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Una esperienza di auto mutuo aiuto di operatori socio-sanitari - Intervista a Ada Favetta Boattini

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Nella tarda primavera del 2002 nasce a Rimini un gruppo di auto mutuo aiuto (AMA) composto da operatori. L'iniziativa è susseguente ad una formazione sul tema organizzata dal servizio di salute mentale. Il gruppo rimane attivo per circa un anno e mezzo. Con alcune interviste e altri eventuali scritti tenteremo di ricostruire e ripensare l'esperienza.

G. (Gilberto Mussoni) Come ti accennavo per telefono la ragione che mi ha spinto a venire a chiederti un’intervista è quella di provare a ricostruire e rivivere insieme l’esperienza, cercando di rifletterci nel contempo sopra. Se ci sarà interesse anche da parte degli altri che vi hanno partecipato e le risorse sufficienti per farlo è mia intenzione raccogliere anche il loro ricordo e le loro osservazioni. Con Tino abbiamo collocato l’inizio dell’esperienza nella primavera del 2002, a seguito di un momento formativo che avevate allora organizzato con un certo signor Roberto Cuni e con il dott. De Stefani. A seguito di questo momento nasce questa iniziativa… 


A. (Ada Favetta Boattini) Non ricordo bene le date. In quel periodo c’era stato il cambio del responsabile del servizio. Al Servizio territoriale era arrivato il dott. B., mentre l’ex Responsabile era stato trasferito al Reparto di diagnosi e cura. C’era un clima nuovo nell’aria. Chi aveva qualche progetto in testa, qualche idea, sentiva che ora poteva più di prima provare a metterli in atto. Tra chi lavorava sul territorio cominciava a prendere corpo l’idea, e la pratica, di dover operare con l’utente e non solo per l’utente o su l’utente. Chi sentiva particolarmente questo richiamo, questa nuova aria, era Agnese, ora in pensione. Penso che la sua presenza, la sua attività, sia stata fondamentale per la nascita di questa nuova iniziativa. Era lei che, più di altri, aveva collegamenti con operatori di altri CSM che avevano in corso esperienze di lavoro con gli utenti. Poco prima di quel momento formativo organizzato dal nostro servizio con le persone che sopra ricordavi era nata una iniziativa sul tema del auto-mutuo-aiuto al centro Minguzzi di Bologna. Alcuni di noi erano andati un paio di volte a questi incontri. Poi venimmo a conoscenza dell’esperienza di Trento e l’Agnese fu la prima a recarvisi. A Trento ad ottobre ci sono da anni le giornate de "Le parole ritrovate"; tre giornate in cui si discute della malattia mentale, ma non in termini teorici o clinici, ma attraverso l’esperienza concreta di progetti basati sul "fare con", presentati direttamente da utenti, famigliari, operatori. Lei era molto insistente, ci spingeva a partecipare. Per fortuna – con il senno del poi – che c’è stata lei!

G. Quindi siete andati insieme a Trento

A. Sì. Sono venuti con noi anche alcuni famigliari. Lì, abbiamo capito come funzionava l’esperienza. A Trento si era costituita anche una associazione chiamata "La panchina". Facevano anche formazione per far conoscere e per promuovere il loro metodo di lavoro. E’ partita da qui la nostra richiesta formativa. Abbiamo fatto tutte le pratiche che servivano ed è stata autorizzata. Sono venuti a Rimini Cuni e il Dr. De Stefani e una serie di gruppi AMA attivi per l’Italia nei vari CSM (Centri di Salute Mentale). Hanno portato la loro esperienza. Non era solo una esperienza da raccontare la loro, era lavoro quotidiano, anche allora in atto. E’ da lì che è partita l’idea dei gruppi AMA. L’obiettivo era assai concreto: cercare di lavorare per la costituzione anche da noi, nel nostro territorio, di questi gruppi.

G. Ho una domanda che ho fatto anche a Tino e alla quale forse hai già risposto: qualcuno è stato particolarmente attivo nel costruire il vostro gruppo AMA? Non si capisce molto bene chi abbia preso l’iniziativa di proporlo.

A. C’era un certo movimento verso l’esperienza dell’auto-mutuo-aiuto nel Servizio… Più persone erano coinvolte in esso… E’ difficile dire, ricordare bene, chi è stato più attivo e chi meno in questa situazione. Un anno e mezzo prima era nata "L’isola ritrovata", la prima esperienza di gestione di un luogo, da parte degli utenti. Con l’arrivo del dott. B., nuovo responsabile, quest’idea di coinvolgere gli utenti nelle attività prendeva sempre più corpo. C’era un certo fermento all’interno del Servizio. Avevamo fatto un progetto e la Regione l’aveva approvato, dandoci l’opportunità di avere per sei mesi un operatore dedicato all’apertura di questa esperienza. Dopo questo percorso di formazione sull’auto-mutuo-aiuto l’obiettivo era quello di non chiudersi, ma di andare avanti. Già nell’ultimo momento dei due giorni di formazione ci eravamo dati una data (mi sembra di ricordare il 19 di aprile) di incontro con le persone che avevano partecipato (familiari, operatori, utenti).

G. All’inizio vi vedevate insieme... La decisione è stata presa in quella giornata?

A. Sì, in quella giornata. C’eravamo lasciati con il proposito di ritrovarci per vedere che cosa tutti assieme avremmo potuto costruire. Ricordo che c’era un grande entusiasmo. Abbiamo cominciato a incontrarci con regolarità. La partecipazione era alta, arrivava anche gente che aveva saputo delle iniziative intraprese e però non vi aveva partecipato. Sono partiti vari gruppi di auto-mutuo-aiuto. Ne sono nati davvero tanti. Appena a qualcuno veniva in mente qualcosa si costituiva un gruppo.

G. E dentro questo fermentare di attività nasce il vostro gruppo…  

A. Non è nato come gruppo di operatori. Il tema su cui all’inizio ci si incontrava era "la fatica di convivere con la malattia mentale". All’interno del gruppo c’era anche N. D. come utente di una associazione, qualche genitore, anche se i familiari avevano già costruito un loro gruppo.

G. Se non interpreto male, secondo Tino il gruppo di soli operatori nacque perché un giorno i familiari non si presentarono. In un certo senso quindi quasi per caso. Trovandovi soli forse vi siete accorti del bisogno che avevate di confrontarvi fra di voi e di quanto la presenza di utenti e famigliari poteva essere un problema.

A. Questo è stato un problema che è sorto in un secondo momento. Il gruppo si vedeva ogni 15 giorni negli spazi del CSM, però fuori dall’orario di lavoro. Questa era una decisione presa da noi operatori, perché in questo modo potevamo dire agli altri colleghi che essendo fuori turno non potevano contare su di noi per eventuali esigenze di servizio (mettevamo un cartello fuori dalla porta). Come unica presenza altra dagli operatori ricordo N. D., ma forse c’era qualcun altro. Non ricordo bene come si passò a trovarci tra noi. Sicuramente c’era il bisogno di confrontarci sulla fatica, sulla conflittualità che vivevamo, sul diverso modo che ognuno di noi aveva di operare. Personalmente ho sempre cercato di lavorare con l’utente, anche cercando di contrastare a volte la tendenza dei servizi di lavorare troppo per e su gli utenti. Lavorare con gli utenti ha una sua specifica fatica. Si tratta, seppur con misura e gradualità, di responsabilizzarli. Raramente è facile. Non mancano problemi, conflitti. Con i pazienti o i loro famigliari presenti non era facile esprimere la stanchezza, la fatica, la rabbia che tutto questo comportava. La situazione era imbarazzante perché dovevi continuamente fare un’operazione di filtro, di mediazione, fra le cose che avresti voluto dire come operatore e quelle che potevi dire tenendo conto della presenza di familiari.

G. Infatti Tino racconta che la prima volta che non vennero vi sentiste assai più liberi e che da lì poi procedeste senza di loro

A. In un gruppo di auto-mutuo-aiuto così composto non potevamo affrontare i nostri problemi…

G. Capisco… Per quel che so un presupposto fondamentale dell’auto-mutuo-aiuto è quello di partire da una condizione e/o da problemi comuni. In comune c’era il rapporto con la malattia mentale, ma era chiaramente molto diverso quello che avevate voi operatori e quello che avevano i loro famigliari. Tino dice che il gruppo era composto da 6/7 persone. Erano sei o sette? Chi erano?

A. C’erano: un educatore (Tino), tre assistenti sociali (la Paola G., la Vilma R. ed io), tre infermiere (l’Agnese R., la Nazzarena, l’Angela V.).

G. Di solito la costituzione di un gruppo AMA si pubblicizza.

A. Lo avevamo fatto all’interno del servizio.

G. Lo avevate fatto all’interno quando ancora c’era la presenza dei familiari, o quando eravate rimasti solo voi operatori?

A. Mi occupavo io degli avvisi in bacheca, l’argomento era quello della fatica di lavorare con la malattia mentale e non era intitolato "operatori"….

G. Era stato pubblicizzato all’interno del CSM o anche all’interno della AUSL?

A. Secondo me all’interno della salute mentale e in "L’isola ritrovata". Non aveva molto senso pubblicizzarlo chissà dove. I gruppi AMA non sono solitamente molto numerosi. Il problema non è quello di far numero. Il gruppo si compone con le persone che sono lì o nei pressi in un momento dato, in una situazione data, da coloro che sentono e vivono un problema. Avevamo bisogno di un reciproco confronto e sostegno. Non dovevamo darci chissà quali altri obiettivi. Un gruppo AMA nasce in un determinato momento per quelle persone che hanno un bisogno comune, poi quando in qualche modo il bisogno è soddisfatto chiude. Un gruppo di questo tipo non è una associazione che va poi a darsi della regole, una struttura sempre più precisa, che si pensa anche in un tempo lungo.

G. Nel vostro caso non c’era bisogno di avere chissà quali presenze aggiuntive, eravate già un gruppo…

A. Mi sembra di ricordare che all’inizio c’erano un paio di genitori, la N.D. e noi. Il numero era già allora giusto. In un gruppo di auto-mutuo-aiuto ti dai un tempo (un’ora e mezzo) per permettere a tutti quanti di potersi esprimere, anche per questo il numero dei partecipanti non può essere tanto alto.

G. Nei primi incontri con la presenza dei familiari, di che cosa si parlava?

A. Si parlava del problema della salute mentale.

G. L’ho chiesto anche a Tino: c’era una sorta di facilitatore, uno che regolava gli interventi? Tino sostiene di no, che non ce n’era bisogno…  

A. Secondo me sì. Non so perché ho questa idea: anche se Tino dice di no, avevamo un quaderno…

G. Chissà dove sarà andato a finire… Forse uno, anche se la cosa non era più di tanto ufficializzata, teneva le fila e uno verbalizzava… Chissà… Un’altra domanda: ci sono a tuo parere fasi che possono caratterizzare la storia di questo gruppo, momenti particolari che segnano un passaggio?   

A. Direi che c’è stato un momento centrale in cui ho sentito che quel gruppo poteva veramente darmi qualcosa in termini personali. Questo momento lo vedo preceduto da una prima fase entusiastica, caotica, con la presenza di persone (i familiari) che vivevano problemi diversi dai nostri, o simili ai nostri ma da un’altra prospettiva. In quella prima fase noi operatori eravamo presenti più con la testa che con tutto noi stessi: certe cose le dovevi, le potevi dire, solo in un certo modo… la nostra era un’operazione più mentale che altro. Questa potrebbe essere la prima fase. La seconda fase, quella centrale di cui parlavo prima, inizia quando sono andati via i familiari. Questo sfoltimento del gruppo non fu indolore. Ricordo che se ne parlò. Ci fu un certo senso di colpa da elaborare, da digerire. Era come se avessimo abbandonato qualcuno. Avevamo espresso nel gruppo le difficoltà che la presenza degli altri ci provocava e quindi il loro abbandono creò alcuni sensi di colpa. Delle fase centrale ricordo ora in particolare tre o quattro incontri nei quali parlammo della nostra esperienza lavorativa e di quanto questa avesse influito sulla nostra vita personale, sul rapporto con i nostri figli. A quest’ultimo proposito ho il ricordo vivo di almeno un paio di occasioni. Emersero cose belle, vere, belle nel senso di belle esperienze faticosissime. Emersero anche momenti emozionali veramente pesanti.

G. Ti viene in mente qualcosa di più preciso, o non è il caso di parlarne?

A. Non andrei oltre. C’è uno spazio personale che è bene far rimanere tale, intimo, privato, o almeno non troppo pubblico. Ricordo ora due o tre incontri molto pesanti in termini emozionali, momenti in cui fu veramente difficile trattenere l’emozione.

G. Se dovessi sintetizzare, senza entrare nei particolari, cosa diedero a tuo parere a te e agli altri questi incontri tra voi operatori?  

A. Ci fu lì più volte la possibilità di vedere il collega con cui normalmente lavoravi anche sotto altri aspetti e questo ti permetteva di affrontare certi conflitti che nelle riunioni ufficiali di lavoro non era possibile affrontare. Questa conoscenza ti aiutava a relazionarti meglio, quando poi tornavi al lavoro, con certi aspetti della personalità di un collega che magari nel lavoro di tutti i giorni subivi o mettevi improduttivamente tra parentesi. Nei nostri lavori c’è molta chiacchiera di corridoio, le dinamiche sono molto complesse e anche assai destabilizzanti, c’è tanta roba che gli altri (pazienti e non) ti proiettano addosso e che devi continuamente decodificare e gli spazi per elaborare tutto questo spesso mancano e se ci sono non sempre riescono nel loro intento. A mio parere non c’è stato nel nostro servizio su questo piano, su questa complessità, un lavoro impegnativo di supervisione

G. E’ importante, possibile, la supervisione in questo ambito?

A. Sai, il lavoro in psichiatria non è un lavoro semplice. Non parli con un utente al giorno, arrivano continuamente centinaia di richieste! Anche la quantità è rilevante. Ricordo che quando sono entrata avevamo fatto un lavoro di supervisione con il Dr. Erba, per il resto non è stato fatto tanto! Il lavoro quotidiano è sempre stato una infinità di decisioni concrete, pratiche, un fare incessante e un insufficiente riflessione prima e dopo di esso.

G. E in questa situazione partecipare al gruppo AMA…

A. Ti dava una stabilità maggiore, almeno a me personalmente diede questo. Tramite il confronto di gruppo crescevano il numero dei colleghi su cui sentivo di poter contare. Il confronto aumentava i punti di contatto, la rapidità dell’intesa. Nel CSM c’erano una trentina e più di operatori e con non pochi di loro il confronto sul modo di concepire il lavoro e di operare era scarso. Con i colleghi del gruppo AMA non c’era bisogno di tante spiegazioni nel momento in cui si doveva affrontare un caso, una situazione…

G. Il gruppo vi aiutava quindi perché aumentava la vostra conoscenza reciproca, i legami, il sostegno… Vi permetteva anche di scaricare certe tensioni che altrimenti avreste fastidiosamente dovuto portarvi dietro?  

A. Ci aiutava un po’ anche a scaricarci. Faccio un esempio. L’Agnese era a mio parere una persona che pressava molto gli altri, che faceva affidamento molto sulla volontà delle persone, sul potere della condivisione di certi valori… Personalmente a livello tecnico mi trovavo spesso in conflitto con lei su questo, e il conflitto era tensione. La relazione costruitasi con lei all’interno del gruppo mi permise di parlare di questo e la tensione dopo questo confronto tra noi diminuì

G. Cosa diversificava soprattutto il momento del gruppo AMA rispetto alle riunione di lavoro? Che peso aveva il fatto che eravate più o meno allo stesso livello professionale, che non ci fosse una particolare gerarchia tra voi?

A. Non so… Comunque il gruppo era aperto anche ai medici.

G. Si, però di fatto non c’erano…

A. Personalmente con la gerarchia non ho particolari problemi, quando devo dire una cosa la dico.

G. Torniamo alla storia del gruppo. Ad un certo punto si andò a parlare della vostra esperienza a Ravenna …

A. A Ravenna io non c’ero.

G. Lo so, è stato Tino a parlarne.

A. Io sono andata a Casalecchio….

G. Questa esperienza di Auto Mutuo Aiuto di operatori, era un po’ insolita… A Ravenna andò Tino a riferire e tu a Casalecchio…  

A. Eravamo entrati nel circolo dell’auto-mutuo-aiuto per cui non eravamo noi che ci proponevamo, erano gli altri a cercarci. Erano i formatori, Cuni e De Stefani, che parlavano di noi. C’era un passaparola. Abbiamo cominciato noi in Romagna. In questo primo gruppo c’erano dei familiari dell’Associazione di Ravenna. Cuni e De Stefani avevano portato da noi a Rimini dei familiari di Milano. La loro modalità era: parlano i fatti, parlano le persone. Per questo invitavano nei loro corsi di formazione i gruppi che funzionavano.

G. Certo che c’era allora un bel fermento sull’auto-mutuo-aiuto…

A. Sì… Sono nati, come dicevo, molti gruppi, molte iniziative. La vita di questi gruppi è stata poi spesso breve. Ora qui nel nostro territorio, che io sappia, solo quello dei familiari sta andando avanti.

G. Torniamo al nostro gruppo… Ad un certo punto alcuni operatori, soprattutto quelli che non lavoravano al CSM, smettono di venire. Il gruppo dopo un certo periodo si trova ridotto, a 4 o 3 persone. Di queste assenze che ricordi hai?  

A. Ricordo la fatica che manifestavano coloro che non lavoravano al CSM. Penso ad esempio a Nazzarena, una infermiera che lavorava a Santarcangelo. Allora era partito "Il polo di Santarcangelo". Era diventavo qualcosa di molto autonomo. Immagino che per chi lavorava lì gli impegni siano cresciuti

G. Veniva risucchiata da questa iniziativa…

A. Non lo escluderei. Ma forse anche da altro. Secondo me a Nazzarena era piaciuto stare nel gruppo. Una cosa da considerare è che in un gruppo AMA deve essere piacevole starci, altrimenti è facile, e anche giusto, lasciarlo. Non credo però sia stato questo il suo caso. Lei era una di quelle persone che sicuramente faceva fatica a conciliare i vari impegni che aveva. Era sposata, e con due bambini. Per noi era più facile partecipare. All’una e mezza del lavoro staccavi ed eri lì. Può sembrare una piccola cosa ma anche le piccole cose hanno il loro peso. Lei faceva più fatica a venire, la Paola anche… Nazzarena poi era una persona molto attiva, ricordo che faceva anche teatro…

G. Per chi aveva investito molto in questa esperienza non deve essere stato facile il rapporto con queste assenze e poi defezioni…  

A. Dipende da come si viveva il gruppo… Io non avevo immaginato che esso dovesse avere particolari obiettivi da raggiungere e quel che era accaduto e stava accadendo era già stato ed era sufficientemente significativo

G. Non avevi immaginato che potesse-dovesse più di tanto durare nel tempo…

A. Assolutamente! Io no!

G. Tu no, ma Tino sì, ad esempio… Quindi non hai vissuto molto male queste assenze e defezioni…

A. I componenti del gruppo si erano messi assieme e insieme avevano lavorato su un problema condiviso. Per quello che si era potuto l’avevamo affrontato, l’avevamo riposizionato. Quel gruppo non aveva altri obiettivi, non doveva costruire, che ne so, "l’Associazione degli operatori della salute mentale" che doveva battersi per i fondi che non arrivavano, i progetti che non partivano, ecc… A me sembrava che l’obiettivo per cui ci si era messi insieme fosse stato in gran parte raggiunto. Fu probabilmente per questo che non fu più di tanto faticoso per me accettarne poi la sua fine.

G. Per qualcun altro lo è stato però.

A. Per Tino sì, perché era quello più…

G. Entusiasta?

A. Era quello che… … ma è il caso di entrare in queste valutazioni personali? Il problema a mio parere è un altro. Un gruppo AMA, lo ripeto perché questo è un punto importante per me, non è una associazione, ne può diventarlo. In un gruppo AMA ci si va per libera scelta, se si ha un qualche piacere, o utilità, ad andarci. Non è bene che si crei una situazione in cui le persone sentano l’obbligo di andarci cercardo di tenerlo in vita quando la sua funzione sta finendo, è un errore e può far sì che appunto alla libertà si sostituisca l’obbligo. Oltre che da Tino credo che la chiusura del gruppo non sia stata vissuta bene, per ragioni diverse dalla sue, neppure da Paola. Ma forse mi sbaglio… Se vogliamo scendere nei particolare dei vissuti e delle ragioni di ognuno però ci perdiamo

G. Certo… hai ragione. Più di tanto non si può capire, chiarire. Però qualche altra domanda da farti che l’ho. Posso…

A. Certo, abbiamo ancora tempo

G. Avete chiuso l’esperienza in un momento particolare, come dire?, ufficialmente, con una decisione presa assieme, oppure è terminata da sé come per esaurimento?

A. Non ricordo se un giorno abbiamo detto chiudiamo…

G. Avete discusso del fatto che l’esperienza stava terminando? Se era il caso di cercare di rilanciarla cercando qualcuno che sostituisse chi se ne andava?

A. C’è stato un momento in cui Tino, forse quando erano andati via i familiari, aveva portato alla discussione l’idea di ampliare il gruppo. Probabilmente questa sua proposta era già allora collegata al suo bisogno di dar una vita lunga al gruppo. Io questa esigenza non l’avevo.

G. Tino non ha nascosto che ha vissuto male la chiusura del gruppo. Forse una vita più lunga del gruppo poteva essere per lui una dimostrazione che l’auto-mutuo-aiuto funzionava… Forse immaginava che…

A. Forse immaginava che dovesse diventare una fiaccola, un modello, per gli altri…

G. Non escluderei che ci fosse anche questo….

A. Tino ha una tendenza a idealizzare quel che vive… Non so per lui ma per me quello del gruppo è stato un periodo positivo. Mi ha dato qualcosa che poi mi è servito nei rapporti quotidiani con gli altri colleghi. Che altro dovevo chiedergli? E poi io non riesco a tenere le esperienze per tempi lunghissimi

G. Hai pensato dopo, ogni tanto, a questa esperienza? Se sì, che pensieri ti sono venuti in mente? Hai avuto modo dopo la sua fine di discuterne, casualmente, con chi ha partecipato, o con chi, pur non avendo partecipato ad esso, era interessato, curioso, rispetto a questa esperienza?  

A. Non c’era spazio, tempo, per questo… Il nostro servizio era, e lo è ancora, un servizio in cui il malato mentale è lì continuamente, e pesantemente. Ogni spazio sembra saturo della sua presenza. E’ un servizio faticoso. Poi c’è il fatto che gli operatori che lavoravano per qualche progetto che non era, che non è, il rapporto di lavoro diretto su l’utente sono considerati dagli altri quelli che lavorano di meno. Cosa difficile da dimostrare. Più facile è dimostrare il contrario. Ma lasciamo perdere questo punto. Lavorare con l’utente era come permettersi uno spazio in più, che non ci stava, che non era previsto. Ritornare su queste cose era come…

G. Permettersi qualcosa che era considerato in più, non strettamente essenziale… Se capisco bene chi lavorava con era una parte minoritaria. Il servizio nel suo complesso lavorava per, su

A. Assolutamente sì… Per come vedo io le cose, per quel che ho sperimentato di persona, checché se ne dica, lavorare con mette più spesso di quanto si lavora su (per capirci dare le terapie, intervenire soprattutto sulla gestione dei sintomi, essere concentrati soprattutto sulla patologia) l’operatore a rischio, lo costringe ad essere più presente, a fare più scelte…

G. Lavorare con… Cosa significa? Più che una tecnica o un insieme di tecniche immagino un modo di essere… non dimenticarsi mai che il malato è un soggetto, un cittadino… che con la malattia mentale è anche importante apprendere a conviverci, che è importante sapere vedere le sue varie facce (non solo quella inquietante, angosciante), che fare qualcosa è soprattutto un fare insieme, un cercare insieme, un lavorare anche sulle potenzialità delle persone… Ora mi vengono in mente queste cose. Ci sono diversi modi di vedere e praticare il proprio lavoro…

A. Certo, anche diversi modi di esercitare il potere che il tuo ruolo ti dà. La cosa che vedo assolutamente buona e che in qualche modo mi aiuta ad andare avanti è per esempio "La serata a più voci ed emozioni" che abbiamo inventato in quella sede. Quella è stata per me una grande esperienza di condivisione con gli utenti.

G. Quando c’è questa serata?

A. In aprile di solito.

G. Si può dire che: "L’isola ritrovata", l’auto-mutuo-aiuto, insieme ad altre esperienze che io non conosco, in qualche modo esprimevano un certo modo di lavorare in salute mentale? Che questo modo di operare univa, tendeva ad unire, più certe persone che altre?  

A. Certo… Esperienze di questo tipo non erano assolutamente pensabili nella precedente gestione del servizio

G. Purtroppo molte delle iniziative di auto-mutuo-aiuto iniziate in quegli anni ora non sono più attive… Come interpretare tutto ciò? Cosa è accaduto secondo te?  

A. Nei due giorni di formazione (con Cuni e De stefani) di cui parlavamo prima abbiamo avuto la presenza di circa 100 persone. Delle 100 persone, una trentina erano operatori e il resto utenti, 20/30 venuti da fuori. C’era un grande entusiasmo. E’ stato molto bello quel momento. Ha dato sicuramente qualcosa anche ai familiari, agli utenti, non solo a noi. Allora sull’auto-mutuo-aiuto nessuno sapeva più di tanto. Una cosa fu chiara da subito: non si trattava di applicare una ricetta bella e pronta che loro avevano in mano. Ogni realtà doveva costruirsi da sé. E’ uno dei principi basilari dell’auto-mutuo-aiuto questo. E’ stato importante che quel momento si sia subito trasformato in momento operativo. Ricordo bene quando De Stefani disse: "Non si può uscire di qui senza aver definito una data!" E’ da li, dal 19 aprile, che abbiamo cominciato. Erano incontri quelli dove c’erano anche 50/60 persone, incontri che diventavano anche conviviali. Si lavorava e si stava insieme in forma più rilassata ed informale. Non era poca cosa questo passaggio alla convivialità, questo mescolamento di momenti in una situazione dove fino a quel momento qui c’erano gli ambulatori e lì l’utente. Credo che noi operatori siamo stati quelli che abbiamo fatto più fatica in questo passaggio. Forse di più per chi esercitava certi ruoli (ad esempio l’assistente sociale fa più cose con il paziente che l’infermiere e quindi per quest’ultimo può essere stato più faticoso). Dentro questo clima nascevano tutte le settimane nuovi gruppi. Qualcuno arrivava con il titolo di un gruppo e allora attaccavi un manifestino e aspettavi di avere delle adesioni. Alcuni non sono neppure mai nati.

G. Voi dentro a questi gruppi che nascevano entravate nella fase iniziale? Mi sembra di aver capito di no.

A. Secondo me qui abbiamo fatto un errore di valutazione. Andavano un attimino non controllati, non è la parola giusta, ma osservati. Era nato il "Gruppo che sentiva le voci", avevamo 2 o 3 utenti del servizio. Con il senno del poi è stato forse un errore non avere partecipato pressoché mai

G. Forse ne sono nati troppi e osservarli era difficile, impossibile anche volendolo fare…

A. Secondo me non eravamo preparati a questo… E’ mancata la gestione non del singolo gruppo ma di quello che globalmente stava accadendo. Ricordo che De Stefani mi chiamava "la direttrice", che Fioritti mi chiamava "la direttrice", ma non avevo un mandato istituzionale per fare niente su questo. Come ho detto sopra dentro al servizio c’erano almeno due anime e chi lo dirigeva non si schierava più di tanto a riguardo. Non schierandosi i conflitti latenti rimanevano sempre aperti e certe energie venivano risucchiate da essi

G. Un’ultima domanda… Che si sappia sono pochi i gruppi AMA nati fra gli operatori. Se il dato è vero che ipotesi si può fare a riguardo? 

A. In un incontro di formazione (organizzato dall’Associazione "La Panchina" di Trento) a Bologna in cui eravamo stati invitati per portare la nostra esperienza, in una platea di più di cento operatori, ho fatto una battuta: voi Bolognesi siete presenti al potere centrale, noi a Rimini mettiamo in gioco la creatività. Il gruppo AMA costituito da operatori è nato per un insieme di cose che si sono combinate nello stesso momento e alcuni hanno preso la palla al balzo.

G. In Italia, ci sono milioni di operatori. Non pensi che facendo questa affermazione è come se dicessi (dal momento che non conosciamo altre esperienze simili alla vostra) che gli operatori sono generalmente poco creativi…

A. No, no, assolutamente! Non voglio dire questo. La mia era una battuta da riminese nei confronti dei bolognesi… E’ difficile rispondere alla domanda che fai… In quel momento certi operatori hanno sentito quell’esigenza, se ce ne fossero state altri sette probabilmente non si sarebbe formato un gruppo AMA… Come si fa a sapere perché nascono oppure perché non nascono certe esperienze?

G. Stavo cercando di immaginare quali erano le condizioni che potevano favorire oppure ostacolare la nascita di esperienze di auto-mutuo-aiuto tra operatori… Hai ragione è una domanda difficile. Soprattutto ora che siamo anche alla fine dell’intervista e che siamo stanchi… Torniamo alla vostra esperienza. Questa volta è veramente l’ultima domanda. L’esperienza del gruppo AMA ha avuto a tuo parere una qualche ricaduta nel servizio?  

A. A mio parere sì. Da questa esperienza le persone, seppur in modo molto diversificato, sono uscite con maggiore consapevolezza della necessità di porre più problemi nelle riunioni di lavoro, di ridurre la pratica del lamento nei corridoi, e hanno dato un certo contributo alla costituzione e strutturazione degli incontri di servizio dentro l’orario di lavoro.

G. Non sei uscita depressa, delusa, da questo gruppo… anzi…

A. Io no. Altri forse sì in un primo momento, ma poi sono convinta che anche per loro sia stata, in tempi più lunghi, un’esperienza fondamentalmente positiva e che si è tradotta in un qualche contributo dato al servizio.

G. Ti ringrazio del tempo e della disponibilità che mi hai dato e speriamo di arricchire la ricostruzione dell’esperienza e la riflessione su di essa anche con il contributo della altre tue colleghe. Grazie mille ancora. 

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