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Loredana Nigri (a cura di), Relazioni pericolose Aiutare stanca, aiutare cambia, 2009 Luigi Pellegrini Editore

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[Quindici operatori (otto assistenti sociali, tre psicologi, due educatori, un medico, una studentessa del III anno del Corso di Laurea in Scienze del Servizio Sociale) narrano e riflettono su alcuni momenti del proprio lavoro]

 

Con una breve e non formale premessa del Direttore sanitario dell'Azienda Sanitaria Provinciale di Cosenza e una prefazione di Loredana Nigri (che lascerà anche un coraggioso scritto autobiografico che dà titolo al volume) viene presentato questo agile libretto (126 pagine) che raccoglie quindici brevi scritti definiti di fantasia (ma è ben chiaro che sono per la gran parte di testimonianza). Chi ha curato il lavoro è una assistente sociale, oltre a lei hanno contribuito all'iniziativa altre sette colleghe, tre psicologi, due educatori, un medico, una studentessa del III anno del Corso di Laurea in Scienze del Servizio Sociale. La lettura del volume introduce il lettore, attraverso storie vissute, narrate con immediatezza e senza filtri, all'interno del lavoro sociale (di cura, di aiuto, di prevenzione...), mostrandone sia i lati appassionanti sia quelli duri e drammatici, evidenziando anche, non ultimo, come questo lavoro sia inevitabilmente e fortemente connesso con tutta l'intera vita di chi, per una ragione o l'altra, lo pratica. Sperando di non far torto all'editore riporto di seguito, oltre alla presentazione in copertina e l'indice del libro, anche un contributo (Scrivere è un lusso. Lettera ad una collega) presente all'interno del volume immaginando che parli (almeno per l'esperienza che ho) anche per molti altri operatori. Purtroppo o per fortuna forse scrivere sul proprio lavoro è davvero un lusso. Se sia un bene o un male questo non so, so che sarebbe peggio se diventasse un obbligo istituzionale o una moda. Difficile dire anche qual è il modo giusto per scrivere sul proprio lavoro. Sia come sia è ormai ipotizzabile, come dimostra anche questo libretto, che anche lo spazio narrativo ha una sua dignità e funzione nel permettere a chi opera di conoscersi, di conoscere il lavoro degli altri e, si spera, di provare, almeno un poco, di migliorarlo. Un ringraziamento quindi a chi ha realizzato questa iniziativa e a chi mi ha segnalato il volume. (G.M.)

 

[In copertina]

Scrivere sulla relazione d'aiuto negli aspetti e negli esiti dell'intersoggettività: è questo il tentativo di un manipolo di ardimentosi operatori di diversa professionalità, dipendenti dell'Azienda Sanitaria Provinciale di Cosenza, che hanno aderito ad una sperimentazione di scrittura creativa proposta dell'Area Integrazione socio-sanitaria.

Sono assistenti sociali, educatori, medici, psicologi, tirocinanti, gli autori dei quindici racconti di Le Relazioni pericolose. Aiutare stanca, aiutare cambia.

Sospesi tra il professionale e l'esistenziale i racconti sono ispirati da persone e circostanze lavorative, non riconducibili però a individui, situazioni e contesti precisi. Una sorta di 'summa' del ricordo di tante o di una in particolare, situazione o persona, che si riverbera e ha informato il proprio modo di espandere o contenere e ridurre, la traiettoria intersoggettiva della professione d'aiuto.

Le storie, tutte di fantasia, cucite però con una trama di incontri, sensazioni e vissuti reali, sono quindi un pretesto per testimoniare l'intreccio, l'accavallarsi, il sovrapporsi, l'accompagnarsi o più semplicemente l'inserirsi di tali situazioni, nella vita degli operatori, per capire se, quanto e come l'hanno toccata o cambiata.

[Indice]

Premessa

Prefazione

ESORDIENTI

Una visita domiciliare, la prima

di Clorinda Mazzei, assistente sociale specialista

Ho ventitré anni. È il 1979

di Anna Chiara Tomaselli, assistente sociale specialista

Ero terrorizzata da questa nuova esperienza

di Maria Chiara Frjia, studentessa III anno Corso di Laurea Scienze del Servizio Sociale

Emozioni nel camerino dei vissuti

di Francesca Maria Bonadio, assistente sociale specialista »

Lei è il medico?

di Vilmerio Gigli, medico, epidemiologo

ENTUSIASTI

Io educatore Professionale

di Maria Teresa Cuconato, educatore professionale

In redazione

di Mirella Filice, educatore professionale

VISIONARI

Guardarsi allo specchio nei tuoi occhi scuri

di Rossana Castriota, psicologa, psicoterapeuta

Alessandro tra natura e "cultura"

Parla di Te... Parlami di Te... Io ti ascolterò

di Emilia Luigia Pulitanò, assistente sociale specialista

Favola esistenziale

Il Saggio e la Principessa Raggio di Sole

di Daniela Ammirata, assistente sociale specialista

L'azzurro e il mare

di Francesco Tristaino, psicologo, psicoterapeuta

IRRIDUCIBILI

Scrivere è un lusso. Lettera ad una collega

di Serafina Lavigna, psicologa, psicoterapeuta

Una voce che non ha suono

di Patrizia Mazzitelli, assistente sociale specialista

Il rumore della pioggia ritmava il tempo

di Carmelina Sciarrotta, assistente sociale specialista

Le relazioni pericolose

di Loredana Nigri, assistente sociale specialista

Bibliografia

 

Scrivere è un lusso. Lettera ad una collega

Serafina Lavigna

 

Quando mi è stato chiesto di scrivere sul mio lavoro un'immagine si è concretizzata nella mia mente. Come inserire un gettone nella slot machine e vedere frettolosamente sulla macchina un elenco che scorre, non sempre leggibile, troppo veloce e poi una cascata di gettoni, una scritta che lampeggia su uno schermo. E io li davanti a quello schermo tra il divertita, affascinata, impotente, ma pur sempre curiosa di continuare a guardare.

Lavorare stanca? Si forse. Mi stanca molto di più non farlo. Le relazioni di aiuto sono pericolose? E per chi? E in quali contesti?

Cara Loredana mi piacerebbe scrivere dei nostri servizi, forse più che dei nostri pazienti. La stanchezza diventa pesante quando penso alla fatica necessaria per la costruzione di un servizio, al rapporto tra me e l'istituzione, al rapporto tra contenitore e contenuto, all'identificazione o della mancanza di identificazione tra me e il servizio, all'immagine che io rimando attraverso il servizio in cui opero per molte ore della mia giornata. Al rapporto tra l'istituzione che cura e l'istituzione che ammala. Al malessere di chi lavora nei servizi nel tentativo di affermare una produzione di senso per il proprio lavoro. Una parte della mia identità è determinata dal lavoro che svolgo, sono riconosciuta come psicologa del consultorio, dai pazienti, dai colleghi, dall'amministrazione. L'immagine che gli altri come uno specchio mi rimandano rispetto al servizio in cui opero, non può che incidere sul mio vissuto non solo come operatore ma più complessivamente come persona. Partendo dalla convinzione che il lavoro dell'uomo non è semplice produzione di cose ma di senso l'alienazione da questa parte della mia vita significherebbe un estraniamento patologico. La mia generazione come quella dei maggior parte degli operatori che attualmente lavorano nei servizi territoriali sorti tra la fine degli anni settanta e l'inizio degli anni ottanta ha avuto il compito di mettere in piedi servizi nuovi, testimonianza di quella grande ventata di rinnovamento richiesta dai movimenti sociali di quegli anni alle istituzioni sanitarie. La chiusura di manicomi, un nuovo modo di concepire la salute, un nuovo modo di concepire il rapporti familiari con la messa in discussione delle autorità, il nuovo diritto di famiglia, la parità tra uomo donna, la legge sul divorzio, la legge sull'interruzione i gravidanza, l'uso e la prescrizione dei mezzi contraccettivi, un nuovo modo di concepire la nascita. Temi che hanno attraversato i nostri vissuti e quelli dei nostri pazienti, il nostro essere maschi o femmine, le nostre convinzioni ideologiche e culturali, che hanno richiesto e richiedono un distinguo continuo tra ciò che ci appartiene e ciò che appartiene agli altri. Abbiamo avuto il compito, aspetta... rileggo... abbiamo avuto il compito? No forse non era chiaro. Eravamo solo esecutori di ordini... dovevamo semplicemente curare qualcuno o qualcosa, senza mettere in discussione nulla di quanto già era presente. Siamo operatori della salute mentale... Mamma mia... la salute mentale! Solo il pensiero ti può fare tremare le gambe o farti venire un delirio di onnipotenza, salvo poi a farti una passeggiata nei nostri servizi. Contenitori squallidi piccoli esempi di ex manicomi, strutture punitive ora come allora per chi si ammala e per chi ci lavora. Forse per la maggior parte di noi non è mai stato abbastanza chiaro, dovevamo organizzare servizi... no... i servizi dovevano essere organizzati da altri. Il desiderio di molti di noi operatori, quello di tipo organizzativo si è scontrato continuamente con il diversi ruolo di esecutori di ordini da parte di chi spesso non aveva idea del significato di questi servizi.

La confusione di compiti e di ruoli. La mancanza di chiarezza su chi fa che cosa ha caratterizzato per molti anni il lavoro dei servizi territoriali. Alla ricerca di una corretta metodologia di lavoro, alla ricerca di un confronto con chi faceva ricerca e sperimentazione in questi settori ho attraversato più volte l'Italia, confrontandomi con realtà il più delle volte più fortunate della mia. Altre realtà culturali, altre realtà amministrative, altra realtà di rapporto tra chi amministra e cittadini. Un nuovo stile di lavoro, nuovi servizi, nuove professioni, alla ricerca di identità nel tentativo di riconoscersi e farsi riconoscere. Negli anni 80 gli amministratori che cercavano di applicare le leggi erano abituati alle professioni sanitarie tradizionali e cercavano rassicurazioni in modelli di intervento tradizionali, per interventi nuovi e su nuove fasce di popolazione, con tutte le conseguenti contraddizioni. Spesso il ruolo del medico è diventato centrale all'interno del servizio in quanto proponente un modello di cura più conosciuto, che rassicurava tutti, dagli amministratori agli utenti, per finire agli stessi operatori sociali. In realtà le nuove leggi erano portatrici di altre istanze. La salute mentale non può coincidere con una semplice prescrizione farmacologica, come organizzare un servizio per la salute della famiglia non può coincidere con una visita e una prescrizione di anticoncezionali. Occuparsi della salute fisica e mentale significa discutere di stili di vita, rapporti intrafamiliari, condizioni abitative, inserimento sociale e possibilità di socializzazione per adulti e bambini. Molti operatori hanno fatto ricerca, lavorando e a volte perdendosi in modelli di intervento che poteva solo essere costruito giorno per giorno a fronte di una grande energia e volontà. Tutti figli degli anni settanta, educati dal vecchio e chiamati a costruire il nuovo. Nuovi servizi in vecchie istituzioni. Da studentessa universitaria frequentavo con curiosità i consultori autogestiti dalla donne, per lo più frequentati da intellettuali, docenti universitarie, studentesse, qualche donna lavoratrice, donne che cercavano di affermare un diritto alla salute anche attraverso un nuovo rapporto con il sapere medico. Appena laureata a ventidue anni l'opportunità di un lavoro in un consultorio familiare che nel frattempo era stato istituzionalizzato con una legge nazionale, mi sembrava una bellissima avventura. Ho conosciuto donne e famiglie, madri e figlie, storie di vita comune,originali, bellissime, drammatiche, fatti di gente della presila, della città di Cosenza, delle Serre Consentine, a cui negli ultimi anni si sono aggiunte sempre più numerose studentesse universitarie e donne straniere. Ricordo la diffidenza a frequentare un servizio dove si certificava la volontà di interrompere la gravidanza, nel piccolo paese della presila dove è stato aperto il primo consultorio della regione Calabria. Le donne hanno sempre fatto ricorso alla interruzione di gravidanza ma non così, magari sui tavoli delle loro cucine, magari con i ferri di una calza, con un intruglio di erbe, ma addirittura essere assistite per farlo. Era veramente troppo. Qualche donna ci portava il caffè, come i vicini di casa con il nuovo arrivato, e piano piano quel luogo diventava momento di incontro. Le signore della città venivano al consultorio per le visite, per i colloqui, per la preparazione al parto. Le donne più istruite sono state le prime a frequentare questo servizio. Le nostre vicine preferivano farsi visitare nei consultori cittadini che nel frattempo erano stati istituiti. Avventura affascinante lo è stato e lo è. E vero a volte faccio fatica a separare la mia storia da quella di questo servizio. Ma la mia storia contiene contraddizioni che appartengono alle contraddizioni di questo servizio, la storia e i contesti sono importanti. Costretta più volte a segnare il passo, per aspettare gli altri, all'interno di una istituzione che spesso lega, mortifica, toglie energie, che ha bisogno di affermare se stessa e il vecchio per rassicurarsi o per difendere interesse di gruppi professionali tradizionalmente più forti. Chiusa in una istituzione il cui obiettivo spesso più che quello di curare, sembra quello di fare ammalare utenti e operatori ho impegnato molte energie per trovare auto medicazioni. Più volte mi sono sentita ferita dall'istituzione e curata io, a mia volta, dai pazienti i quali hanno sempre dato senso al mio lavoro. Quando l'istituzione di cui fai parte è malata, scissa, patogena devi compiere su te stessa un lavoro terapeutico di individuazione e di differenziazione nel tentativo di salvaguardare le parti sane e farle crescere. Cosciente e lucida sulla difficoltà necessarie di un cambiamento culturale, prima ancora che tecnico operativo, sono passata dalla formazione sistemico relazionale, a quella gruppo analitica, imparando a leggere prima per me le difficoltà di un sistema e quelle dei gruppi all'interno delle istituzioni. A volte mi è servito ad alleviare il malessere, a volte quello che stavo vivendo era troppo doloroso. Vedi Loredana mai un rapporto con un paziente o con gruppi di pazienti è stato doloroso come fare i conti con l'istituzione. I sistemi malati non accettano il nuovo che viene vissuto come una minaccia, come materiale da espellere e non come cibo per alimentarsi e vivere. So per mestiere che i cambiamenti sono difficili, che quanto più è strutturata la patologia tanto è più difficile modificarla ma il mio mestiere mi piace e ho imparato che anche i piccoli cambiamenti contribuiscono a migliorare la qualità del mio lavoro molto più che le fughe nell'isolamento. Ho imparato nel tempo a difendermi dal dolore che procura il rapporto con l'istituzione, come un figlio impara a difendersi da un genitore che non lo riconosce e non lo aiuta a crescere. E allora tu mi chiedi di scrivere. Mi dispiace, ora che ci penso, non aver scritto tutte le storie che ho letto nella vita delle persone che ho incontrato negli ultimi trenta anni del mio lavoro, non ne ha avuto tempo, le attività di cura non lasciano molto tempo per la scrittura. Spesso bisogna scegliere tra scrivere o fare interventi. Ancora di più mi dispiace non aver scritto del mio rapporto con l'istituzione, poi, penso che ce l'ho ben chiaro nella mente, forse ho perso le emozioni che nel tempo ho vissuto rispetto alle diverse situazioni.

Non so quante censure ho dovuto operare per non soccombere, se mi fermo è possibile che le recupero. Ma sento che per ora non mi voglio fermare. Dicevo, scrivere è un lusso che non sempre ci possiamo permettere. Scrivere a casa nel tempo libero? Tu lo sai come lo sappiamo tutte le donne che lavorano che il ritorno a casa è l'avvio di altro lavoro... di cura... ancora una volta... altrettanto affascinante... fatto di bellissime scoperte con figli piccoli... figli adolescenti.. genitori che invecchiano... di organizzazione di un'altra istituzione chiamata famiglia. E allora, ieri ho letto ancora il tuo invito, la tua mail, e oggi è domenica e mi è venuta voglia di risponderti e scrivere. Grazie. Scrivere per raccontare, scrivere per riflettere, scrivere per denunciare, scrivere per apparire, scrivere per testimoniare, scrivere, scrivere su una cartella clinica, scrivere per il tribunale, scrivere per chiedere, per valutare per comunicare. Scrivere per scrivere. Scrivere per progettare. Scrivere è un lusso. Scrivere nel servizio, tra un paziente e l'altro? L'ho già detto non mi rimane molto tempo, eppure quante storie mi scorrono davanti quante potrei fissarne sulle pagine. Le ho lasciate andare senza scrivere Leggere le loro storie. Scrivere insieme di seduta in seduta, qualche volta l'ho fatto per restituirle ai legittimi proprietari forse un giorno lo farò anche per me o forse no . Non lo so ho forse ancora un po' di tempo per pensarci. Un affettuoso saluto.

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