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Luciano Musmeci, L'ultima età Diario di un medico, 1974 (2° ed. 1977) Feltrinelli

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Luciano Musmeci, primario geriatra alla fine della propria carriera, racconta in questa sorta di diario - con un sottofondo costante di amarezza e sgomento che si alterna a volte a qualche momento di ironia (anche rattristata e rassegnata) e di sarcasmo – il suo lungo impegno per far emergere nella società civile la consapevolezza della condizione spesso drammatica ed emarginante in cui vivono gli anziani, per dare loro una cura il più possibile adeguata, per far sì che non ci si limiti solo, spesso troppo tardi, alla cura ma si sviluppi la consapevolezza della necessità di una azione preventiva. Sono anni, quelli in cui scrive, dove ancora la consapevolezza di tutto ciò è ben lontana da venire, anni in cui da più parti si lotta per riconoscere i diritti violati di tante persone (vedi ad esempio quelli di coloro che vengono definiti malati mentali) segregate ed emarginate, anni in cui le strutture sanitarie si dibattono in mille difficoltà (spazi inadatti, edilizia inadeguata-decadente, servizi mancanti, carenze di personale,  ecc…), anni in cui spesso l’assistito anziano (soprattutto se povero e malato) viene sballottato da un luogo all’altro e abbandonato a se stesso. Il racconto alterna con mano rapida, il più delle volte in forma di schizzo, riflessioni sulla geriatria, annotazioni di carattere scientifico e sulla condizione dell’assistenza, microracconti sul suo impegno in ambito pubblico, conversazioni con colleghi, scene di vita privata e di vita ospedaliera (e qui ogni tanto emerge improvvisamente un anziano ammalato, la sua storia e il suo dramma), frammenti autobiografici, disagi personali, la fatica di un lavoro spesso ingrato e duro. L’epilogo del diario è il racconto del suo ricovero (assai prematuramente in pensione per motivi di salute) in una divisione geriatrica, con la solitudine e lo sgomento che circolano qui nell’aria, che si respirano come un veleno, e che, nonostante tutta la sua vita dedicata a contrastarli, non riesce ancora ad arginare. (G.M.)

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