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Gratificazione nel lavoro - Intervista a Patrizia Canini

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Patrizia Canini riflette, a partire dalla sua esperienza in alcuni servizi territoriali, sulla importanza che ha avuto ed ha per lei la ricerca di un lavoro gratificante dal punto di vista relazionale, conoscitivo, formativo.

Gratificazione nel lavoro

Dov'è rintracciabile, da dove soprattutto deriva - nell"attuale o nella tua passata esperienza lavorativa - la gratificazione che ricevi mentre lavori, dal lavoro? C'è stata una esperienza professionale particolarmente gratificante? Puoi raccontarla?

Intervista a Patrizia Canini

(Gilberto Mussoni) Pensavo di affrontare l'argomento prima in termini generali, poi magari (questa volta o un'altra, vedremo), se c'è stata, di descrivere una esperienza lavorativa particolarmente gratificante, cercando eventualmente di capire insieme cosa l'ha resa tale? Ho preparato alcune domande per trovare un minimo di direzione, per iniziare il confronto, poi altre nasceranno spontaneamente. Invito anche te a farne. Non formalizziamoci nei ruoli fissi de l'intervistato e dell'intervistatore. Ti va di procedere così?

(Patrizia Canini) Sì, va bene…

Quanta importanza ha avuto in te, nella tua storia professionale, la ricerca di un lavoro gratificante?

Per me trovare soddisfazione, gratificazione nel lavoro, è sempre stato importante. Credo di non essere in grado di tollerare situazioni lavorative che non abbiano un ritorno, nei termini di una crescita professionale e d'altro. Direi che complessivamente sono stata fortunata perché sino ad oggi ho sempre incrociato delle situazioni in cui ho trovato un senso in quel che facevo. Sono sostanzialmente alla terza esperienza di lavoro nella Ausl, sono state tutte soddisfacenti, anche se rispetto all'ultima, che sto vivendo, non riesco a capire bene quanto mi stia dando e quanto sono in grado di investire in essa. Mi accorgo che quando ho dei dubbi a riguardo la fatica mentale che il lavoro comporta cresce in me moltissimo. Mi è molto faticoso adattarmi a lavori di cui non capisco bene il senso.

Hai pensato che possono esserci persone che nella scelta del lavoro non mettono al primo posto le tue stesse cose e che, ad esempio, possono scegliere un lavoro soprattutto perché dà vantaggi in termini di carriera, anche se non è troppo gratificante…

Si, certo. Non è il mio caso. E' legittimo che una persona scelga tenendo conto anche delle possibilità di carriera… Consciamente o meno io ho scelto sempre i lavori che mi davano possibilità di crescere professionalmente e culturalmente, che avevano per me un significato, che mi permettevano di esprimere una certa autonomia…

Alla domanda che segue hai già in parte risposto: un lavoro è gratificante per te quando…

Mi fa sentire in grado di produrre un senso… Quando mi fa sentire un po' creativa… Quando mi sembra che produca dei risultati, che dia aiuto, supporto, sollievo alle persone che vengono nei servizi… Quando permette di sperimentare, di sperimentarsi… Quando è formativo… Quando è condiviso con altri… Quando è riconosciuto…

Riconosciuto dai superiori ?

Direi socialmente… oltre che istituzionalmente… Quando ha dei risultati, quando non è autoreferenziale… Quando permette di esprimere la parte intellettuale-culturale… Quando hai dei confronti seri e approfonditi su quel che fai e senti che chi sta sopra di te, al di là di qualche conflitto e dissenso periferico, condivide ciò che fai e ti "riconosce" nelle tue capacità. Certo che con i criteri, a mio avviso discutibili, con cui attualmente si attribuiscono i riconoscimenti formali ed economici…

Oggi risponderesti a questa domanda come dieci o vent'anni fa? Se no, quali sono le cose che aggiungeresti, toglieresti, modificheresti?

Credo che sostanzialmente avrei detto le stesse cose anche molto tempo fa. In questo non sono cambiata molto.

Non è il mio caso. Io avrei risposto diversamente. In questi ultimi anni, in quella che chiamo la mia lunga crisi di mezz'età, il posto che il lavoro ha nella mia vita ha subito un drastico ridimensionamento. Certo cerco ancora di trovare soddisfazione e senso al lavoro che faccio ma so accontentarmi di molto meno, chiedo ad esso molto meno di ciò che chiedevo un tempo

Forse intuisco quel che vuoi dire, forse qualcosa del genere lo sto vivendo anche io… Non so… Quel che dici mi fa pensare che ultimamente mi sono trovata qualche volta a dirmi che forse dovrei ridimensionare certe mie pretese, ad esempio quella di voler mantenere anche oggi la passione che avevo un tempo per esso… Oppure, mi suggerisco, che potrei anche accontentarmi di lavori che magari mi mettono meno in gioco dal punto di vista intellettuale-culturale. Sono pensieri fugaci, non so dire come e se evolveranno.

Sarebbe interessante capire se un ridimensionamento del peso del lavoro nella vita delle persone è diffuso nella fase della maturità professionale, se c'è una correlazione tra ciò e la cosiddetta crisi di mezz'età. Ma questo è un'altra direzione di indagine. Una domanda ora sul versante negativo: un lavoro ti è insopportabile quando è…

Ripetitivo… Quando è solo tecnico… Quando non prevede confronti, né la possibilità di formarsi

Cosa intendi per solo tecnico? Tendenzialmente esecutivo?

Sì, anche. Non so… che sta dentro uno schema molto predefinito, che non permette più di tanto un livello di elaborazione personale e di autonomia…. Quando il lavoro che svolgo non incide sul reale, è privo si senso. Quando prevalgono gli aspetti formali su quelli sostanziali… Quando non permette la nascita di vincoli, di rapporti tra le persone, di relazioni significative e i rapporti finiscono per essere falsi, esageratamente formali. Quando non capisco a cosa serve quel che si fa…

Pensi ogni tanto al fatto che per certe persone un lavoro è gratificante per ragioni profondamente diverse dalle tue (per esempio perché dà soprattutto la possibilità di esercitare un certo potere e di ricevere un certo prestigio, oltre che ad avere un buon stipendio; oppure perché non pone troppi problemi e si può quasi farlo meccanicamente)?

Certo. Sì, cerco di capire. Mi interrogo. Mi chiedo anche se nelle scelte fatte da altri posso trovare qualcosa di interessante che possa ridefinire il mio rapporto con il lavoro. Mi accorgo però che non mi riesce facilmente questa operazione. Forse sono ancora troppo rigida, o come qualcuno dirà, ideologica; in fondo mi piace ancora riconoscermi e difendere l'identità di operatore del servizio pubblico. Astorico eh?!

Chi sono le persone molto diverse da te su questo, che caratteristiche hanno?

E' difficile rispondere… Forse la persona che mette prima di ogni altra cosa la ricerca di posti di potere-prestigio, senza preoccuparsi più di tanto della qualità di ciò che sta facendo.

Si dice, forse un po' superficialmente, che fare un lavoro gratificante, che ci piace fare, non ci faccia sentire la fatica e lo stress. Tu cosa ne pensi?

Penso che sia in gran parte vera questa affermazione. Quando faccio qualcosa che mi piace molto anche se mi stanco, anche se mi richiede molte energie, sostanzialmente sono affaticata meno di quando mi devo applicare a cose che mi sembrano insignificanti. Quando fai varie attività che ti piacciono un certo stress può venire dalla paura di non farcela, di non essere all'altezza, però meglio questo che trovarsi a fare qualcosa che per me non ha valore. La paura di non farcela ti dà in certi casi ansia ma affrontandola, volta per volta, si può apprendere a gestirla e superare lo stress che ti dà. Quando sei costretto a fare qualcosa di cui non vedi il senso invece…

Ricercare troppa soddisfazione dal lavoro che si fa non ti sembra a volte indice di qualcosa che non va in altri ambiti della vita, una sorta di nevrotica compensazione?

Sì, può essere anche questo. Mi sono chiesta a volte se non era anche il mio caso… Non vorrei essere presuntuosa ma mi sembra di no. Credo fondamentalmente di aver avuto molto anche dagli altri ambiti della vita (affetti, amicizie…) per pensare che la mia ricerca di un lavoro gratificante sia una compensazione nevrotica a qualcosa. Se ho investito molto nel lavoro penso sia per stato per altre ragioni.

Conosci qualche drogato del lavoro?

Sì, certo. Farei una distinzione. In qualcuno questo eccessivo investimento nel lavoro non è un fatto negativo, permette di esprimere creatività, di ottenere risultati molto importanti, in qualcun altro invece l'eccessivo investimento è fine a se stesso. Non so bene cosa significhi questo. Ho comunque una certa difficoltà a vedere nell'investimento lavorativo, nel lavorare con interesse e con passione e magari con qualche eccesso, qualcosa di nevrotico. E' più nevrotico, molto più nevrotico per me, lavorare accettando che il lavoro non ti dia nulla, non ti debba dare nulla o molto poco, rassegnarsi a questo, viverlo come se fosse una sorta di corpo estraneo alla tua vita. So che quando dico queste cose le dico anche da persona fondamentalmente fortunata nella vita; penso ora, ad esempio, a chi si trova forzato dalla necessità a svolgere per una vita lavori estremamente ripetitivi e faticosi e magari molto lontani da casa e che arriva la sera a casa stremato. Vorrei aggiungere un'altra cosa forse non connessa strettamente alla domanda. In questi ultimi anni, negli anni della maturità professionale, ho scoperto che non essere autonoma nel lavoro ma condizionata da mille vincoli, logiche, poteri, come accade spesso nell'ente pubblico, mi pesa davvero moltissimo. Credo che stia qui uno dei motivi del mio momento attuale, spero contingente, di riflessione. Con la maturità professionale ho cominciato sempre più a sentire il bisogno di maggiore autonoma nella gestione dei progetti operativi ma vedo concretamente quanto ciò sia difficile da ottenere.

Credo di capire quel che vuoi dire. Ci sarebbe molto da discutere su questo… Valutando il tempo che abbiamo è forse il caso di proseguire però con la scaletta. Gratificazioni e frustrazioni… Non pensi che il lavoro sia un mix inestricabile ed ineliminabile di tutte e due?

Sì, anche perché le frustrazioni ti permettono di elaborare le esperienze che vivi. L'importante è che le frustrazioni non prevalgano sulle soddisfazioni. Se prevalgono le frustrazioni sei "spacciato". In questo caso non ti resta che valutare se le frustrazioni che ricevi vanno tollerate per qualche motivo (esempio retribuzione) e se non hai alternative praticabili.La mia ricerca di soddisfazione nel lavoro come può conciliarsi con la medesima ricerca degli altri? Possono conciliarsi se si riescono a condividere certi obiettivi, se si riesce a costruire una vera équipe di lavoro.

E i lavori meno gratificanti, più ripetitivi e esecutivi, chi li farebbe?

Si potrebbero fare un po' per uno… Pensa ai Tigli (vedi nota) [l'intervistatore e l'intervistato hanno lavorato per molti anni in questa comunità], lì il gruppo ti richiamava anche ad assolvere dei ruoli che non erano quelli che tu avresti voluto ricoprire. E' importante poi che un gruppo sia diretto-coordinato da un responsabile che sappia cogliere le diverse abilità e i diversi bisogni delle persone e sappia aiutarle a collocarsi nei ruoli più adatti. Un'altra cosa auspicabile è che il carico di lavoro venga ben distribuito e che non operino accanto persone sovraccariche di impegni e persone nella facenti. Una volta queste ultime mi destavano molta rabbia, ora mi fanno quasi pena, mi sembrano più sfigate che altro. Le persone si chiamano fuori in diverso modo. Alcuni diffondono - anche se non appaiono mai come i demotivati o i sabotatori - come una sorta di negatività che spesso i responsabili, i coordinatori, non vogliono affrontare. Affrontarla vorrebbe dire sollevare tanti e tali conflitti che si lascia perdere e così si mantiene uno stato fastidioso di disagio nell'aria, alcuni operatori lavorano troppo e altri troppo poco… Alcuni operano per gli altri. Ogni tanto fantastico anche di essere responsabile di risorse umane, allora… Ma dove eravamo arrivati?

Non so se sei d'accordo, ma stiamo cercando di ragionare sulle condizioni di una ideale condizione di lavoro

Non so… La categoria dell'ideale…

Stiamo cercando di capire come è possibile fare in modo che il lavoro sia organizzato per far sì che tutti ne traggano una giusta soddisfazione

Agganciandomi alle ultime cose dette direi che una condizione da ricercare è che nel lavoro ci sia il più possibile giustizia, che il lavoro e le responsabilità siano equamente distribuite. So che è molto difficile raggiungere questo… In sintesi a mio parere occorrerebbe tenere conto delle attitudini, dei desideri, delle capacità ma anche della necessità di condivisione delle responsabilità, e, non ultimo, concedere una vera autonomia di gestione a chi più se ne assume il peso.

Sto valutando il tempo che ci rimane. Dobbiamo stoppare il confronto sull'ultima domanda e vedere cosa fare rispetto alle esperienze concrete che hai vissuto. Vuoi che ci vediamo un'altra volta e che ne scegliamo una in particolare…

Preferisco terminare ora e parlare un poco di tutte e tre.

Vediamo allora se possiamo individuare cosa ha reso ognuna di queste esperienze per te gratificante. Non possiamo approfondire, dobbiamo accontentarci di qualche accenno. Cominciamo con i Tigli dove hai lavorato per molti anni

Sono tante le cose… Mi viene in mente subito il rapporto avuto con i ragazzi, penso all'intensità degli scambi affettivi e relazionali avuti, non ne ho più vissuti di questo tipo. Un altro elemento era il lavoro di lettura che si faceva negli incontri settimanali e quotidiani su ciò che accadeva. Ancora il fatto che era un lavoro terapeutico, di cura, mai puramente assistenziale. Il fatto che ci fosse una profonda connessione tra teoria e prassi. Il lavorare in équipe, la presenza di una supervisione. La possibilità che ho avuto di crescere e di modificarmi anche in termini personali. Le competenze che mi ha fornito e che poi ho speso anche altrove. La presenza di un modello culturale (la psicoanalisi) forte, preciso… E' stata una esperienza faticosa ma molto significativa, che mi ha dato anche tanto

Veniamo al SerT ?

Al SerT ho lavorato per sei-sette anni nell'ambito della prevenzione e come referente della formazione professionale. La prima cosa che mi viene in mente, pensando agli elementi positivi, è il fatto che ho potuto operare, a differenza di prima dove il lavoro era prevalentemente centrato sulla relazione duale, in un ambito di comunità, sociale, politico

Ti sei completata in un certo senso…

Sì. Direi di sì. Poi c'è stato l'incontro con le persone, gli altri operatori, è stato un incontro proficuo dal punto di vista professionale e umano… Mi è piaciuto molto il modello di promozione della salute propria del servizio, un modello che non riduceva-appiattiva la prevenzione al solo piano sanitario ma la estendeva a quello sociale-culturale più ampio. Ho avuto grandi opportunità di crescita professionale, di autonomia, a volte quest'ultima era anche esagerata, a rischio di sconfinamento in una sorta di autarchica

Beh però te la sei cavata bene…

Sì, abbastanza. Credo di aver fatto delle cose decenti. Spesso altri mi parlano di segni professionali che avrei lasciato; certo è stato appassionante.

E l'esperienza che stai conducendo?

Sono due anni che sono impegnata in questo coordinamento, può sembrare un tempo sufficiente per capire come stanno andando le cose ma non è così. Non so ancora valutare bene quelli che possono essere gli sviluppi concreti di questa attività. C'è qualcosa che mi sfugge. Sono interessata al lavoro, mi da una certa soddisfazione…

Forse ti ci vuole un maggiore distacco per valutare quel che sta accadendo.

Penso anch'io

Se vuoi possiamo concludere qui l'intervista… Anche il tempo che avevamo a disposizione è terminato… Ti ringrazio del contributo che hai dato.


Nota

I Tigli (una comunità diurna) è nata nel Consorzio Socio-Sanitario Rimini Nord alla fine del 1979 per rispondere ai problemi di bambini diagnosticati psicotici o con gravi distorsioni della personalità. Il lavoro è stato impostato nei suoi primi quindici anni, pur nei cambiamenti, facendo riferimento al modello psicoanalitico. Patrizia Canini vi ha lavorato per tredici anni, dal 1984 al 1997.

Settembre 2005

Patrizia Canini. / Laureata in pedagogia ha una formazione psico-socio-educativa. Da oltre vent'anni è dipendente della AUsl di Rimini dove, in qualità di educatore, ho svolto attività professionale in ambito di prevenzione, di cura, riabilitazione. Attualmente è referente del Coordinamento opportunità lavorative della
Azienda; formatore in ambito psicopedagogico; docente di discipline pedagociche ed antropologiche presso l'Università di Bologna (corso di lauree in infermieristica

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