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Sergio Benvenuto, Dicerie e pettegolezzi Perché crediamo in quello che ci raccontano, 2000 Il Mulino

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[Dicerie e pettegolezzi a confronto con una chiave di lettura psicoanalitica.]

Voci, pettegolezzi, dicerie, leggende metropolitane, anche di questo è composta la nostra vita sociale, organizzativa. Arrivano e vanno, poi magari, leggermente modificate, ritornano. Non sembra verosimile immaginare che nelle nostre società (iperindustrializzate, postmoderne, postmateriali, dell’informazione, affluenti, ecc… a seconda di come le si voglia definire) il fenomeno sia destinato a diminuire, a scomparire. Anzi, con lo sviluppo delle reti informatiche e di società cosiddette democratiche sembra proprio che avvenga il contrario. Ciò che circola, in termini di informazioni e saperi, sembra sempre più (anche per la sua massa e velocità) qualcosa di cui non è facile valutare l’attendibilità, qualcosa che spesso non può essere valutato in termini di realtà effettiva. L’autorevolezza delle fonti e la possibilità della verifica effettuale sono sempre più compromesse. Il problema quindi affrontato dall’autore sembra destinato a dover assumere sempre più l’interesse degli studiosi. Sia come sia il saggio di Sergio Benvenuto ci aiuta a capire perché e come possono nascere questi fenomeni. L’ipotesi di lettura che l’autore propone è fondamentalmente quella psicoanalitica. La diceria – ci dice in sintesi nella introduzione – permette “di far emergere qualcosa di socialmente rimosso, qualcosa che non ha posto (almeno per il momento) nel discorso pubblico, rispettabile, ufficiale, serio, autorevole, dignitoso. Le dicerie sono spesso denotate dalle lingue come qualcosa di bestiale, di degradante […] Le lingue si fanno carico  di una condanna morale della diceria - eppure molte dicerie dicono anche la verità, svolgono la funzione di informare la gente su cose che altri vorrebbero tenere segrete. […] ciò che la diceria si incarica di esprimere [è] un lato sinistro, oscuro, impresentabile, dei desideri e delle credenze della gente. […] La diceria ci dice alla luce del sole, anche se in forma spesso indiretta e obliqua, quello che la gente non può dire né sa dire, ma che la motiva, la turba e la sprona.” (p.12)
In sintesi la dinamica della diceria è per l’autore la seguente:
“- il successo della diceria (che permette quindi al ricercatore di venire a contatto con essa) testimonia del fatto che un certo numero di persone desiderano che certi fatti accadono nella realtà;
- ma allo stesso tempo occorre che questo desiderio che quei fatti accadano non venga riconosciuto come tale, o che almeno questo desiderio non risulti evidente; […]
- siccome condizione della diceria è che il desiderio che certi fatti accadano non venga riconosciuto o ammesso, è proprio un desiderio non riconosciuto o non ammesso il motore della diceria. In particolare, vanno a produrre dicerie quei desideri che non ammetteremmo mai che diventino realtà.” (pp.12-13)
Con ricchezza di particolari, di esempi, di riferimenti, nel confronto continuo con le teorie psico-sociologiche più interessanti elaborate per spiegare il fenomeno Benvenuto sviluppa l’indagine per esplorare la validità di questa sua ipotesi interpretativa. Da questo suo tentativo nasce un saggio di estremo interesse e di piacevole e appassionante lettura. (G.M)

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