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Letteratura - Testimonianze

In questa sezione segnaleremo con brevi presentazioni (schede) e altro materiale libri che raccolgono testimonianze, storie di vita professionale, biografie di operatori sanitari e sociali.

AA.V.V. - La storia nascosta Gli infermieri si raccontano, 2004 Ed. IPASVI

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Precedute da una prima parte introduttiva (1954-2004: diario di una professione) e seguite da una serie di interventi (Riflessioni del Comitato centrale IPASVI sulle sfide del futuro) il volume raccoglie 26 brevi testimonianze di infermieri italiani di diverse generazioni con le più varie esperienze operative-gestionali e responsabilità istituzionali alle spalle. I materiali sono collocati, preceduti ogni volta da una brevissima presentazione, dentro le seguenti aree: I perché di una scelta, Le leve del cambiamento culturale, Investire sulle nuove generazioni, Storie di straordinaria quotidianità, Il buon "governo" dell'assistenza. Sono stati raccolti da dieci intervistatori, per la maggior parte colleghi impegnati in ambito didattico-formativo. Pur senza sistematicità e completezza la lettura delle testimonianze, almeno a parere di chi fa questa scheda e che non è infermiere, dà un'idea assai precisa, in ogni modo viva e concreta, delle infinite facce, dei tanti aspetti e problemi, della professione infermieristica dagli anni del secondo dopoguerra ad oggi.(G.M.)

Luciano Musmeci, L'ultima età Diario di un medico, 1974 (2° ed. 1977) Feltrinelli

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Luciano Musmeci, primario geriatra alla fine della propria carriera, racconta in questa sorta di diario - con un sottofondo costante di amarezza e sgomento che si alterna a volte a qualche momento di ironia (anche rattristata e rassegnata) e di sarcasmo – il suo lungo impegno per far emergere nella società civile la consapevolezza della condizione spesso drammatica ed emarginante in cui vivono gli anziani, per dare loro una cura il più possibile adeguata, per far sì che non ci si limiti solo, spesso troppo tardi, alla cura ma si sviluppi la consapevolezza della necessità di una azione preventiva. Sono anni, quelli in cui scrive, dove ancora la consapevolezza di tutto ciò è ben lontana da venire, anni in cui da più parti si lotta per riconoscere i diritti violati di tante persone (vedi ad esempio quelli di coloro che vengono definiti malati mentali) segregate ed emarginate, anni in cui le strutture sanitarie si dibattono in mille difficoltà (spazi inadatti, edilizia inadeguata-decadente, servizi mancanti, carenze di personale,  ecc…), anni in cui spesso l’assistito anziano (soprattutto se povero e malato) viene sballottato da un luogo all’altro e abbandonato a se stesso. Il racconto alterna con mano rapida, il più delle volte in forma di schizzo, riflessioni sulla geriatria, annotazioni di carattere scientifico e sulla condizione dell’assistenza, microracconti sul suo impegno in ambito pubblico, conversazioni con colleghi, scene di vita privata e di vita ospedaliera (e qui ogni tanto emerge improvvisamente un anziano ammalato, la sua storia e il suo dramma), frammenti autobiografici, disagi personali, la fatica di un lavoro spesso ingrato e duro. L’epilogo del diario è il racconto del suo ricovero (assai prematuramente in pensione per motivi di salute) in una divisione geriatrica, con la solitudine e lo sgomento che circolano qui nell’aria, che si respirano come un veleno, e che, nonostante tutta la sua vita dedicata a contrastarli, non riesce ancora ad arginare. (G.M.)

Mario Marri, Diario di paese, 1964 Einaudi

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Mario Marri è nato a Modena nel 1930, si è laureato a Bologna ed è medico di montagna da dieci anni quando scrive (o pubblica, visto che quel che scrive è datato 1961) questo diario. Le annotazioni, a parte gli ultimi mesi in cui diradano, seguono la cadenza giornaliera. Da esse emerge uno schizzo multiforme e sfaccettato della vita di paese di montagna nei primi anni sessanta, i tratti spesso drammatici delle condizioni (abitative, lavorative, fisiche, affettive) degli ammalati di cui si prende cura (una sorta di rovescio della medaglia del miracolo economico allora in atto), gli aspetti interessanti e faticosi del proprio lavoro, il suoi interessi letterari (la lettura e i commenti di Le Lettere a Milena di Kafka, de La coscienza di Zeno e di Senilità di Svevo, de l'Ulisse di Joyce della Gradiva di Jensen) o più in generale culturali (la psicoanalisi, la questione ebraica). Mario Marri ama ascoltare le persone, non solo quelle malate, sa, intuisce, che il peso che la vita emotiva e culturale hanno su quella fisica è grande, e questo amore e questa consapevolezza rendono vivo e vero questo diario. (G.M.)

Maddalena Bertolini Fanton, Le mani nelle donne Storie di una levatrice, 1995 Guaraldi

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Maddalena Bertolini Fanton ha trent’anni ed è madre di tre figli quando scrive questo libro in cui racconta la propria esperienza professionale e personale, l’intreccio stretto, indissolubile, tra le due. Dopo gli studi classici si è diplomata alla Scuola di Ostericia ed ha svolto da subito con grande passione (molte pagine di questa testimonianza ci parlano, anche tra le righe, di questo) la professione di levatrice, prima in ospedale e negli ultimi anni assistendo i parti in casa. Non è stata per nulla facile la vita di Maddalena nella famiglia d’origine. Una madre depressa egocentrica e rancososa, un padre che non era mai dove serviva, due sorelle con le quali dover dividere un amore che forse non c’era, l’hanno messa continuamente ai ferri corti, l’hanno forzata a reinventare-rifondare se stessa per sopravvivere prima e per vivere davvero poi. L’incontro con un uomo poi diventato suo marito, una nuova vita famigliare come moglie e madre, non ultimo una vita professionale gratificante pur anche nei momenti difficili e faticosissimi, hanno certamente dato un grande contributo a questa trasformazione. Da un po’ di tempo a questa parte in più luoghi si parla di resilienza, della capacità di superare situazioni traumatiche, fortemente sfavorevoli. Di cosa sia fatta questa capacità non so ma penso proprio che questa di Maddalena Bertolini Fanton, oltre ad essere la testimonianza di una levatrice, lo sia anche in qualche modo di questa capacità di resistere e rinascere. Un duplice motivo, oltre ad altri certamente presenti, per leggere questo libro intenso, appassionato. (G.M.)

Emanuele Trevi – Mario Trevi, Invasioni controllate, 2007 Castelvecchi

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[Il figlio (Emanuele), critico e scrittore, intervista il padre ottantenne (Mario), decano della psicoanalisi junghiana. Insieme ripercorrono l’itinerario di una lunga vita, per gran parte dedicata alla pratica psicoterapeutica.]

Mario Trevi, ottantenne, decano della psicoanalisi (o psicologia analitica) junghiana, schivo, a suo dire timido, si lascia intervistare (torturare) dal figlio, critico e scrittore. Né esce un ritratto di vita di piacevole e rilassante lettura. Pur rimanendo certamente alla superficie delle cose il libro ci permette di ripercorrere, forse da una giusta e misurata distanza, una vita dedicata alla libera professione come psicoterapeuta, allo studio. (G.M.)

Alberto Schon, Vuol dire Dal diario di uno psicoanalista, Bollati Boringhieri 1997

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[Uno psicoanalista parla di alcuni pazienti, della relazione costruita con loro, dei momenti felici e difficili-traumatici vissuti, del proprio lavoro e un po’ anche di sé. L’immagine distante e inquietante dello strizzacervelli evapora e al suo posto si intravede un uomo che sa stare tra gli altri, con gli altri, che non ha bisogno di sentirsi al di sopra di loro.] 

Alberto Schon, padovano, medico, neurologo, psicoanalista, membro della SPI (Società Psicoanalitica Italiana), ha sessantatré anni quando viene pubblicato questo suo scritto, una sorta diario in cui soprattutto presenta, con mano leggera, in forma di schizzi, alcuni dei pazienti incontrati o dei quali ha sentito a sua volta narrare. Racconta, in tanti momenti sempre con misurato humour, della relazione che si è costituita con loro, ma anche dei rapporti con alcuni colleghi, e, inevitabilmente, qualcosa di sé. Non è usuale che uno psicoanalista parli in prima persona. Immagino che le ragioni siano varie. Una, ad esempio, è il patto che costruisce con il paziente (riservatezza reciproca), altre fondano l’esercizio professionale (la non conoscenza del terapeuta da parte del paziente è una condizione auspicabile per la cura, poi c’è il patto, magari implicito, non detto, con la comunità scientifica di cui si è parte che presuppone anch’esso che certe cose non è bene metterle in piazza ma metabolizzarle al proprio interno). Nonostante ciò Alberto Schon ha sentito l’esigenza di dare alle stampe queste sue narrazioni. Era, dice, un suo bisogno, e ha pensato che probabilmente non potesse venire male a nessuno realizzarlo (sarà stato sicuramente accorto nel cambiare le cose quel tanto per evitare i riconoscimenti e non stravolgere i fatti e i vissuti ad essi connessi). Non posso parlare ovviamente per altri ma posso dire che a me non n'è venuto e che ho anzi apprezzato molto non solo il suo delicato humour ma anche il suo rispetto per i pazienti e per i colleghi, la sua sincerità, la sua onestà nel raccontare anche le difficoltà incontrate e non sempre superate, nonché gli errori dolorosi a volte commessi. Non rimane che auspicarsi che anche altri psi-operatori inizino a fare altrettanto e ringraziarlo per questo suo primo passo intrapreso. (G.M.)

Sally Trench. Seppellitemi con i miei stivali, 1968, 1981 (diciannovesima edizione) Edizioni Paoline

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[Senza alcuna professionalità una ragazza inglese – spinta da una tensione, ingenua e pura, di altruismo, di amore cristiano – dedica alcuni anni della sua vita alla cura e al soccorso di giovani tossicodipendenti, di barboni, di alcolizzati.]

Ho ritrovato mesi fa in uno scatolone questo libro letto moltissimi anni addietro. Rileggerlo ne è valsa davvero la pena. Sally Trench aveva 21 anni quando scrisse questo libro straordinario. Narra i suoi quattro anni trascorsi in strada a Londra, tra beats, tossicomani, vagabondi, barboni, alcolizzati, nei luoghi più marginali, diroccati, sporchi, periferici, “equivoci” della città. Il suo non era un vagabondaggio (disimpegnato, edonistico, spesso conformisticamente ribellista) simile a quello di alcuni ragazzi beats incontrati ma di tutt'altra natura, era un cercare di prendersi cura dei marginali e dei reietti che incontrava portando loro cibo, soccorso fisico, conforto emotivo, attivando aiuti. Trascorreva le sue giornate vagabondando per Londra e mendicando dai passanti una elemosina per comprare cibo per i suoi protetti. Di notte, la si poteva trovare nella stazione di Waterloo o a condividere il fuoco improvvisato tra gli alcolizzati. Senza alcuna formazione professionale era spinta solo da una intensa tensione, ingenua e pura, di altruismo, di amore cristiano. Purtroppo, come ha scritto qualcuno pensando ad altro (autismo, psicosi infantile), l'amore (anche cristiano) non basta per risolvere la situazione drammatica, tragica, in cui si trovano tante persone abbandonate a se stesse e da tutti, alla deriva, e così Sally assiste spesso impotente al dolore e alla morte degli altri di cui si è presa cura. E' troppo giovane e indifesa per non subirne lei stessa i colpi e spesso il suo corpo cede al posto della sua anima. Il libro termina, forse per buona pace di tutti, con il suo intraprendere una esperienza di professionalizzazione, facendoci intravedere la strada giusta (dell'integrazione tra la spinta altruistica e il sapere, non sempre facile) da percorrere. Ho cercato in internet qualche altra informazione su di lei per cercare di capire cosa era accaduto dopo questa esperienza e ho trovato la seguente aggiornata ai primi anni del 2000.

SALLY TRENCH affronta la sua prima esperienza di apostolato sociale a Londra, negli anni '60, fra barboni, alcolizzati e tossicodipendenti on the road. Nel 1968 pubblica Seppellitemi con i miei stivali, resoconto del suo "viaggio" nei territori dell'emarginazione. Il libro, tradotto in quindici lingue, supera il milione di copie vendute, giungendo in Italia (Edizioni San Paolo) alla ventiquattresima ristampa. Fedele al proprio appassionato impegno umanitario, la Trench investe tutti i proventi di quella pubblicazione in una struttura educativa di sostegno ai ragazzi disadattati, descrivendola nel volume I figli degli altri (San Paolo, 1991). Negli anni '90 le attività del Progetto Spark si concentrano sui minori della Bosnia, e dal '92 al '96 Sally guida personalmente trenta spedizioni di aiuti nelle zone più devastate della ex Jugoslavia. Dalla sua esperienza diretta scaturisce questo romanzo (La guerra di Fran Edizioni San Paolo 2010) di denuncia contro lo scandalo della guerra, di ogni guerra.

Nata nel 1945, madre di due figli, Sally Trench, proclamata nel 1995 "donna cattolica dell'anno", vive oggi nell'Oxfordshire.

La storia quindi continua e forse potremo reincontrarla in ulteriori segnalazioni. (G.M.)

Loredana Nigri (a cura di), Relazioni pericolose Aiutare stanca, aiutare cambia, 2009 Luigi Pellegrini Editore

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[Quindici operatori (otto assistenti sociali, tre psicologi, due educatori, un medico, una studentessa del III anno del Corso di Laurea in Scienze del Servizio Sociale) narrano e riflettono su alcuni momenti del proprio lavoro]

 

Con una breve e non formale premessa del Direttore sanitario dell'Azienda Sanitaria Provinciale di Cosenza e una prefazione di Loredana Nigri (che lascerà anche un coraggioso scritto autobiografico che dà titolo al volume) viene presentato questo agile libretto (126 pagine) che raccoglie quindici brevi scritti definiti di fantasia (ma è ben chiaro che sono per la gran parte di testimonianza). Chi ha curato il lavoro è una assistente sociale, oltre a lei hanno contribuito all'iniziativa altre sette colleghe, tre psicologi, due educatori, un medico, una studentessa del III anno del Corso di Laurea in Scienze del Servizio Sociale. La lettura del volume introduce il lettore, attraverso storie vissute, narrate con immediatezza e senza filtri, all'interno del lavoro sociale (di cura, di aiuto, di prevenzione...), mostrandone sia i lati appassionanti sia quelli duri e drammatici, evidenziando anche, non ultimo, come questo lavoro sia inevitabilmente e fortemente connesso con tutta l'intera vita di chi, per una ragione o l'altra, lo pratica. Sperando di non far torto all'editore riporto di seguito, oltre alla presentazione in copertina e l'indice del libro, anche un contributo (Scrivere è un lusso. Lettera ad una collega) presente all'interno del volume immaginando che parli (almeno per l'esperienza che ho) anche per molti altri operatori. Purtroppo o per fortuna forse scrivere sul proprio lavoro è davvero un lusso. Se sia un bene o un male questo non so, so che sarebbe peggio se diventasse un obbligo istituzionale o una moda. Difficile dire anche qual è il modo giusto per scrivere sul proprio lavoro. Sia come sia è ormai ipotizzabile, come dimostra anche questo libretto, che anche lo spazio narrativo ha una sua dignità e funzione nel permettere a chi opera di conoscersi, di conoscere il lavoro degli altri e, si spera, di provare, almeno un poco, di migliorarlo. Un ringraziamento quindi a chi ha realizzato questa iniziativa e a chi mi ha segnalato il volume. (G.M.)

 

[In copertina]

Scrivere sulla relazione d'aiuto negli aspetti e negli esiti dell'intersoggettività: è questo il tentativo di un manipolo di ardimentosi operatori di diversa professionalità, dipendenti dell'Azienda Sanitaria Provinciale di Cosenza, che hanno aderito ad una sperimentazione di scrittura creativa proposta dell'Area Integrazione socio-sanitaria.

Sono assistenti sociali, educatori, medici, psicologi, tirocinanti, gli autori dei quindici racconti di Le Relazioni pericolose. Aiutare stanca, aiutare cambia.

Sospesi tra il professionale e l'esistenziale i racconti sono ispirati da persone e circostanze lavorative, non riconducibili però a individui, situazioni e contesti precisi. Una sorta di 'summa' del ricordo di tante o di una in particolare, situazione o persona, che si riverbera e ha informato il proprio modo di espandere o contenere e ridurre, la traiettoria intersoggettiva della professione d'aiuto.

Le storie, tutte di fantasia, cucite però con una trama di incontri, sensazioni e vissuti reali, sono quindi un pretesto per testimoniare l'intreccio, l'accavallarsi, il sovrapporsi, l'accompagnarsi o più semplicemente l'inserirsi di tali situazioni, nella vita degli operatori, per capire se, quanto e come l'hanno toccata o cambiata.

[Indice]

Premessa

Prefazione

ESORDIENTI

Una visita domiciliare, la prima

di Clorinda Mazzei, assistente sociale specialista

Ho ventitré anni. È il 1979

di Anna Chiara Tomaselli, assistente sociale specialista

Ero terrorizzata da questa nuova esperienza

di Maria Chiara Frjia, studentessa III anno Corso di Laurea Scienze del Servizio Sociale

Emozioni nel camerino dei vissuti

di Francesca Maria Bonadio, assistente sociale specialista »

Lei è il medico?

di Vilmerio Gigli, medico, epidemiologo

ENTUSIASTI

Io educatore Professionale

di Maria Teresa Cuconato, educatore professionale

In redazione

di Mirella Filice, educatore professionale

VISIONARI

Guardarsi allo specchio nei tuoi occhi scuri

di Rossana Castriota, psicologa, psicoterapeuta

Alessandro tra natura e "cultura"

Parla di Te... Parlami di Te... Io ti ascolterò

di Emilia Luigia Pulitanò, assistente sociale specialista

Favola esistenziale

Il Saggio e la Principessa Raggio di Sole

di Daniela Ammirata, assistente sociale specialista

L'azzurro e il mare

di Francesco Tristaino, psicologo, psicoterapeuta

IRRIDUCIBILI

Scrivere è un lusso. Lettera ad una collega

di Serafina Lavigna, psicologa, psicoterapeuta

Una voce che non ha suono

di Patrizia Mazzitelli, assistente sociale specialista

Il rumore della pioggia ritmava il tempo

di Carmelina Sciarrotta, assistente sociale specialista

Le relazioni pericolose

di Loredana Nigri, assistente sociale specialista

Bibliografia

 

Scrivere è un lusso. Lettera ad una collega

Serafina Lavigna

 

Quando mi è stato chiesto di scrivere sul mio lavoro un'immagine si è concretizzata nella mia mente. Come inserire un gettone nella slot machine e vedere frettolosamente sulla macchina un elenco che scorre, non sempre leggibile, troppo veloce e poi una cascata di gettoni, una scritta che lampeggia su uno schermo. E io li davanti a quello schermo tra il divertita, affascinata, impotente, ma pur sempre curiosa di continuare a guardare.

Lavorare stanca? Si forse. Mi stanca molto di più non farlo. Le relazioni di aiuto sono pericolose? E per chi? E in quali contesti?

Cara Loredana mi piacerebbe scrivere dei nostri servizi, forse più che dei nostri pazienti. La stanchezza diventa pesante quando penso alla fatica necessaria per la costruzione di un servizio, al rapporto tra me e l'istituzione, al rapporto tra contenitore e contenuto, all'identificazione o della mancanza di identificazione tra me e il servizio, all'immagine che io rimando attraverso il servizio in cui opero per molte ore della mia giornata. Al rapporto tra l'istituzione che cura e l'istituzione che ammala. Al malessere di chi lavora nei servizi nel tentativo di affermare una produzione di senso per il proprio lavoro. Una parte della mia identità è determinata dal lavoro che svolgo, sono riconosciuta come psicologa del consultorio, dai pazienti, dai colleghi, dall'amministrazione. L'immagine che gli altri come uno specchio mi rimandano rispetto al servizio in cui opero, non può che incidere sul mio vissuto non solo come operatore ma più complessivamente come persona. Partendo dalla convinzione che il lavoro dell'uomo non è semplice produzione di cose ma di senso l'alienazione da questa parte della mia vita significherebbe un estraniamento patologico. La mia generazione come quella dei maggior parte degli operatori che attualmente lavorano nei servizi territoriali sorti tra la fine degli anni settanta e l'inizio degli anni ottanta ha avuto il compito di mettere in piedi servizi nuovi, testimonianza di quella grande ventata di rinnovamento richiesta dai movimenti sociali di quegli anni alle istituzioni sanitarie. La chiusura di manicomi, un nuovo modo di concepire la salute, un nuovo modo di concepire il rapporti familiari con la messa in discussione delle autorità, il nuovo diritto di famiglia, la parità tra uomo donna, la legge sul divorzio, la legge sull'interruzione i gravidanza, l'uso e la prescrizione dei mezzi contraccettivi, un nuovo modo di concepire la nascita. Temi che hanno attraversato i nostri vissuti e quelli dei nostri pazienti, il nostro essere maschi o femmine, le nostre convinzioni ideologiche e culturali, che hanno richiesto e richiedono un distinguo continuo tra ciò che ci appartiene e ciò che appartiene agli altri. Abbiamo avuto il compito, aspetta... rileggo... abbiamo avuto il compito? No forse non era chiaro. Eravamo solo esecutori di ordini... dovevamo semplicemente curare qualcuno o qualcosa, senza mettere in discussione nulla di quanto già era presente. Siamo operatori della salute mentale... Mamma mia... la salute mentale! Solo il pensiero ti può fare tremare le gambe o farti venire un delirio di onnipotenza, salvo poi a farti una passeggiata nei nostri servizi. Contenitori squallidi piccoli esempi di ex manicomi, strutture punitive ora come allora per chi si ammala e per chi ci lavora. Forse per la maggior parte di noi non è mai stato abbastanza chiaro, dovevamo organizzare servizi... no... i servizi dovevano essere organizzati da altri. Il desiderio di molti di noi operatori, quello di tipo organizzativo si è scontrato continuamente con il diversi ruolo di esecutori di ordini da parte di chi spesso non aveva idea del significato di questi servizi.

La confusione di compiti e di ruoli. La mancanza di chiarezza su chi fa che cosa ha caratterizzato per molti anni il lavoro dei servizi territoriali. Alla ricerca di una corretta metodologia di lavoro, alla ricerca di un confronto con chi faceva ricerca e sperimentazione in questi settori ho attraversato più volte l'Italia, confrontandomi con realtà il più delle volte più fortunate della mia. Altre realtà culturali, altre realtà amministrative, altra realtà di rapporto tra chi amministra e cittadini. Un nuovo stile di lavoro, nuovi servizi, nuove professioni, alla ricerca di identità nel tentativo di riconoscersi e farsi riconoscere. Negli anni 80 gli amministratori che cercavano di applicare le leggi erano abituati alle professioni sanitarie tradizionali e cercavano rassicurazioni in modelli di intervento tradizionali, per interventi nuovi e su nuove fasce di popolazione, con tutte le conseguenti contraddizioni. Spesso il ruolo del medico è diventato centrale all'interno del servizio in quanto proponente un modello di cura più conosciuto, che rassicurava tutti, dagli amministratori agli utenti, per finire agli stessi operatori sociali. In realtà le nuove leggi erano portatrici di altre istanze. La salute mentale non può coincidere con una semplice prescrizione farmacologica, come organizzare un servizio per la salute della famiglia non può coincidere con una visita e una prescrizione di anticoncezionali. Occuparsi della salute fisica e mentale significa discutere di stili di vita, rapporti intrafamiliari, condizioni abitative, inserimento sociale e possibilità di socializzazione per adulti e bambini. Molti operatori hanno fatto ricerca, lavorando e a volte perdendosi in modelli di intervento che poteva solo essere costruito giorno per giorno a fronte di una grande energia e volontà. Tutti figli degli anni settanta, educati dal vecchio e chiamati a costruire il nuovo. Nuovi servizi in vecchie istituzioni. Da studentessa universitaria frequentavo con curiosità i consultori autogestiti dalla donne, per lo più frequentati da intellettuali, docenti universitarie, studentesse, qualche donna lavoratrice, donne che cercavano di affermare un diritto alla salute anche attraverso un nuovo rapporto con il sapere medico. Appena laureata a ventidue anni l'opportunità di un lavoro in un consultorio familiare che nel frattempo era stato istituzionalizzato con una legge nazionale, mi sembrava una bellissima avventura. Ho conosciuto donne e famiglie, madri e figlie, storie di vita comune,originali, bellissime, drammatiche, fatti di gente della presila, della città di Cosenza, delle Serre Consentine, a cui negli ultimi anni si sono aggiunte sempre più numerose studentesse universitarie e donne straniere. Ricordo la diffidenza a frequentare un servizio dove si certificava la volontà di interrompere la gravidanza, nel piccolo paese della presila dove è stato aperto il primo consultorio della regione Calabria. Le donne hanno sempre fatto ricorso alla interruzione di gravidanza ma non così, magari sui tavoli delle loro cucine, magari con i ferri di una calza, con un intruglio di erbe, ma addirittura essere assistite per farlo. Era veramente troppo. Qualche donna ci portava il caffè, come i vicini di casa con il nuovo arrivato, e piano piano quel luogo diventava momento di incontro. Le signore della città venivano al consultorio per le visite, per i colloqui, per la preparazione al parto. Le donne più istruite sono state le prime a frequentare questo servizio. Le nostre vicine preferivano farsi visitare nei consultori cittadini che nel frattempo erano stati istituiti. Avventura affascinante lo è stato e lo è. E vero a volte faccio fatica a separare la mia storia da quella di questo servizio. Ma la mia storia contiene contraddizioni che appartengono alle contraddizioni di questo servizio, la storia e i contesti sono importanti. Costretta più volte a segnare il passo, per aspettare gli altri, all'interno di una istituzione che spesso lega, mortifica, toglie energie, che ha bisogno di affermare se stessa e il vecchio per rassicurarsi o per difendere interesse di gruppi professionali tradizionalmente più forti. Chiusa in una istituzione il cui obiettivo spesso più che quello di curare, sembra quello di fare ammalare utenti e operatori ho impegnato molte energie per trovare auto medicazioni. Più volte mi sono sentita ferita dall'istituzione e curata io, a mia volta, dai pazienti i quali hanno sempre dato senso al mio lavoro. Quando l'istituzione di cui fai parte è malata, scissa, patogena devi compiere su te stessa un lavoro terapeutico di individuazione e di differenziazione nel tentativo di salvaguardare le parti sane e farle crescere. Cosciente e lucida sulla difficoltà necessarie di un cambiamento culturale, prima ancora che tecnico operativo, sono passata dalla formazione sistemico relazionale, a quella gruppo analitica, imparando a leggere prima per me le difficoltà di un sistema e quelle dei gruppi all'interno delle istituzioni. A volte mi è servito ad alleviare il malessere, a volte quello che stavo vivendo era troppo doloroso. Vedi Loredana mai un rapporto con un paziente o con gruppi di pazienti è stato doloroso come fare i conti con l'istituzione. I sistemi malati non accettano il nuovo che viene vissuto come una minaccia, come materiale da espellere e non come cibo per alimentarsi e vivere. So per mestiere che i cambiamenti sono difficili, che quanto più è strutturata la patologia tanto è più difficile modificarla ma il mio mestiere mi piace e ho imparato che anche i piccoli cambiamenti contribuiscono a migliorare la qualità del mio lavoro molto più che le fughe nell'isolamento. Ho imparato nel tempo a difendermi dal dolore che procura il rapporto con l'istituzione, come un figlio impara a difendersi da un genitore che non lo riconosce e non lo aiuta a crescere. E allora tu mi chiedi di scrivere. Mi dispiace, ora che ci penso, non aver scritto tutte le storie che ho letto nella vita delle persone che ho incontrato negli ultimi trenta anni del mio lavoro, non ne ha avuto tempo, le attività di cura non lasciano molto tempo per la scrittura. Spesso bisogna scegliere tra scrivere o fare interventi. Ancora di più mi dispiace non aver scritto del mio rapporto con l'istituzione, poi, penso che ce l'ho ben chiaro nella mente, forse ho perso le emozioni che nel tempo ho vissuto rispetto alle diverse situazioni.

Non so quante censure ho dovuto operare per non soccombere, se mi fermo è possibile che le recupero. Ma sento che per ora non mi voglio fermare. Dicevo, scrivere è un lusso che non sempre ci possiamo permettere. Scrivere a casa nel tempo libero? Tu lo sai come lo sappiamo tutte le donne che lavorano che il ritorno a casa è l'avvio di altro lavoro... di cura... ancora una volta... altrettanto affascinante... fatto di bellissime scoperte con figli piccoli... figli adolescenti.. genitori che invecchiano... di organizzazione di un'altra istituzione chiamata famiglia. E allora, ieri ho letto ancora il tuo invito, la tua mail, e oggi è domenica e mi è venuta voglia di risponderti e scrivere. Grazie. Scrivere per raccontare, scrivere per riflettere, scrivere per denunciare, scrivere per apparire, scrivere per testimoniare, scrivere, scrivere su una cartella clinica, scrivere per il tribunale, scrivere per chiedere, per valutare per comunicare. Scrivere per scrivere. Scrivere per progettare. Scrivere è un lusso. Scrivere nel servizio, tra un paziente e l'altro? L'ho già detto non mi rimane molto tempo, eppure quante storie mi scorrono davanti quante potrei fissarne sulle pagine. Le ho lasciate andare senza scrivere Leggere le loro storie. Scrivere insieme di seduta in seduta, qualche volta l'ho fatto per restituirle ai legittimi proprietari forse un giorno lo farò anche per me o forse no . Non lo so ho forse ancora un po' di tempo per pensarci. Un affettuoso saluto.

Stefano Lorenzetto, Si ringrazia per le amorevoli cure prestate Medici malattie malesseri, 2009 Marsilio

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[Ventitré brevi interviste a medici fortemente motivati e realizzati professionalmente]

Ventitré brevi interviste a ventitré medici realizzate da un giornalista che da sempre ha dovuto confrontarsi, come ben racconta nella introduzione, con la realtà della malattia. Ventitré medici certo non ordinari (se mai esistono persone cosiddette ordinarie), tutti professionisti, almeno a quel che appare, super motivati, super realizzati, non poche volte fortemente sicuri di se stessi e della loro scienza o arte. Non c'è la medicina che incontriamo tutti i giorni in questo libro ma varie medicine turbo e qualche sua forma eccentrica. Anche di questo è fatta la medicina. Per chi come me non la conosce se non tramite qualche intervista televisiva rapidissima quanto superficiale questa del libro di Lorenzetto è una buona occasione per prendere contatto con essa. (M.G.)

[In copertina]

"La morte è inevitabile; la maggior parte delle malattie gravi non può essere guarita; gli antibiotici non servono per curare l'influenza; le protesi artificiali ogni tanto si rompono; gli ospedali sono luoghi pericolosi; ogni medicamento ha anche effetti secondari; la maggioranza degli interventi medici dà solo benefici marginali e molti non hanno effetto; gli screening producono anche falsi positivi e falsi negativi; esistono modi migliori di spendere i soldi che destinarli ad acquisire tecnologia medico-sanitaria". Lo scriveva dieci anni fa, in un editoriale, Richard Smith, direttore del "British Journal of Medicine", influente rivista accademica fondata nel 1840. In questo libro Stefano Lorenzetto prosegue e approfondisce il suo rapporto personale con i medici e con la medicina cominciato appena cinque giorni dopo la nascita per colpa di una meningite. Lo fa ancora una volta con la tecnica dell'intervista, nella quale è considerato il numero uno in Italia. Convinto come non mai che imparare a riconoscere malattie e malesseri non sempre cura il corpo, ma talvolta salva l'anima.

Stefano Lorenzetto è editorialista del «Giornale», dov’è stato vicedirettore vicario di Vittorio Feltri, e collaboratore di «Panorama».Ha scritto per importanti testate e ha vinto il premio Saint-Vincent di giornalismo. Ha pubblicato Fatti in casa e, con Marsilio, Dimenticati (premio Estense), Italiani per bene, Tipi italiani, Dizionario del buon senso, Vita morte e miracoli e Baldus.Come autore televisivo ha realizzato Internet café per Rai Educational.

[Indice]

Prefazione di Lucetta Scaraffia

Introduzione

Riccardo Arone di Bertolino Gli occhi che curano

Walter Artibani Non lasciamo perdere

Silvio Buzzi La mosca sul muro

Massimo Codacci Pisanelli Alla larga dal dottor House

Alessandro Frigiola Quando il medico mette le ali

Cesare Guerreschi La clinica degli spendaccioni

Saverio Imperato L'oncologo condannato a morte dalle Br

Sebastiano Magnano Digiuna che ti passa

Alberto Mondini L'eretico della medicina

Cesare Montecucco Il domatore di tossine

Raffaele Morelli Non siamo nati per soffrire

Federica Mormando Come sopportare la vita

Pier Francesco Nocini Perdere la faccia

Francesco Perugini Billi Grasso è bello (e buono)

Giambattista Priuli Il suicida mancato che fermò l'Aids

Giovanni Rossi La voce di chi sente le voci

Enzo Soresi Il pensiero che guarisce

Rosario Sorrentino L'inquilino prepotente

Sergio Stagnaro L'idraulico del corpo umano

Luciano Sterpellone Le malattie che hanno fatto storia

Umberto Tirelli Il professor Parlo Chiaro

Roberto Vecchioni L'ospedale è la mia casa

Michele Zappella Per le nuove scale

Ignazio Marino, Credere e curare, 2005 Einaudi

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[Una riflessione, alternata alla descrizione di ricordi e vissuti personali, sulla medicina, sulla professione medica, sulle implicazioni che l'essere credenti può avere sul piano dei comportamenti professionali]

Alternando ricordi e vissuti personali a riflessioni più generali Ignazio Marino, chirurgo di trapianti di fama mondiale, esprime una sorta di allarme sulla crisi della medicina, sul suo difficile rapporto con le persone che ricorrono a lei spinti dalle loro sofferenze e malattie e si interroga sulla differenza che può significare e implicare sul piano dei comportamenti professionali l'essere credenti. Rischiando di essere bollato di ingenuità, di utopismo, è evocando soprattutto un impegno etico, ideale, professionale, civile, non solo della professione medica, che l'autore intravedere una possibile risposta ai problemi che ci troviamo di fronte. (G.M.)

[In prima copertina]
Il medico e il paziente, la malattia e la cura. Un binomio, che continua ad inquietarci. Chiedendo alla medicina di farsi sempre promessa di salvezza. E al medico di non smettere di credere in se stesso, nella propria professione e, quando c'è, nella propria fede.

[In retro copertina]
Credere nella scienza, nelle opportunità di curare le malattie, di restituire la salute. Credere nella medicina come missione, nella quale il medico mette le proprie competenze al servizio degli altri. Ma anche credere in un Dio e nella possibilità di testimoniare la propria fede nell'esercizio della professione medica. È possibile tenere insieme tutto questo? È possibile credere e curare? Ignazio R. Marino, da medico e da credente, si interroga sui limiti di una professione in piena crisi d'identità. Stretta tra il dominio della tecnologia e la rigidità delle regole di mercato, tra la perdita di umanità nel rapporto con i pazienti e il peso dei grandi temi bioetici. Come reagisce chi ha scelto di fare il medico per conoscere le malattie ma soprattutto per volontà di impegno a favore del prossimo? La fede può avere un ruolo e contribuire ad una svolta? Quale futuro attende i medici di domani?

Tra esperienze personali e riflessioni maturate in venticinque anni di lavoro sul campo, in Europa e negli Stati Uniti, Marino guarda allo smarrimento che sembra avere preso la medicina contemporanea. Un'incertezza che rischia di snaturarne l'essenza, mettendo a dura prova anche il più fedele dei seguaci di Ippocrate.

Ignazio Marino è un chirurgo di fama mondiale, specialista in trapianti d'organo. Formatosi all'Università Cattolica di Roma, si è trasferito prima in Inghilterra e poi negli Stati Uniti. Vive a Philadelphia dove dirige il centro trapianti della Thomas Jefferson University. Da molti anni è impegnato nella riflessione su medicina e bioetica, scrive su Repubblica e cura una rubrica mensile sull'Espresso.

[Indice]
    
     I. Sciamani, scienziati, impiegati di aziende-ospedali

  1. Il mestiere di medico , tra missione e disincanto

  2. Etica e medicina: alla ricerca di terreni comuni tra laici e credenti

  3. Una missione in crisi di identità

  4. Vie di fuga e nuovi percorsi

    Nota biografica

    Glossario dei termini medici

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