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Alberto Schon, Vuol dire Dal diario di uno psicoanalista, Bollati Boringhieri 1997

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[Uno psicoanalista parla di alcuni pazienti, della relazione costruita con loro, dei momenti felici e difficili-traumatici vissuti, del proprio lavoro e un po’ anche di sé. L’immagine distante e inquietante dello strizzacervelli evapora e al suo posto si intravede un uomo che sa stare tra gli altri, con gli altri, che non ha bisogno di sentirsi al di sopra di loro.] 

Alberto Schon, padovano, medico, neurologo, psicoanalista, membro della SPI (Società Psicoanalitica Italiana), ha sessantatré anni quando viene pubblicato questo suo scritto, una sorta diario in cui soprattutto presenta, con mano leggera, in forma di schizzi, alcuni dei pazienti incontrati o dei quali ha sentito a sua volta narrare. Racconta, in tanti momenti sempre con misurato humour, della relazione che si è costituita con loro, ma anche dei rapporti con alcuni colleghi, e, inevitabilmente, qualcosa di sé. Non è usuale che uno psicoanalista parli in prima persona. Immagino che le ragioni siano varie. Una, ad esempio, è il patto che costruisce con il paziente (riservatezza reciproca), altre fondano l’esercizio professionale (la non conoscenza del terapeuta da parte del paziente è una condizione auspicabile per la cura, poi c’è il patto, magari implicito, non detto, con la comunità scientifica di cui si è parte che presuppone anch’esso che certe cose non è bene metterle in piazza ma metabolizzarle al proprio interno). Nonostante ciò Alberto Schon ha sentito l’esigenza di dare alle stampe queste sue narrazioni. Era, dice, un suo bisogno, e ha pensato che probabilmente non potesse venire male a nessuno realizzarlo (sarà stato sicuramente accorto nel cambiare le cose quel tanto per evitare i riconoscimenti e non stravolgere i fatti e i vissuti ad essi connessi). Non posso parlare ovviamente per altri ma posso dire che a me non n'è venuto e che ho anzi apprezzato molto non solo il suo delicato humour ma anche il suo rispetto per i pazienti e per i colleghi, la sua sincerità, la sua onestà nel raccontare anche le difficoltà incontrate e non sempre superate, nonché gli errori dolorosi a volte commessi. Non rimane che auspicarsi che anche altri psi-operatori inizino a fare altrettanto e ringraziarlo per questo suo primo passo intrapreso. (G.M.)

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