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Luigi Zoja, La morte del prossimo, 2009 Einaudi

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[La morte possibile e in atto del prossimo… Facile non vederla-riconoscerla ormai più chiaramente, difficile invece non viverla e non sentirla. Fa bene quindi Luigi Zoja a mettere a fuoco il problema in questo saggio permettendoci di ritornare a vedere ciò che forse ci eravamo stancati di guardare.]

Dopo la morte di Dio annunciata da Nietzsche alla fine dell’Ottocento Luigi Zoja, autorevole psicoanalista junghiano, ci annuncia in questo agile, denso, pulsante, misurato saggio, ciò che tutti possiamo vedere e sentire ogni giorno e da tempo se solo ci fermiamo un attimo a riflettere: la possibile e già in atto morte del prossimo. Ce l’annuncia e ci mostra anche non pochi processi e segnali che evidenziano questa drammatica situazione che ci rende tutti orfani come non lo siamo mai stati. Ciò che abbiamo vissuto e stiamo vivendo negli ultimi decenni e una vera e propria trasmutazione globale di tutta la nostra vita, una trasmutazione non solo economica, ma anche, e non secondariamente, sociale, culturale, relazionale, intima, morale, esistenziale. Un altro modo per leggerla questa di Zoja, che può ben integrarsi con altre già presenti e diffuse. Non aggiungo altro. Senza la pretesa di riassumere nulla riporto solo alcuni brani del testo. (G.M.)

“Per millenni, un doppio comandamento ha retto la morale ebraico-cristiana: ama Dio e ama il prossimo tuo come te stesso.
Alla fine dell’Ottocento, Nietzsche ha annunciato: Dio è morto.
Passato anche il Novecento, non è tempo di dire quel che tutti vediamo? E’ morto anche il prossimo.” (p.3)
“Col XXI secolo la lontananza e i rapporti mediati dalla tecnica prendono il sopravvento: così la ricerca di intimità si riaffaccia in forme contorte. Il bisogno di vicinanza, represso, si traveste di sessualità, o di altri impulsi formalmente repressi.” (p.5)
“Dopo la morte di Dio, la morte del prossimo è la scomparsa della seconda relazione fondamentale dell’uomo. L’uomo cade in una fondamentale solitudine. E’ un orfano senza precedenti nella storia.” (p.13)
“La tecnica e l’economia perfezionano il prodotto, ma i loro procedimenti separano gli uomini contribuendo all’isolamento e alla privazione sensoriale.” (p.22)
“[…] dell’alienazione si parla meno perché è ovunque. Non è più solo nella struttura produttiva, ma in quella della società, dove nessuno è più prossimo.  […] L’alienazione dagli altri e dalle cose avanzano di pari passo e si alimentano circolarmente.” (p. 24)
“Anche l’imprenditore è alienato. E più non sente amore per l’oggetto prodotto perché la sua vera attività non è più produzione di oggetti.” (p. 26)
“La grande novità non è la virata da una economia di prodotti reali a una finanziaria, ma quella da un imprenditore affezionato al prodotto a uno alienato.” (pp.26-27)
“[…] l’imprenditore, sempre più lontano dagli uomini perché sempre più occupato da contratti e battaglie legali [non] rischia di perdere qualità psicologiche come umanità ed empatia?” (p.27)
“L’accelerazione imposta alla società dalla rivoluzione informatica e dalla competizione del mercato ha eliminato persone dotate di fedeltà, cautele e scrupoli, favorendo l’emergere di tipi intuitivi, cinici, opportunisti.” (p.29)
“L’enorme progresso dei mezzi di riproduzione e di comunicazione abitua a una distanza affettiva tra osservatore e osservato: alimenta costantemente gli occhi con immagini perfette di persone con le quali non si ha niente in comune. “ (p.36)
“[…] gli uomini che competono hanno più difficoltà ad essere prossimi.” (p.53)
“[…] a causa della sovrappopolazione e della complessità della vita metropolitana, il bisogno di distanza si è imposto nella vita di ogni giorno.” (p.54)
“[…] nella maggior parte dei casi, il ‘prossimo’ mediato dalla tecnica smette presto di consegnarci sfumature umane, e quindi di emozionare.” (p. 61)
“Man mano che il mondo si modernizza, il vero prossimo, il vicino che puoi toccare, è fonte di solidarietà sempre più problematica. (p.87)
“Con il nuovo millennio, all’interno dell’Occidente l’Europa riesce a rallentare le commercializzazioni e l’individualismo degli Stati Uniti, non a evitare o proporre alternative. Dopo la Chiesa, si svuota la società civile. Come è successo ai gruppi di base americani, in Europa deperiscono rapidamente i sindacati e i partiti nati dalle ideologie. Lo svuotamento della chiese è l’aspetto fisico della morte metafisica di Dio. Lo svuotamento delle associazioni civili lo è della morte del prossimo.” (p.100)
“Con la rapida scomparsa della piazza e dei luoghi di incontro spontanei, il blog ha offerto l’alternativa di un incontro virtuale. Da esso, rovesciando per la prima volta la marcia della solitudine, si sono formati di nuovo raduni di persone in carne ed ossa. Potranno crescere fino a essere qualcosa di più di minoranza critica?” (p.125)
“[…] la tecnologia, che ha molto contribuito alla disumanizzazione dei rapporti, può riavvicinare un prossimo lontano?” (p.126)
“La globalizzazione è ben lontana dall’essere solo un evento economico. E’ uno sconvolgimento morale. Ogni giorno ci sta sotto gli occhi una tragedia del mondo, su cui fino a poco fa saremmo stati informati sì e no ogni decennio: la fame, il ritorno di malattie devastanti, i drammi climatici, le stragi dimenticate. Ciò che merita la nostra compassione, e richiederebbe il nostro amore, è sempre più evidente, ma anche sempre più lontano, sempre più astratto: manca di profondità come gli schermi che ce lo comunicano. La globalizzazione dell’amore potrebbe essere una nuova, esaltante conquista, ma è, al tempo stesso, profondamente innaturale. Vedendolo soprattutto per televisione, noi tutti soffriamo di una tragica privazione sensoriale del prossimo. Quell’arricchimento che l’informazione ci consegna, essendo inflazionato e astratto, contribuisce anche alla scomparsa di solidarietà che vorremmo combattere.” (p.127)
“In qualunque luogo, in qualunque epoca, la distanza è sempre stata un ostacolo all’amore: perché la nostra dovrebbe essere diversa? Si può davvero amare o solo conoscere quel che è lontano? E la sola conoscenza mi permette, almeno, di essere giusto? Non c’è ancora niente che lo dimostri.” (pp.127-128)

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