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Un’esperienza lavorativa particolarmente formativa - Intervista a Sofia Urbinati

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Patrizia Canini riflette, a partire dalla sua esperienza in alcuni servizi territoriali, sulla importanza che ha avuto ed ha per lei la ricerca di un lavoro gratificante dal punto di vista relazionale, conoscitivo, formativo.

Mentre operiamo apprendiamo, ci formiamo. Tra le esperienze lavorative che hai vissuto ne ritieni una particolarmente formativa? Puoi descriverla brevemente e provare ad esplicitare cosa in particolare pensi di aver appreso da essa?

22 anni in sala operatoria, in qualità di strumentista / Sofia Urbinati

"Qualunque cosa tu possa fare o sognare di fare, incominciala. L'audacia ha in sé genio, potere e magia.Incominciala adesso."

W. Goethe

Ripensando ai momenti più significativi della mia vita professionale, mi rendo conto che non sono stati i contesti, o i tempi e le situazioni a renderli speciali, ma le persone.

Così, se agli inizi degli anni '80 ho scelto di orientarmi nel settore di area critica, investendo nel lavoro in sala operatoria attraverso il corso di specializzazione in assistenza chirurgica e successivi eventi formativi e percorsi di autoapprendimento, è stato grazie a strumentiste più "anziane" che offrivano modelli carismatici di riferimento e confronto.

Più avanti, nel tempo, mi sono sempre chiesta perché fosse così difficile riuscire a trasmettere alle nuove generazioni la passione per quelle abilità per me ancora tanto affascinanti, l'entusiasmo per il lavoro di sala operatoria, quel propellente che fa stare ore ed ore in piedi, nello stesso punto, senza distrarsi, guardando dentro un buco, tirando spatole fino a farsi intorpidire le mani e passando velocemente ferri, garze, suturatici, in perfetta simbiosi col chirurgo. Forse l'immagine, il modello che offrivamo non era più così allettante? O le aspettative erano diverse?

Anche quando nel 1997 con i colleghi delle sale operatorie dell'Azienda abbiamo attivato un'iniziativa che mi entusiasmava molto, il "Bollettino delle sale operatorie dell'AUSL Rimini", progetto trasversale che aveva suscitato grande interesse anche da parte di infermieri di altre realtà italiane, non è stato per problemi organizzativi che nel 2001 si è arenata (la U.O. Risorse Intangibili aveva sempre puntualmente offerto il proprio supporto tecnico), ma perché gli infermieri, finito l'entusiasmo iniziale, non avevano più avuto voglia di dedicarvi tempo e risorse personali.

Ho un altro ricordo molto piacevole della sala operatoria, quello dei congressi di chirurgia in diretta che organizzava la U.O. Oculistica nella seconda metà degli anni '90. Erano esperienze che fisicamente ci sfinivano, perché duravano anche più giorni e richiedevano intenso e frenetico lavoro. Ma era bello trovarsi al mattino presto, quando ancora non erano arrivati gli "ospiti", e sentirsi uniti ed eccitati come giocatori di football prima di una partita. In questi convegni spesso una sessione era dedicata alla professione infermieristica, ed erano nate così le nostre prime esperienze come relatrici. Anche questo alimentava il "gusto" di lavorare insieme.

Quando ripenso a queste esperienze mi accorgo che c'è una persona in particolare sempre presente, una persona che durante il mio percorso lavorativo è stata importante, non solo per il suo carismatico modo di dare consigli, ma anche per quei momenti di incontro/scontro che obbligano a fare i conti con le proprie capacità e limiti. E' un po' un amore/odio quello che si prova per il proprio coordinatore, ma è proprio grazie a lui che nel corso degli anni ho potuto sperimentare diversi filoni della nostra professione, dalla formazione alla ricerca.

In effetti la nostra è una professione ricca di articolazioni che offre molti spunti di crescita professionale, ma vanno cercati. A volte si parte da una semplice intuizione, per arrivare solo dopo molte fatiche alla concretizzazione delle idee. Come dicevo all'inizio, non credo esistano esperienze più o meno significative (anche dall'errore si può imparare): la cosa importante è condividere l'esperienza, farne momento di riflessione, apprendimento, coinvolgimento.

 

Intervista

Ho pensato di proporti una telegrafica intervista solo per precisare un poco alcune questioni. Ho due o tre domande da farti. Non di più. Vengo subito alla prima. Inizi scrivendo: "Ripensando ai momenti più significativi della mia vita professionale, mi rendo conto che non sono stati i contesti, o i tempi e le situazioni a renderli speciali, ma le persone." Poi più volte parli dell'importanza avuta da un coordinatore, parli di carisma. E' come se tu dicessi che quando c'è un buon coordinamento si è più che a metà dell'opera, che se c'è una tale presenza è facile che il lavoro diventi interessante, significativo. Anche se è difficile precisarlo quali sono a tuo parere alcune qualità che deve avere un buon coordinatore?

Così come mi vengono in mente?

Certo, senza preoccuparti di trovare un ordine di importanza tra esse e tanto meno un elenco completo

 

Credo che un buon coordinatore debba avere il coraggio di mettersi in gioco, in prima persona, guardando avanti, ma anche tornando indietro, se necessario; il coraggio di avvicinarsi alle persone, alle situazioni, con la ragione e le emozioni… Deve avere rispetto delle persone, ma anche di se stesso e dell'organizzazione in cui vive a volte metà della propria vita, e quindi il coraggio di perdonare, offrire seconde possibilità, ma anche quello di essere intransigente, rigoroso, inflessibile, quando serve. Il coraggio di prendere decisioni, prima che le prendano gli altri per lui…

Poi ancora la capacità di vedere le potenzialità che hanno le persone che lavorano con lui, e di essere equo nel distribuire le attività, i compiti … La capacità di guardare e ascoltare con attenzione le persone, sapendo però dove è importante andare, e quando non lo sa, avendo l'umiltà di consigliarsi, confrontarsi, consapevole che anche l'elemento del gruppo che se può rema contro, o lavora al minimo, o sbuffa sempre quando c'è un cambiamento, qualche volta può avere qualche idea buona, un'illuminazione, un po' di creatività.

Dato che il coordinatore deve motivare il gruppo a raggiungere obiettivi condivisi, credo che ciò che debba possedere sia proprio questo: la voglia di cercare il lievito nelle persone, il lievito che può smuovere le cose, cambiarle, e che quando l'infermiere smonta dal servizio lo fa sentire, non dico felice e contento, ma almeno convinto di aver svolto un lavoro qualitativamente apprezzabile. E ciò significa che non sarà soddisfatto solo l'infermiere, ma anche la persona che ha assistito.

Stiamo parlando di un coordinatore ideale…

 

Sì, va bene anche così. Non credi che un coordinatore di questo tipo contribuisca a creare un contesto organizzativo e relazionale di un certo tipo e che anche questo, più o meno direttamente, influisca poi in senso positivo? Non pensi che possa esserci una correlazione tra la personalità del coordinatore e il contesto relazione ed organizzativo che si viene a creare in una unità operativa?

Sì, è possibile. Ha sicuramente inevitabili ricadute, ma conta molto anche la volontà, la motivazione, la determinazione personale

Me ne sono accorto leggendo il tuo scritto. Mi ha colpito questo tuo modo di ragionare, questo mettere al centro il discorso del carisma, l'importanza che ha per te la personalità di chi dirige, oppure la volontà e la determinazione di fare delle persone. Si collega a questo anche la seconda domanda. Ho sentito qua e là nel tuo scritto una certa amarezza per certe cose che non sono andate come avresti voluto (vedi la storia del Bollettino, oppure la trasmissione della passione per il lavoro alle nuove generazioni). Quando affronti questi problemi non attribuisci mai l'insuccesso a condizioni oggettive, a fattori organizzativi, culturali, sociali ma a fattori personali (non aver voglia, mancanza di volontà, non essere un modello sufficientemente forte, convincente, per gli altri). Mi sembra che ragioni così anche sul rapporto con le nuove generazioni di infermieri. Mi sbaglio? Puoi aggiungere qualcosa a quel che hai scritto?

Intanto non si può generalizzare. Gli infermieri giovani non sono tutti uguali, così come noi che abbiamo più anni di esperienza alle spalle. Ho conosciuto però molti giovani infermieri più attenti all'aspetto tecnico del lavoro, un po' troppo attenti a questo e meno ad altri. Chi lavora come strumentista in sala operatoria, per esempio, deve relazionarsi con molte altre figure professionali (chirurghi, anestesisti, ostetriche, tecnici di radiologia, endoscopisti…), deve riuscire a sintonizzarsi con i modi, i ritmi e i riti, che hanno i vari chirurghi, deve sentirsi parte di una squadra … Non basta conoscere e saper usare gli strumenti che si hanno a disposizione. Così, se si guarda solo l'aspetto tecnico, si corre il rischio di essere solo esecutori, e così facendo è difficile appassionarsi al lavoro e apprendere veramente dall'esperienza vissuta. Non so dire bene perché accada questo, sembra che i giovani facciano questo lavoro solo per un certo tempo e poi cerchino altre collocazioni. Non è piacevole questo continuo venire ed andar via di colleghi

Sembra che il lavoro sia meno importante nella loro vita, meno importante di quanto lo era per noi quando eravamo giovani come loro

 

Per me il lavoro era indipendenza economica e possibilità di diventare un soggetto sociale… Forse loro hanno bisogni diversi da quelli che avevamo noi alla loro età. Lo vedo anche nelle mie figlie.

Dieci o vent'anni di differenza di età non sono oggi quelli che erano tempo fa. I ritmi di cambiamento sociale e culturale si sono accelerati molto. E' difficile davvero capire cosa stia accadendo. Un'ultima domanda. E' possibile trasferire l'entusiasmo per il proprio lavoro? Far sì, come dici alla fine del tuo scritto, che si arrivi a condividere l'esperienza lavorativa che si vive, far sì che diventi momento di continua riflessione e di apprendimento?

Sì a mio parere è possibile, ci vuole però molto tempo e impegno e, ripeterei, è necessario non limitarsi a fare il proprio lavoro come semplici esecutori.

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