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Una esperienza di auto mutuo aiuto di operatori socio-sanitari – Intervista a Settimio Pretelli

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Nella tarda primavera del 2002 nasce a Rimini un gruppo di auto mutuo aiuto (AMA) composto da operatori. L'iniziativa è susseguente ad una formazione sul tema organizzata dal servizio di salute mentale. Il gruppo rimane attivo per circa un anno e mezzo. Con alcune interviste e altri eventuali scritti tenteremo di ricostruire e ripensare l'esperienza.

G. (Gilberto Mussoni) L'esperienza del vostro gruppo di auto mutuo aiuto risale ad alcuni anni fa. Da quel che mi hai detto è durata circa un anno e mezzo. Cerchiamo come possiamo di ricostruirla. Il ricordo è quel che è. In certi punti è fragile, carente, quel che ricorda una persona è diverso su certi punti, su certe questioni, da quello che ricordano altre, ecc. Non preoccupiamoci troppo di questo. Può darsi che raccontando molte cose riemergano, che alcuni ricordi prima discordanti poi convergano, o il contrario. Non preoccupiamoci che tutto torni… Accontentiamoci di quello che ricordi… Per prima cosa: in che anno è iniziata l'esperienza?

T. Settimio Pretelli) Ho fatto mente locale in questi giorni precedenti a questo incontro, ho cercato tra le carte che ho qualche informazione…Cronologicamente le cose si sono svolte in questo modo: - come operatori del servizio psichiatrico, abbiamo partecipato ad un primo corso sull'AMA nell'ambito della salute mentale il 5 e 6 aprile 2002 a Rimini; il corso è stato tenuto dal dott. De Stefani, responsabile del Centro Salute Mentale (CSM) di Trento e dal sig. Roberto Cuni che è un rappresentante del coordinamento nazionale gruppi AMA - successivamente, nella primavera 2002, si è formato il nostro gruppo AMA di operatori - nel gennaio 2003 abbiamo partecipato ad una giornata di lavoro sui gruppi AMA a Ravenna dove abbiamo pubblicamente presentato la nostra esperienza "anomala" di "gruppo di auto mutuo aiuto di soli operatori" - nell'aprile dello stesso anno, abbiamo partecipato ad un'altra giornata formativa che si è tenuta nel nostro Centro Ricreativo "L 'Isola Ritrovata", con la partecipazione del dott. De Stefani e del sig. Cuni.

G. Abbiamo già quindi approssimativamente la data d'inizio e le tappe principali… Ti ricordi da chi tra voi operatori partì allora l'iniziativa?

T. Ricordo che questa formazione ci aveva arricchito, ne eravamo usciti entusiasti. Avevamo intravisto la possibilità di attuare il lavoro di questi gruppi nel nostro territorio. I corsi si erano dimostrati ricchi, approfonditi, tenuti da persone autorevoli ed esperte. Parlandone in altri ambiti, maturò in alcuni di noi la voglia di provare a vivere questa esperienza. Se non ricordo male si discusse più volte sulla possibilità di lavorare meglio in psichiatria partendo dalla possibile compartecipazione di attori non professionisti al lavoro di riabilitazione e integrazione sociale. Lavorando in questa ottica, si formò un gruppo di persone che all'inizio era formato da operatori e familiari di pazienti psichiatrici. Forse non ho detto che la formazione era aperta anche ai famigliari dei pazienti. Si iniziò quindi incontrandoci insieme, operatori e famigliari. Già dai primi incontri però intuii che c'era qualcosa che non andava in questa compresenza. Mi sentivo come legato, non libero di esprimermi apertamente, di fare battute ironiche, critiche, apprezzamenti, che solitamente si fanno tra colleghi. Questo sentirmi legato, inibito, andava contro lo spirito dei gruppi AMA che si basa principalmente sull'essere uniti dagli stessi problemi, sul raccontarsi le proprie esperienze, sullo scambiarsi informazioni e soluzioni per essere, così, risorse per sé stessi e per gli altri.

G. Capisco… Ma come avete risolto la questione? Cosa avete fatto per dividervi? Avete discusso il problema?

T. In un incontro in cui casualmente erano assenti i familiari ci siamo chiesti se fosse il caso di continuare così o se fosse giunto il momento di cambiare la modalità del gruppo. Facendo un'analisi della situazione ci rendemmo conto che alcuni familiari potevano sentirsi in imbarazzo di fronte ai problemi che avevamo bisogno di discutere, così decidemmo di continuare l'esperienza solo tra noi operatori.

G. Con quale cadenza vi vedevate?

T. All'inizio si discussero vari aspetti: la cadenza degli incontri, l'orario e il luogo idoneo e più comodo per tutti. Le esigenze erano diverse: alcune colleghe (io ero l'unico maschio, tanto per cambiare…) lavoravano sul territorio, altre nella sede della Azienda USL in via Coriano, anche l'orario di servizio era differente. Dopo aver preso in esame varie proposte, concordammo di vederci con cadenza bisettimanale, al Centro di Salute Mentale (CSM), dalle 13.30 alle 15.00, al di fuori dell'orario di lavoro…quindi "smarcati".

G. Quanti operatori partecipavano allora agli incontri?

T. In tutto il periodo di vita del gruppo siamo stati 6 o 7 operatori, di tre professionalità diverse: due infermiere, tre assistenti sociali (due dell'Azienda, una socia di una coop. sociale convenzionata) ed io come educatore. Mi sfugge l'identità del settimo.

G. Nel tempo la cadenza degli incontri è cambiata?

T. No, è rimasta immutata. Si presentava spesso il problema di ritardi di colleghe dovuti alle esigenze di servizio e proprio dal corso avevamo appreso che la puntualità era una caratteristica importante per il buon funzionamento dei gruppi AMA.

G. E spostare l'orario alla sera? Ne avete parlato?

T. Incontrarci di sera o in tardo pomeriggio avrebbe presentato altri tipi di problemi per alcuni di noi. Un conto è posticipare o anticipare un orario di lavoro, un conto è ripartire da casa per fare un turno spezzato!

G. In un gruppo così piccolo forse non si presenta il problema di dover definire un coordinatore-facilitatore della discussione… C'era tra di voi questa figura, questa funzione?

T. No, volutamente! Abbiamo discusso prima di arrivare a questa decisione: non sentivamo affatto l'esigenza di avere un facilitatore perché avevamo chiaro lo spirito del gruppo, era presente lo spirito di amicizia mista ad un po' di euforia ed entusiasmo.

G. Qualcuno di voi teneva un verbale?

T. Qualcuno prendeva appunti, ma era piuttosto a livello informale e personale.

G. Pur non lavorando tutti insieme, vi conoscevate già prima di iniziare l'esperienza?

T. Non tutti. Io almeno non conoscevo tutti, ma penso fosse così anche per altri. In ogni caso questo non fu un problema. Negli incontri non si verificavano silenzi, di argomenti di cui parlare ce n'erano! C'era un grande rispetto reciproco, si dava spazio a tutti per potersi esprimere; si sentiva che avevamo il piacere di parlare apertamente anche di noi stessi. C'era attenzione verso le opinioni degli altri. Erano presenti tutti i presupposti affinché il gruppo potesse lavorare bene.

G. Si può dire che ci sono state delle fasi nella vita del gruppo? E se sì come si potrebbe caratterizzarle, definirle?

T. Possiamo dire che c'è stata una fase iniziale di 4 o 5 incontri che è servita essenzialmente a conoscerci meglio. Poi è seguita la fase produttiva. Nell'ultimo periodo ci sono state assenze prolungate con una riduzione del numero di partecipanti, ma non è diminuito il livello di discussione.

G. Era la fase, quest'ultima, in cui eravate presenti in 3 o 4?

T. Sì più o meno. Naturalmente noi operatori del CSM (Centro di Salute Mentale) eravamo favoriti: non avevamo ritardi ed eravamo più presenti.

G. Torniamo all'inizio, alla fase della scoperta di questa nuova possibilità data dall'auto mutuo aiuto. Che cosa vi dicevate, di che cosa parlavate e che clima si era creato nel gruppo?

T. Il clima era molto buono, tuttora ricordo quegli incontri in termini positivi. Riuscivamo a parlare di noi stessi, del nostro lavoro e delle difficoltà che incontravamo. Il tutto inserito in un clima collaborativo. Desideravamo ascolto da parte degli altri, ma anche soluzioni, consigli o aiuti. Le aspettative erano alte, ma credevamo molto in quello che stavamo facendo!

G. Riuscivate ad esprimervi tutti in eguale misura?

T. Riuscivamo ad esprimerci tutti anche perché eravamo un po' tutti "chiacchieroni" per natura!

G. Che problemi emergevano in questa prima fase?

T. Emergeva la consapevolezza dell'importanza di questo nuovo spazio inusuale! Non era la solita riunione seriosa, a volte noiosa. Non dovevamo essere seri, preparare gli interventi, misurare i tempi e le parole. Potevamo scherzare, mandarci a quel paese se necessario, ma anche quando questo succedeva (ed è successo!), si era più disposti ad accettare, ad ascoltare, a seguire i consigli che venivano dati. Io stesso sono riuscito ad esternare lì giudizi relativi ad una collega e non avevo mai trovato il modo giusto per esporli! I dialoghi erano sinceri, simpatici e anche viscerali.

G. Lavoravate tutti nell'ambito psichiatrico?

T. Vilma e Paola, lavoravano in Azienda (dove? In che ambito?). Nazzarena mi sembra lavorasse in una nostra struttura, Agnese e Ada lavoravano con me al CSM.

G. Quali problemi ricorrevano più frequentemente?

T. Più che problemi predominava il fatto di parlare "apertamente a ruota libera" del nostro lavoro come lo vivevamo quotidianamente, ammettendo le nostre preferenze anche nei confronti delle persone di cui ci occupavamo, degli utenti, delle famiglie, abbandonando in quel contesto la rigida deontologia professionale, ammettendo le nostre impotenze, debolezze o frustrazioni.

G. Frustrazioni anche nel senso del vedere pochi risultati?

T. Anche… Ricordo che ci trovammo più di una volta a dover ammettere di stare combattendo battaglie alla donchisciotte, contro i mulini a vento, ad accorgerci di essere pervasi dalla smania di salvare il mondo, dall'ansia dell'impotenza…Ricordo che qualcuno arrivò a definirsi, a definirci, "placebo del sociale"!

G. E il rapporto con la burocrazia? E i rapporti con la gerarchia?

T. Sì, anche di questo si parlò… del non senso di certe scelte a volte calate dall'alto… delle arrabbiature con il proprio superiore, del senso di l'isolamento che a volte si condivide con chi vive la fatica quotidiana del lavoro. Abbiamo avuto l'occasione di condividere tutti questi stati d'animo che solitamente tendiamo a reprimere! Queste, in sostanza, erano le potenzialità di quella esperienza!

G. Se ho ben capito avete tentato di provare sulla vostra pelle l'auto mutuo aiuto… avete fatto una sorta di sperimentazione. In fondo, se i gruppi di auto mutuo aiuto hanno funzionato e funzionano per certe persone che hanno determinati problemi perché non dovrebbero funzionare, a certe condizioni, anche per noi?!

T. Ora come allora rimango convintissimo di questo, anche perché come si recita in letteratura: un gruppo AMA "non danneggia, può servire a poco, può servire a molto"! Durante il primo anno ho vissuto l'esperienza "come non dovesse mai finire"!

G. Pensavi durasse molto di più?

T. Certamente! Ho vissuto periodi di frustrazione in seguito alla sua fine!

G. Hai partecipato a tutti gli incontri?

T. Che ricordi, si.

G. All'inizio fu un momento liberatorio, giusto?

T. Sì, si ironizzava sui nostri difetti; chi mi conosceva bene ironizzava sul mio essere logorroico. Altri rielaboravano gli incontri d'équipe evidenziando anche eventuali situazioni in cui qualcuno di noi si era trovato ad essere "in torto"…e in quel contesto lo facevano notare. La cosa ci ha aiutato molto, soprattutto nei rapporti personali.

G. Poi cos'è successo? Qualche volta vi siete feriti?

T. No, non è mai accaduto! Anzi, per ammissione di tutti, anche dopo la chiusura del gruppo, era rimasta la stessa euforia data dalla convinzione di essere usciti dall'esperienza stando meglio di quando si era entrati.

G. Gli altri operatori del servizio che sapevano dell'esistenza di questo gruppo, cosa dicevano? L'esperienza era stato pubblicizzata a sufficienza?

T. All'interno del nostro servizio tutti erano al corrente dell'esistenza del gruppo anche perché ci vedevamo in sede. In altri servizi era girata la voce, alcuni ci facevano domande. Non c'è stata crescita nel tempo, anche perché chi voleva o che ha potuto si è aggregato subito. Non eravamo certamente degli eletti, chi voleva avvicinarsi era ben accetto. Abbiamo notato una certa curiosità.

G. C'era diffidenza?

T. Diffidenza non ne avevo notata, almeno non apertamente.

G. Avete mai pensato di pubblicizzare l'iniziativa anche all'esterno della psichiatria?

T. Avevamo pensato di mettere un avviso alla sede AUSL di via Coriano e nei vari consultori, ma poi non è stato fatto. Del resto sapevamo benissimo che in caso di gruppi numerosi è possibile formarne altri. Il nostro gruppo è partito e terminato con le stesse persone.

G. Nel gruppo di auto mutuo aiuto quindi era possibile dirsi cose che in altri ambiti non era passibile dirsi… Forse ci si aspettava anche di ricevere una immagine di sé più veritiera…

T. Sentivi di migliorarti con il contributo di altri. Eri di supporto agli altri e ricevevi supporto, anche accettando le eventuali critiche. Forse in questo ha avuto un peso il fatto che oltre che colleghi eravamo quasi tutti amici. L'importanza di questa esperienza è stata a mio avviso quella di farti uscire dalla logica della ricerca individuale dei miglioramenti, di farti toccare con mano quanto sia importante cercarli invece in una logica di gruppo

G. Forse un elemento non secondario nel definire la novità di questa esperienza era nel fatto che ad incontrarsi c'erano operatori collocati più o meno allo stesso livello gerarchico della organizzazione socio-sanitaria, al livello di base...

T. Si, eravamo tutti a pari livello. E sicuramente questo è un fatto importante

G. Solitamente nelle riunioni di lavoro si è dentro una struttura gerarchica. Per quanto democratica possa essere la gestione di questi momenti non è probabilmente la stessa cosa che incontrarsi tra pari…

T. Sarò ancora più preciso. In un paio di occasioni ci siamo chiesti: se ci fosse uno psichiatra, sarebbe ancora lo stesso gruppo? Abbiamo tutti concordato che sarebbe stata meglio la sua assenza! In quel frangente ci sentivamo tutti sulla stessa barca. Non avremmo vissuto lo psichiatra come nemico (con alcuni di essi coltiviamo amicizie anche al di fuori dell'ambiente di lavoro), ma come persona diversa e in quella situazione, in quel contesto, quella diversità sarebbe sicuramente pesata troppo.

G. Avevate parlato della vostra esperienza con i formatori dei gruppi AMA? Se sì, cosa dicevano?

T. Nella primissima fase no, perché il gruppo era nato in conseguenza del primo momento di formazione. E' stato nell'incontro di Ravenna che abbiamo pubblicamente esternato la nostra esperienza.

G. Quindi l'avete fatto senza consigliarvi con loro?

T. Ne abbiamo parlato nell'incontro dell'aprile 2003

G. Quanto tempo è trascorso dalla formazione del gruppo all'incontro di Ravenna?

T. Primavera 2002, gennaio 2003: 7/8 mesi.

G. Conservate ancora quella relazione portata a Ravenna?

T. Non c'era una relazione, ma una mia esposizione verbale a braccio che raccontava la nostra esperienza. A detta dei partecipanti era forse unica in Italia! Il nostro contributo suscitò molta curiosità ed interesse. Abbiamo ricevuto anche molti complimenti!

G. Se è vero che è raro che nasca un gruppo di auto mutuo aiuto di operatori mi domando come mai. Tu cosa ne pensi?

T. Perché l'auto mutuo aiuto nasca occorre che alcuni esternino un problema condiviso; una volta esternato occorre la consapevolezza di poter risolvere il problema e di poterlo fare in prima persona, come attore. Spesso noi operatori siamo sfiduciati, convinti di operare in un tunnel senza via d'uscita o, peggio ancora, pensiamo che la via d'uscita debba essere proposta da altri, da un ipotetico superiore, dall'apparato burocratico o dall'organizzazione dei servizi. Il senso d'impotenza l'abbiamo introiettato! Non prendiamo in considerazione come sarebbe necessario la possibilità di poter crescere e migliorare anche con il contributo nostro e di colleghi di pari livello. Se si entra in un gruppo di auto mutuo aiuto per ottimizzare la qualità della propria vita, perchè noi non possiamo entrarvi con la consapevolezza di migliorare la qualità del nostro lavoro quotidiano?

G. Torniamo alla storia del gruppo. Sicuramente quindi i primi sette-otto mesi, sino al momento in cui andate a Ravenna, sono molto positivi, produttivi…

T. Anche quelli successivi…

G. D'accordo. Però forse ad un certo punto qualcuno comincia ad accusare un po' di stanchezza… Se non subito dopo Ravenna un po' di tempo dopo. C'erano aspettative diverse allora a tuo parere nel gruppo? Qualcuno voleva cambiare direzione o impostazione al gruppo?

T. Non saprei…Questo non l'ho rilevato sino ad ora ma anche se ognuno riusciva comunque a trovare il proprio spazio, il proprio modo di porsi di fronte agli altri, erano presenti in effetti diversi modi di vivere il gruppo. Non mi è facile dire quali erano questi diversi modi. Più che queste diversità mi vengono più facilmente in mente le situazioni di collaborazione, di rielaborazione e di confronto su momenti di lavoro: l'atteggiamento tenuto con quel minore, con quella persona, con quella famiglia, in quel dato momento…

G. C'era una specie di consulenza reciproca?

T. Più che consulenza c'era l'aspettativa di qualche osservazione, di qualche consiglio…

G. Si può dire che ad un certo punto si è evidenziata un po' di stanchezza, una certa delusione?

T. Non so. L'ondata di "bonaccia" si è protratta ancora per mesi, poi la fase finale si è risolta in men che non si dica. Sono calate repentinamente le presenze dei colleghi (cosa che imputavamo ad un periodo particolare al lavoro, con la speranza che la cosa si potesse risolvere di lì a poco), si era affievolito il numero dei partecipanti.

G. Oltre delle difficoltà contingenti c'era qualcos'altro in gioco?

T. Forse le aspettative erano diverse. Forse il luogo fisico da raggiungere cominciava a rendere sempre più difficoltosa la partecipazione agli incontri…ma non credo fossero questi i problemi.

G. Da un certo punto in poi calano quindi le presenze… Cosa accade allora?

T. Nonostante tutto continuammo a vederci, posticipammo e diradammo gli incontri. Ma non erano quelli i problemi, le soluzioni.

G. Neanche in questo periodo vi venne in mente di pubblicizzare ulteriormente l'iniziativa per vedere di mettere in gioco altre persone che sostituissero quelle che probabilmente se ne sarebbero andate?

T. Ogni tanto riemergevano questi discorsi, ma l'essenza non cambiava. Qualcuno contattato ti diceva "che bello, che bravi, ma…"! La realtà era che in effetti molti altri colleghi erano al corrente dell'esistenza del gruppo, ma non ci furono nuove entrate in corso d'opera, almeno che io ricordi!

G. Secondo te quante persone approssimativamente erano al corrente della vostra esperienza?

T. Qualche decina: operatori della residenza, della semiresidenza, del diagnosi e cura, dell'Azienda e dei consultori. Io stesso ne avevo parlato con alcuni di loro. G. Avete pubblicizzato l'iniziativa anche alle cooperative esterne?

T. Avevamo preso in considerazione anche questo tipo di pubblicità, ma forse, in fondo, non ci credevamo neanche noi.

G. Forse era arrivato il momento della stanchezza…

T. Eravamo consapevoli che ci stesse sfuggendo la situazione di mano…

G. Già in una precedente intervista mi hai parlato della tua amarezza…

T. Più che amarezza, non me la potevo proprio prendere. Ricordo che vissi un vero e proprio periodo di crisi. Continuavo a ripetermi: "se questi gruppi rivolti generalmente a persone che vivono problematiche e disagi non funzionano con gli operatori, come possiamo pretendere che funzionino con altri?". Poi un giorno confrontandomi con qualcuno (non ricordo chi, se tu o qualcun altro) sono riuscito ad accettare che anche un gruppo di auto mutuo aiuto come tutte le realtà umane aveva una nascita, uno sviluppo, una fine. Presi visione della realtà e cioè che le cose non possono andare avanti in eterno o secondo i nostri desideri. Però rimase e rimane ancora, è vero, una certa amarezza. E' stato bello fino a che è durato!

G. Oltre a te, a tuo parere, chi ha vissuto male il termine di questa esperienza?

T. Non lo so, nessuno mi ha riferito niente in proposito. E' difficile leggere nella testa degli altri. Tra gli operatori del servizio c'era un certo dispiacere. Per le assistenti sociali era più difficile garantire e mantenere la puntualità agli incontri; loro più di me erano legate agli orari dei colloqui, degli appuntamenti, io ero più libero di gestirmi gli impegni lavorativi. Forse loro si liberarono di un impegno che nel tempo diventava pesante. Non so dir altro.

G. L'esperienza era nata più per iniziativa di voi operatori del CSM? Se è così è più probabile poi che la fine si stata più dolorosa per voi?

T. No, la formazione del gruppo AMA è stata comune. Per noi del CSM è stato più facile, fino dall'inizio, partecipare agli incontri ma questo non voleva dire che l'esperienza era ritenuta più nostra, o costituita fondamentalmente da noi.

G. Avete mai pensato di alternare i momenti di scambio e confronto delle esperienze con la lettura e la discussioni di materiale di carattere teorico sull'auto mutuo aiuto?

T. No, di cose da dire ne avevamo, gli incontri erano ricchi di argomenti: il lavoro quotidiano, noi, i servizi, gli utenti…

G. Non c'era l'esigenza di un'alternanza?

T. No, l'alternanza eravamo noi stessi.

G. Dopo di allora, quanto e come hai pensato a questa esperienza?

T. Una volta "metabolizzato il lutto", l'esperienza affiorava nei miei pensieri, ma sempre con un sapore positivo. Questo mi accade tuttora, anche le rare volte che affronto il discorso con le colleghe che l'hanno vissuta insieme a me. Mi sembra di aver percepito più volte in loro la stessa sensazione, lo stesso atteggiamento. Non ne ho trovata una che mi abbia detto: "non vedevo l'ora che finisse!".

G. Hai mai pensato che correggendo qualcosa forse l'esito dell'esperienza sarebbe stato diverso e la vita del gruppo un poco più lunga? Non voglio dire con questo che la lunghezza della vita di una esperienza sia garanzia di qualità. Dico queste cose per cercare di riflettere insieme a te su alcune condizioni che potrebbero essere proposte per un migliore funzionamento dell'auto mutuo aiuto tra operatori. Senza nessuna pretesa di sistematicità ne elenco alcune:

- prevedere la presenza di operatori che provengono da esperienze operative diverse e anche un poco distanti tra loro (l'essere operatori di servizi in stretta connessione lavorativa non dà forse quel distacco che è più utile al confronto)

- tenere il gruppo relativamente aperto (fare qualcosa ogni tanto per far sapere che c'è) in modo che si possa prevedere poi nel tempo l'inserimento di nuovi operatori

- alternare lo scambio e il confronto delle esperienze con momenti di confronto su letture o con persone che portano altre esperienze e riflessioni

- prevedere almeno un momento di pausa durante l'anno

T. Con il "senno del poi" alcune cose si ripensano… Per esempio io ero stato tra quelli a spingere per il tipo d'orario poi scelto, anche perché la proposta dell'orario serale aveva subito trovato l'opposizione delle colleghe che avevano problemi di natura familiare. A volte mi domando cosa sarebbe accaduto se avessimo fatta un'altra scelta. Tutte le proposte, le scelte, presentano comunque i pro e i contro. Ogni esperienza va collocata in una situazione particolare, in un momento particolare. In quel gruppo di persone, in quel momento le soluzioni adottate mi sembrano comunque, pur con qualche perplessità, ancora le migliori

G. Una domanda rimane aperta: l'auto mutuo aiuto può essere praticato con un certa utilità dagli operatori?

T. Io ti rispondo: per un anno e mezzo sì!

G. Potrebbe essere questo un punto da preventivare subito… Si potrebbe dare un tempo approssimato di durata all'esperienza già nella fase di pubblicizzazione. Cosa ne pensi? Non ti sto proponendo l'istituzione di un nuovo gruppo… Sto cercando di riflettere sulla condizione che potrebbero favorire la nascita e lo sviluppo di esperienze simili alla vostra

T. Teoricamente quel che dici potrebbe andare ma c'è qualcosa che non mi torna… Anche se sono un tipo socievole per natura non accetterei mai di fare parte di un gruppo di auto mutuo aiuto che avesse fra i suoi partecipanti una persona che a me sta sulle scatole. A mio parere il punto di forza del nostro gruppo consisteva nella stima reciproca dei partecipanti. Quelle che abbiamo vissuto non erano riunioni d'èquipe, non erano dibattiti pubblici: erano semplicemente spazi d'aiuto reciproco e in quei momenti gli uguali vanno con gli uguali! In quel gruppo mi sono sentito me stesso in toto (nel limite del possibile, naturalmente!), non ho misurato le parole, la mimica, la postura; io e gli altri abbiamo affrontato dinamiche personali, scoperto altarini, parlato di rapporti di coppia, di problemi dei figli etc. Si può fare tutto ciò con persone che non si conoscono, di cui non si ha stima, che sono venute al gruppo perché hanno letto da qualche parte un volantino, o un foglio di giornale?

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