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Tullio De Mauro (a cura di Francesco Erbani), La cultura degli italiani, Laterza 2010

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[Una lunga intervista ad un insigne linguista ma anche ad un persona impegnata in ambito civile e politico ci conduce a riflettere su cosa sia, possa essere, la vita culturale, su quanto ognuno sia, lo voglia o no, intimamente connesso ad essa.]

Con un aggiornamento (cinque anni dopo la prima edizione) viene pubblicata nuovamente quest'anno questa lunga intervista che Francesco Erbani (giornalista che lavora nella redazione culturale di Repubblica) ha fatto a Tullio De Mauro, insigne studioso del linguaggio ma anche persona impegnata in ambito civile, culturale, politico (è stato anche per un periodo Ministro dell'Istruzione). Intrecciando la narrazione della propria vita personale con quella della storia italiana soprattutto degli ultimi cinquant'anni De Mauro offre un'importante occasione al lettore per prendere contatto – in una prospettiva ampia, aperta, articolata, non elitaria – con la nostra vita culturale. Dal racconto e dalle riflessioni emerge purtroppo una rappresentazione non certo rosea della situazione che abbiamo vissuto e che ancora viviamo. Se solo una vita culturale vivace, attiva (non maniacale e iperspettacolarizzata però), che chiama in gioco, pur nelle differenziazioni, tutti i cittadini di una nazione alla costruzione della vita collettiva è la condizione primaria per garantire una vera vita democratica, non c'è proprio da stare per nulla allegri. Parti consistenti della popolazione che si trovano sempre più deprivate di possibilità di leggere capire esprimere ciò che avviene attorno a loro e nel loro paese, una classe politica per la gran parte miope di fronte a certi problemi e/o arroccata in una arrogante e perverso senso di superiorità di fronte ai cittadini che dovrebbe governate, cittadini attivi e volenterosi (per fortuna ancora, nonostante tutto, molti) spesso lasciati soli a combattere, tra indifferenza e ostracismi, per una migliore vita collettiva. Questo ad altro (molti dati circostanziati, una rigorosa documentazione) emerge da questo racconto. Ma se la situazione non è delle migliori mai l'autore si lascia andare al pessimismo, alla disperazione. Su questo piano, su cosa sia possibile e bene fare, è soprattutto il racconto della sua vita, senza moralismi, senza prediche di sorta, che parla. Ancora una volta è la narrazione, l'esperienza del fare che entrano in gioco. Di questo va dato merito anche a Francesco Erbani, al modo con cui ha saputo portare avanti l'intervista. Un'altra ragione questa che mi ha spinto a decidere di segnalare questo lavoro. (G.M.)

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