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L'Ambulatorio Medico per Extracomunitari: presentazione di una esperienza / Intervista a F. Rossi

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Riassumendo una conversazione con Ferdinando Rossi (promotore dell'esperienza presentata e medico attivo al suo interno) e tramite una breve intervista viene presentato l'Ambulatorio Medico per Extracomunitari attivo a Rimini dal 1999 ad oggi.

Mi (Gilberto Mussoni) sono incontrato con il Dott. Ferdinando Rossi cercando in quella occasione, con una serie di domande, di conoscere un poco l'attività dell'Ambulatorio Medico per Extracomunitari irregolari istituitosi presso i locali dell'AUSL di Rimini nel 1999. Ferdinando Rossi ha avuto un'importante funzione nella sua costituzione e nel suo sviluppo. L'ambulatorio è tuttora attivo. Ho ritenuto utile questo primo incontro per preparare e rendere più fruttuosa un intervista che vorrei fargli in un secondo momento. Ritengo l'esperienza dell'ambulatorio interessante per più ragioni:

- è un'esperienza di volontariato che vede attivi medici (attualmente cinque) che hanno alle spalle una lunghissima esperienza professionale

- si occupa della salute di persone provenienti da altre nazioni e culture che sono in genere in una condizione sociale precaria, di emarginazione, persone che vivono spesso in stati costanti e prolungati d'ansia e stress

- è una attività di volontariato svolta in continua collaborazione con i servizi dell'ente pubblico, ospitata nei suoi locali, supportata con risorse pubbliche.

In forma di introduzione all'intervista che segue riassumo di seguito le principali informazioni raccolte in questo incontro e alcuni problemi emersi.

Ferdinando Rossi ha iniziato l'attività medica nell'Ospedale di Rimini nel 1960 ed è andato in pensione, dopo 38 anni di attività, a 65 anni, nel 1998. Medico assistente prima, aiuto cardiologo poi è stato Primario di Cardiologia nello stesso ospedale per oltre dieci anni. Appena pensionato, il bisogno di rendere disponibili le competenze apprese a chi era privo di assistenza medica lo ha condotto a prendere subito contatto con l'Associazione Papa Giovanni XXIII. Dopo alcuni confronti con i responsabili della stessa nel giro di pochi giorni ha cominciato la sua attività in un centro d'ascolto (luogo di sostegno e cura per persone migranti e senza fissa dimora). Nel centro si è trovato di fronte però immediatamente a grandi ostacoli (mancanza di farmaci, difficoltà a prescrivere esami, dover chiedere continuamente favori a colleghi per determinati interventi, spazi inadeguati, non ultimo sproporzione tra entità dei bisogni e risorse a disposizione). In quegli spazi e a quelle condizioni l'intervento medico gli sembrava veramente poco efficace. Cercando una diversa soluzione al problema Rossi ritorna nella Azienda USL e chiede un colloquio all'allora direttore generale. Da questo incontro nasce l'idea della costituzione di un ambulatorio medico per extracomunitari irregolari, un'idea che immediatamente (autunno del 1999) si trasforma in realtà operativa. L'ambulatorio viene costituito nei locali della AUSL. Qui c'è il supporto di una infermiera, l'elettrocardiografo, un ricettario, spazi adeguati. In tempi brevi viene formalizzato con una convenzione l'accordo con la Papa Giovanni che sostanzialmente divide gli impegni in questo modo: l'AUSl mette a disposizione un'infermiera, gli spazi, gli strumenti operativi, il ricettario; la Papa Giovanni i medici volontari.

L'ambulatorio è dall'inizio aperto due mattine la settimana. Ora i medici sono cinque, tutti pensionati. Quattro hanno svolto la loro attività in ospedale (Ferdinando Rossi ed Eugenio Albani in Cardiologia, Alberto Arlotti in Pronto Soccorso e Medicina d'Urgenza, Sergio Grassia in Divisione Medica) e uno, Alessandro Piscaglia, è stato medico di base. Una collaborazione questa che si è rivelata molto importante e molto utile.

Le persone, extracomunitari irregolari, giungono all'ambulatorio tramite passaparola, oppure mandate dall'associazione Papa Giovanni, dalla Charitas, dai medici di base.

Non sono mancate le difficoltà nei rapporti con i pazienti: in primo luogo la lingua (specie con l'etnia cinese); la concezione della malattia, spesso sensibilmente diversa da quella europea; la diffidenza nei confronti dei sanitari e, da ultimo, la paura di essere identificati come irregolari.

Per fortuna col passare del tempo i rapporti tra medici e pazienti sono nettamente migliorati, e questo anche per merito del prezioso lavoro svolto dalla infermiera professionale (Antonella Rossi) e dalla mediatrice culturale (Valeria Guagneli).

Nell'ambulatorio confluiscono etnie molto diverse; lo scorso anno si sono registrate oltre cinquanta nazionalità, con prevalenza dei paesi della ex-Unione Sovietica, Albania, Africa, centro e sud America, Cina, ecc.

Le patologie sono quelle che si riscontrano in un ambulatorio del medico di base. In pratica tutte le patologie, ma con alcune caratteristiche particolari:

- forte componente psico-somatica a causa della precarietà socio-lavorativa, la lontananza dal nucleo famigliare, la paura della malattia vista anche come possibile causa di perdita di lavoro

- talora stato molto avanzato della malattia, perché trascurata, o per mancanza di mezzi, o per paura di essere identificati e quindi rimpatriati. Nei primi anni, per questo motivo, si sono trovati di fronte a rifiuti di ricoveri in ospedale, nonostante ci fosse grossa necessità

- terapie non eseguite, o comunque eseguite in modo non corretto, sempre per le ragioni sopra esposte.

Non sono mancati momenti di emergenza, con improvvisa necessità di visitare in pochissimo tempo numeri molto elevati di persone. Questa situazione si è verificata soprattutto in occasione degli eventi bellici nel Co'ssovo.

L'attività dell'ambulatorio è ancora poco conosciuta, per questo motivo proprio in questi giorni hanno preso contatti con i sanitari responsabili del Notiziario dell'Ordine dei Medici della Provincia per pubblicare comunicati in merito a questa attività.

INTERVISTA

L'intervista che segue è stata eseguita spedendo le domande che seguono a Ferdinando Rossi che ha risposto, dopo essersi confrontato con i suoi collaboratori, per iscritto.

Ho pensato di farle solo qualche domanda per approfondire un poco di più l'esperienza importante ed interessante che state portando avanti e che molto sinteticamente è stata presentata nella parte introduttiva di questa intervista. Inizio subito senza tanti preamboli. Sono circa otto anni che lavorare in questo ambulatorio. Rispetto all'inizio, ai primi anni, cosa soprattutto le sembra mutato nel vostro modo di lavorare e nelle persone che vengono nell'ambulatorio?

Noi siamo più tranquilli e sicuri. Loro (specialmente le donne dell'Est) si fidano maggiormente di noi sia sotto il profilo sanitario, sia sotto il profilo umano.

Si può scomporre la vostra esperienza in fasi. Se sì le potrebbe brevemente descrivere?


Una netta distinzione deve essere fatta tra l'attività svolta prima e dopo l'accordo tra USL e L'Ass. Papa Giovanni. C'è comunque da notare che i pazienti si rinnovano continuamente sia per l'inserimento di nuove comunità, sia per la regolarizzazione dei clandestini.

Operano in questa esperienza cinque medici, una infermiera, una mediatrice culturale. Come è coordinato il vostro lavoro? Sono previsti degli incontri, se sì come sono strutturati, che cadenza hanno?

Oltre a trovarci 3-4 volte l'anno tutti assieme per fare il punto dei nostri problemi, abbiamo molto spesso scambi di pareri e di impressioni durante o dopo l'attività ambulatoriale.

Che rapporti ci sono con gli altri servizi sanitari e sociali del territorio?

C'è grande collaborazione. Noi chiediamo spesso esami o visite di consulenza alle varie strutture sanitarie; queste a loro volta inviano a noi i pazienti per il proseguimento delle cure. Così dal punto di vista sociale c'è tutta una rete di rapporti con associazioni tipo Charitas, Papa Giovanni, o con sportelli comunali o provinciali convenzionati, o con le cooperative delle mediatrici culturali, per necessità varie (permessi per motivi di salute, gravidanza, ecc.)

Praticare per anni la medicina con persone che si trovano spesso in stato di notevole precarietà, di ansia, di stress, cosa le ha insegnato come medico e come persona?

L'attività medica ha almeno due aspetti: approfondire la natura del caso clinico e la condivisione della sofferenza espressa dalla persona che gli sta davanti. L'approfondimento di questi due aspetti cessano solamente quando il medico decide di porre fine alla sua professione.

La nostra medicina iperspecialistica potrebbe trarre qualche insegnamento da un rapporto con la medicina sociale di base che praticate voi?

Il medico moderno corre il rischio di ricorrere immediatamente agli esami strumentali, dimenticando quelli che sono stati (e a mio avviso sono tutt'oggi) i canoni fondamentali del rapporto medico-paziente: una accurata raccolta della storia famigliare e personale del paziente, un esame clinico attento. Io ritengo una grossa fortuna il tipo di attività che stiamo svolgendo nel nostro laboratorio; certi limiti che troviamo nell'uso di strumenti tecnologici, ci spinge a valorizzare maggiormente gli aspetti clinici. E questo, ripeto, è una fortuna, perché il paziente è una persona con tutti i suoi problemi e non un insieme di organi da analizzare. La nostra Medicina super-specializzata, ha bisogno di ritrovare quell'unità che le specializzazioni hanno frantumato.

Si parla tanto di società multietnica e multiculturale. L'anno scorso avete verificato che i vostri pazienti provenivano da cinquanta nazioni. Per una persona esterna alla vostra esperienza come sono io tutto ciò evoca una complessità ingovernabile. Avere a che fare con un eccesso di culture cosa significa?

E' una domanda che mi mette in crisi. Spesso non capisco il modo di vivere la propria malattia (vera o presunta che sia) di persone che sono sempre vissute nella mia terra, che hanno una cultura simile alla mia. Mi sorprendo a pensare cosa ci può essere sotto; quali problemi nella sua vita non sono stati affrontati e risolti secondo le sue aspettative. Sono mondi immensi nei quali mi perdo. Qui, con gli extra-comunitari è diverso. Può sembrare assurdo, ma i problemi di queste persone sono tali e tanti (malattia, mancanza di lavoro, famiglia lontana, ecc.) per cui non ci provo nemmeno a risolvere il caso. Qui mi accontento di spiegare, curare ed escludere patologie importanti.

Di cosa è fatta la specifica fatica di questo vostro lavoro?

Potrei dare diverse risposte, in contrasto le une con le altre. Mi limito a dire che talora questi pazienti parlano poco o nulla, sono reticenti, disorientano il medico con le loro aspettative e richieste. Ma talora bisogna fare violenza a noi stessi e non lasciarsi coinvolgere. Questo è in netto contrasto con quanto detto finora. Ma ci si trova non infrequentemente di fronte a persone con tali problemi per i quali non abbiamo soluzioni.

Giovani medici, giovani infermieri, hanno mai fatto esperienze di tirocinio o di volontariato da voi? Se no, potrebbero iniziare? Le porte sono aperte?

Certo che le porte sono aperte e sarebbero i benvenuti. C'è stata qualche esperienza in passato: giovani medici che avevano saputo della nostra attività e sono venuti a chiedere di potere collaborare. La cosa poi non ha avuto seguito, perché si è trattato di giovani che si stavano inserendo in una loro attività.

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