tante idee sono state sfornate. Negli ultimi anni ho cercato di apportare più incisività in questo percorso usando anche altre tecniche espressive come la scultura e l'immagine digitale.
Faccio una parentesi, pensare di fare l'infermiere mi girava per la testa fin da ragazzino.
Io, nato e vissuto in campagna lontano dalle città, all'età di 9-10 anni ho avuto dei ricoveri in ospedale e rimasi affascinato da quell'ambiente. Le infermiere giovani e gentili, i dottori che mi visitavano, la suora che rimaneva a parlare con me di un po' di tutto; era una "sorella" diversa dalle solite che invece parlano sempre di Dio o della Chiesa, era più donna comune.
Dieci anni dopo in reparto medicina lavorando come infermiere ne conobbi una simile con funzioni di Capo Sala e mi ci trovavo benissimo. Com'è strana la vita, sembra che l'aspetto religioso-sacro abbia deciso il mio destino, sia di vita che di passione: da una parte in Chiesa m'incantavo di fronte alle pitture sacre e forse quelle mi hanno spinto verso la passione per l'arte; dall'altra c'è la suora che mi ammaliava con i suoi discorsi e che mi portava qualche fumetto, facendo questo forse ha attirato la mia attenzione verso la figura d'infermiere.
Prima di chiudere la parentesi voglio raccontare un'altra cosa riguardante il mio rapporto con la religione. Fin dalla infanzia all'adolescenza sono stato molto religioso, la sera non mi addormentavo se non dicevo la preghiera; ma poi gradualmente - da quando come infermiere sono venuto a contatto con le persone malate, col dolore, con la disperazione, l'angoscia, l'abbattimento dei malati terminali, con la morte - avvenne un cambiamento. Da una parte pian piano dentro di me è nata la consapevolezza della pena reale, quella concreta e dall'altra parte la devozione verso un Dio lentamente è svanita. Vicino a quella sofferenza vera e prorompente nascevano in me delle domande forti: come è possibile che un Dio possa permettere tanto supplizio e tormento? Come è possibile tanta violenza e dolore nel mondo?

Mi sembra di capire che c'è stato in te un certo parallelismo tra l'interesse verso la professione infermieristica e la passione per la pittura ma se capisco bene questa tua ultima passione è nata prima di fare o di immaginare di poter fare un giorno l'infermiere...

Sì. E' nata prima di fare l'infermiere. Il corso da Infermiere Generico l'ho iniziato a 18 anni.

Arte o hobby, sapresti dire quando è solo hobby e quando invece è arte?

Sono due mondi diversi e distinti fra loro. L'Hobby mi sembra la passione di fare qualcosa che piace, diverte, interessa.. E' un'attività praticata nel tempo libero come ad esempio il collezionismo, il giardinaggio, l'uncinetto ect.
L'Arte è qualcosa di più complesso. E' un'attività mentale-manuale di ricerca di mondi che possono essere: l'estetica, la forma, il concetto, il senso. I campi d'applicazione sono molteplici: arte visiva, sonora, teatrale, poetica, ect. A differenza dell'Hobby, l'Arte in genere contiene un messaggio, un'emozione, un appagamento estetico. E' un lavoro d'abilità creativa, di studio, che porta ad un'espressione finale. Spesso chi la svolge ricerca su campi inesplorati, come ad esempio nel mio caso.

Nel Pronto Soccorso c'è malattia, dolore, violenza subita: perché nei tuoi lavori hai rappresentato la parte che riguarda la violenza e poco la parte che riguarda la malattia?

Si, è vero, nella mia ricerca non c'è rappresentazione della malattia, ma in alcuni lavori assieme al disagio e alla pena, la sofferenza e il dolore sono presenti. Chissà forse un domani rappresenterò anche il tema della malattia.
Approfondire un tema richiede notevole impegno fisico e intellettuale; a volte per creare un solo lavoro serve molto tempo e tanta concentrazione per esprimere al meglio un'opera. Per questo credo sia fondamentale fare delle scelte. Intraprendere un solo tema è il modo migliore per esplorarne ed approfondirne i vari aspetti e contenuti di cui è composto; d'altra parte se si trattano più temi alla fine si rischia di non dare il dovuto risalto ad un certo argomento.

Parlaci della storia del tuo lavoro estetico: le mostre, i momenti culturali, le scelte estetiche.

Mostrare il lavoro fatto è sempre un piacere, non è solo comunicare "un qualcosa" come avviene in genere in tutte le arti. Negli ultimi decenni del 900 in mostre collettive o personali ho esposto il risultato delle mie sperimentazioni tecniche-artistiche. Poi dal 2000 in poi ho iniziato a mostrare la mia produzione sulla ricerca di abusi di genere.
A queste esposizioni sono rimasto spesso sorpreso da certe curiosità della gente. Varie persone non si aspettavano che i lavori fossero fatti da un uomo. Erano convinte che fossero fatti da mano di donna. Chissà forse un uomo per certi aspetti riesce a capire meglio e quindi a rappresentare meglio i lati negativi del maschio. Talune mostre erano inserite in momenti multi-culturali con interviste e dibattiti, tavole rotonde, incontri con i mass media, eventi collaterali di poesia, musica, teatro.
Per dare maggior comunicazione a questo mio impegno solidale ho creato un Blog "No violence of gender" dove sono inseriti tutti i lavori con la relativa descrizione, con Avatar femminili che raccontano storie. Per cercarlo si può andare su Google e digitare: faustoferri.blogspot.com.
A riguardo delle scelte estetiche ho usato varie tecniche espressive: tramite il disegno col bianco e nero davo luce alle prime immagini su questo fenomeno; in seguito ho cercato di farlo tramite l'uso plastico della terracotta che continuo in pratica tuttora.
Ultimamente realizzo anche stampe digitali con l'ausilio del Computer.
Concludendo questa risposta voglio aggiungere che la scelta estetica non è prefissata e poi immediatamente eseguita. Ogni idea nata va pensata e valutata a volte anche per giorni, occorre capire ogni volta come renderla più espressiva possibile e quindi quale tecnica adottare. Ad esempio col bianco e nero non puoi fare qualcosa che richiede il colore, coi colori non puoi dare un senso plastico all'idea.

Come accolgono, raccolgono, in genere il tuo lavoro le associazioni femminili?

In questi ultimi anni ho iniziato a tessere rapporti di collaborazione con associazioni femminili come Centri Donna e Casa delle Donne. Ogni tanto vado in giro per le città anche fuori regione a fare rappresentanza dei miei lavori ad associazioni che ancora non mi conoscono. Ogni volta nei vari centri trovo donne interessatissime al mio lavoro. Mi sto rendendo conto di quanto sia prezioso questo materiale per tali associazioni, per momenti da dedicare al mondo della donna, facendo mostre od altri eventi. Io per solidarietà presto senza oneri i miei lavori, cosi facendo le associazioni riescono a costruire eventi, spesso sono delle ONLUS e hanno dei budget veramente scarsi.
Con questi centri e gli assessorati delle Pari Opportunità ho concretizzato ed allestito esposizioni, come ad esempio nella Festa della Donna l'8 Marzo e il 25 Novembre che è la giornata indetta dall'ONU contro la violenza sulla donna. Strada facendo da associazione ad associazione ho incontrato e conosciuto donne straordinarie per altruismo, disponibilità, serietà rispetto sulla parola data.

E' la tua una forma di arte di denuncia diretta?

Il bisogno di reagire, di fare qualcosa per queste donne, l'ho "sentito" nel vedere i loro volti, nell'udire le loro parole balbettanti, dalla commozione nata nel vedere e ascoltare i loro pianti, l'ho "sentito" nella constatazione che la loro esistenza era arrivata ad un bivio.
Queste donne devono scegliere se continuare a subire soprusi in silenzio o se reagire contro il molestatore e il violentatore e intraprendere una nuova vita tutta in salita. Cosi il contatto con quelle voci, con quei volti, i lividi, il dover medicare le ferite, i racconti sentiti, mi hanno fatto pensare da un lato alla necessità di iniziare ad esplorare il versante delle varie tipologie della violenza (fisica - sessuale - economica - psicologica) e da un altro lato sull'urgenza di puntare il dito su chi faceva violenza, cioè l'uomo, il maschio.
Spesso le mie opere presentano mani d'uomo in atto di compiere una prevaricazione o un abuso.
L'intento mio è quello di denunciare in modo diretto queste violenze frutto della supremazia dell'uomo verso la donna. Lo faccio costruendo figure che contengono questo messaggio di notifica. Quando metto in mostra i miei lavori cerco di comunicare e sensibilizzare la gente a tale problematica. Ben vengano le varie arti se possono dare un contributo per destare il pubblico su questo dramma.

Le tue opere hanno un impatto molto forte su chi le guarda, hai mai pensato di fare un'arte meno diretta e quindi meno dura?

I visitatori osservando le immagini rimangono spesso perplessi per il messaggio troppo diretto contenuto in esse. Penso che la violenza sia molto cruda e cruenta per chi la subisce, quindi credo sia opportuno trasmetterla anche in questa maniera, cioè metterla in evidenza in modo schietto e realistico.
Penso che usando un'arte "morbida" non si riesca a dare un efficace messaggio. Va ricordato che gran parte della violenza che tratto in realtà è un mondo sommerso perché solo una piccola parte di donne denunciano i loro malfattori, quindi per sensibilizzare e rendere trasparente questo fenomeno servono messaggi energici e continuativi.
Tuttavia non tutti i miei lavori dimostrano violenza, anzi alcuni sono ironici, altri rappresentano semplicemente in senso lato "il mondo donna", questi in qualche modo hanno una forma più soft, meno aspra.

Scegli qualche lavoro da inserire nella intervista e spiega perché lo hai fatto.

Ho selezionato questa immagine dal titolo "Il martellamento", perchè vuole rappresentare la dipendenza mentale che la donna ha subito da parte dell'uomo nei secoli e come in molte culture al mondo avviene ancor oggi.

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La scelta di tale disegno dal titolo "Autonomia sotto sequestro" intende evidenziare la condizione di costrizione fisica che subisce la donna che non può accedere a certi ambienti o è rilegata a ruoli-posizioni secondari.

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Questa figura con mani dal titolo "Contenzione totale" è dedicata al tema dello stupro di massa come ad esempio nei paesi ove vi sono conflitti bellici o di Gang giovanili o certe sette nere.

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Questo disegno ironico allude ad una moneta dedicata alla donna. L'intenzione è quella di volere trasmettere un messaggio a carattere rinunciatorio perchè spesso le donne abusate non possono intraprendere una via legale perchè economicamente povere.

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Questa scultura in terracotta e legno ritrae la incivile ed inumana deturpazione della donna ad opera dell'uomo fatta per vendetta o emarginazione, avviene in diversi paesi sottosviluppati al mondo.

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Questo viso di terracotta e cera, intende raffigurare un uomo che in genere non accetta la condizione nuova di una separazione dalla compagna e in modo minaccioso persegue in maniera accanita la ex compagna (stalking).

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L'opera in terracotta esprime il tema della lapidazione verso la donna, accade quando la donna è minacciata per adulterio dall'uomo. Atroce e violenta, pratica usata in diversi paesi secondo la legge dei codici della Svaria.

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Questo lavoro in terracotta illustra come l'uomo per cultura controlla e tenga in mano la donna a suo piacimento.

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La figura in stampa digitale delinea una donna tenuta sottovuoto "come sotto una campana" impossibilitata ad esprimersi mentalmente e fisicamente. Ad esempio come in certi paesi dove le donne non hanno diritto al voto o prevaricate non possono accedere a luoghi, resi esclusivi solo al maschio.

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Questa stampa su tela esprime "un fantasma" di donna uccisa durante una collisione con un uomo. Drasticamente possiamo constatare sia dalla cronaca e sia dalle statistiche che a soccombere di fatto è sempre la donna. Và ricordato che l'uomo attua degli occultamenti a suo favore e spesso non paga le pene previste dal codice penale (quando lo sono).

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Tale terracotta è stata scelta per evidenziare "la rinuncia" della donna di poter ambire in altri settori oltre a quello famigliare, come il lavoro o lo studio, il tempo libero. Cosi in realtà si trova obbligata ed attaccata agli oggetti casalinghi: strumenti da cucina, ferro da stiro ect.

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Ho scelto questa statua in terracotta la quale rappresenta il crudo e brutale tema degli abusi sessuali sui minori tipo la pedofilia, l'incesto, il turismo sessuale, i soldati bambini.

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Termina qui l'intervista a Fausto Ferri. L'esperienza professionale, l'arte pittorica e la scultura, la condizione delle donne violate curate nel pronto soccorso, hanno trovato nei suoi lavori espressione dandoci una possibilità di confronto con tale drammatica condizione. Ho ritenuto utile far conoscere il suo impegno professionale e la sua attività artistica. Lo ringrazio ancora per la sua disponibilità a mettersi in gioco e per aver creato così un'altra possibilità per tutti noi operatori di conoscerci e di confrontarci.

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