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Nassim Nicholas Taleb, Il cigno nero Come l’improbabile governa la nostra vita, 2007, 2008 il Saggiatore

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Tante cose ci spingono ad eliminare l'improbabile dalle nostre vite, a leggere in forma deformata e falsa le nostre esperienze e la cosiddetta realtà. L'impegnativo saggio di Nassim Nicholas Taleb è un'occasione per interrogarci su tutto questo.

Il Cigno nero [è scritto all’interno di copertina nella presentazione del libro] è un evento altamente improbabile con tre caratteristiche fondamentali. Primo: è isolato e imprevedibile. Secondo: ha un impatto enorme. Terzo: la nostra natura ci spinge ad architettare a posteriori giustificazioni della sua comparsa, per renderlo meno casuale di quanto non sia in realtà. Il successo di Google è un Cigno nero, l’ascesa di Hitler e l’11 settembre sono Cigni neri. E lo sono anche la nascita delle religioni, le guerre o i crolli delle borse, e alcuni avvenimenti che scandiscono la nostra esistenza: l’amore è un Cigno nero”.
Nassim Nicholas Taleb, saggista, operatore di borsa, docente universitario, studioso dei processi (percettivi, sociali e cognitivi) di fortuna, incertezza, probabilità e conoscenza, indaga e mostra, da una prospettiva scettico-empirista, come tanto spesso siamo incapaci di prepararci ad affrontare tutto ciò, come il nostro modo di vivere e pensare sia fondato su una sorta di scotomizzazione di tale imprevidibilità. Più di quello che siamo disposti a credere invece l’improbabile governa sempre più, rispetto ad un tempo, le nostre vite. Accettare questo è più che faticoso, veramente difficile, quasi una sorta di violenza ad una predisposizione biologica che ci spinge sempre a trovare risposte e cause a ciò che avviene. In questo modo si costruiscono, individualmente e collettivamente, modi semplificanti schematici errati (autoingannevoli) di vedere-interpretare la realtà che ci mettono in balia completa di tale imprevedibilità. Senza fantasticare di governare completamente l’improbabile l’autore ci propone invece di provare a limitare i danni dell’autoinganno e dell’inganno sociale perpetrato, con più o meno consapevolezza da tanti, e grazie a tanti, impettitti, retorici, superpagati, arroganti esperti.

Alcuni brani:

“[…] il mondo è dominato da ciò che è estremo, sconosciuto e molto improbabile (secondo la nostra conoscenza attuale), mentre noi continuiamo a occuparci di aspetti secondari, a concentrarci su ciò che è conosciuto e ripetuto. Questo implica la necessità di utilizzare l’evento estremo come punto di partenza, non come un’eccezione da nascondere sotto il tappeto. […] nonostante il progresso e la crescita della nostra conoscenza, o forse a causa di tale progresso e di tale crescita, il futuro sarà sempre meno prevedibile, idea che la natura umana e le ‘scienze’ sociali sembrano contribuire a tenerci nascosta.” (p.21)
“Non solo sono convinto che alcuni risultati scientifici siano inutili nella vita reale, perché sottovalutano l’impatto dell’altamente improbabile (o ci portano ad ignorarlo), ma anche che molti di tali risultati possono addirittura generare Cigni neri.” (p. 40)
“…le nostre reazioni, il nostro modo di pensare, le nostre intuizioni dipendono dal contesto in cui viene presentata la questione, da quello che gli psicologi evoluzionisti chiamano ‘dominio’ dell’oggetto o dell’evento. L’aula è un dominio, la vita reale è un altro. Reagiamo a un’informazione non in base al suo valore logico, ma alla sua struttura che la circonda e al modo in cui si relaziona al nostro sistema socioemozionale. I problemi logici che vengono affrontati in un certo modo in aula possono essere trattati in modo diverso nella vita di tutti i giorni.
La conoscenza, anche quando è esatta, non porta sempre ad azioni adeguate perché se non facciamo attenzione tendiamo a dimenticare ciò che conosciamo oppure scordiamo come elaborarlo in modo corretto, anche se siamo esperti. E’ dimostrato che gli statistici tendono a lasciare il cervello in aula e a commettere errori deduttivi banalissimi quando escono di strada.” (p.73)
“A causa di un meccanismo mentale che definisco ‘empirismo ingenuo’, tendiamo per natura a cercare casi che confermino la nostra storia o la nostra visione del mondo, ed è sempre molto semplice trovarne.” (p.75)
“Possiamo avvicinarci alla verità attraverso casi negativi, non mediante una verifica. E’ fuorviante costruire una regola generale sulla base di fatti osservati. Contrariamente a quanto suggerisce il buon senso, il nostro corpus di conoscenze non aumenta grazie a una serie di osservazioni confermative.” (p.76)
“Popper introdusse il meccanismo delle congetture e delle confutazioni, che funziona nel modo seguente: si formula una congettura (ardita) e si inizia a cercare l’osservazione che può dimostrare la sua falsità. E’ un metodo alternativo alla nostra ricerca di casi confermativi.” (p.77)
“Gli scienziati cognitivi hanno studiato la nostra tendenza naturale a cercare solo conferme” (p.77)
“Una data regola può essere verificata direttamente, osservando i casi in cui funziona, o indirettamente, concentrandosi su quelli in cui non funziona. […] i casi che non forniscono una conferma sono molto più utili per stabilire la verità.” (p78)
“Una volta che abbiamo in testa una certa visione del mondo, siamo inclini a prendere in considerazione solo i casi che ci danno ragione.” (pp.78-79 nella nota)
“A quanto pare siamo dotati […] di specifici ed elaborati istinti induttivi che ci mostrano la strada. [la credenza non nasce solo dall’abitudine] siamo dotati di meccanismi mentali che, partendo dall’esperienza, ci portano a generalizzare in modo selettivo.” (p.80)
“Il nostro ambiente […] è un po’ più complesso di quanto noi (e le nostre istituzioni) crediamo. [chi può prevedere quanto un libro venderà], se un mercato non crollerà, che una guerra non scoppierà, che un progetto è senza speranze, che un paese è un ‘nostro alleato’, che un’azienda non fallirà, che un analista finanziario non è un ciarlatano o che un vicino non ci assalirà [?]” (p.81)
“Ci piacciono le storie, ci piace riassumere e ci piace semplificare, ossia ridurre le dimensioni delle questioni. [siamo vulnerabili all’eccesso di interpretazioni e predilegiamo le storie coerenti rispetto alle verità grezze] […] La fallacia narrativa sottolinea la nostra limitata capacità di osservare sequenze di fatti senza aggiungervi una spiegazione oppure, il che è lo stesso, senza imporre loro un collegamento logico, una freccia di relazione. Le spiegazioni tengono insieme i fatti, semplificano la loro memorizzazione, contribuiscono a renderli più sensati.” (p.83)
“La narratività deriva da un bisogno biologico radicato di ridurre la dimensionalità” (p.84)
“E’ molto faticoso osservare i fatti (e ricordarli) sospendendo il giudizio e resistendo a dare spiegazioni. La malattia della teorizzazione è di rado sotto controllo: è in parte anatomica, fa parte della nostra biologia, quindi combatterla significa combattere noi stessi. […] per il nostro cervello è impossibile osservare tutto in forma grezza, senza formulare interpretazioni.” (p.84)
[L’informazione è costosa da ottenere e da memorizzare] Più una serie di parole o simboli è ordinata, poco casuale, divisa in forme e ‘narratizzata’, più è facile memorizzarla o scriverla in un libro in modo che un giorno i vostri nipoti possono leggerla” (p.87)
“…siamo avidi di regole perché abbiamo bisogno di ridurre le dimensioni delle questioni in modo da farcele entrare in testa o meglio, purtroppo, da comprimercele in testa. Più le informazioni sono casuali e maggiore è la dimensionalità, più è difficile riassumerle.” (p.88)
“I romanzi, le storie, i miti e i racconti hanno tutti la stessa funzione: ci salvaguardano dalla complessità del mondo e ci proteggono dalla sua casualità.” (p.89)
“La nostre tendenze a percepire (ovvero a imporre) narratività e causalità sono sintomi della stessa malattia: la riduzione della dimensione.” (p.90)
“Esistono fin troppi modi di interpretare gli eventi passati a nostro vantaggio. Pensate al comportamento dei paranoidi. “(p.91)
“Possono esistere milioni di modi per spiegare una cosa, ma la vera spiegazione è una, anche se non è alla nostra portata.” (p.91)
“E’ possibile sfuggire alla fallacia narrativa. In che modo? Facendo congetture ed effettuando esperimenti.” (pp.90-91)
“Vogliamo che ci vengano raccontate delle storie, e non c’è niente di male in questo, tranne il fatto che dovremmo controllare meglio se queste storie comportano distorsioni rilevanti della realtà. […] La narrazione, così come il meccanismo che attribuisce rilevanza al fatto sensazionale, a essa associato, può confondere la nostra valutazione delle probabilità” (pp.94-95)
“Noi apprendiamo dalla ripetizione, a scapito degli eventi che non sono mai accaduti prima. Gli eventi che non sono ripetibili vengono ignorati prima che accadono e sopravvalutati dopo (per un po’ di tempo).” (p.97)
“Le informazioni statistiche astratte non ci interessano quanto gli aneddoti, indipendentemente dal nostro grado di sofisticazione. […] La statistica non suscita sentimenti. Il terrorismo uccide, ma ciò che uccide di più è l’ambiente, che è responsabile di quasi tredici milioni di morte all’anno.” (p.98)
“la narrazione può essere letale se utilizzata nei luoghi sbagliati” (p.99)
[Certi] ricercatori hanno diviso (a grandi linee) le attività umane in due modalità di pensiero che definiscono “Sistema 1” e “Sistema 2”, ossia quello sperimentale e quello riflessivo. La distinzione è semplice.
Il Sistema 1, quello sperimentale, non richiede alcun sforzo, è automatico, veloce, opaco (non siamo consapevoli di utilizzarlo), procede attraverso un’elaborazione parallela e può prestarsi all’errore. Corrisponde a ciò che chiamiamo ‘intuizione’ […] Il Sistema 1 è estremamente emozionale, proprio perché è veloce. Produce scorciatoie chiamate ‘euristiche’ che ci permettono di operare con rapidità ed efficacia. [c’è chi le definisce] ‘veloci e frugali’; altri preferiscono chiamarle ‘rapide e sporche’. Queste euristiche sono certamente utili, data la loro rapidità, ma a volte possono farci commettere errori gravi.[…]
Il Sistema 2, quello cognitivo, è ciò che normalmente chiamiamo ‘pensiero’. E’ […] ragionato, lento, logico, seriale, progressivo e consapevole (possiamo seguire i passaggi del ragionamento). Commette meno errori del sistema sperimentale: sapendo come si ottengono i risultati, si possono ripercorrere i passaggi e correggerli in modo adattivo.
La maggior parte dei nostri errori di ragionamento deriva da situazioni in cui utilizziamo il Sistema 1 credendo di usare il Sistema 2. Spesso reagiamo senza pensare e senza operare alcuna introspezione, e la proprietà principale del Sistema 1 è che viene usato inconsapevolmente. […] Le emozioni sono ritenute l’arma che il Sistema 1 utilizza per impartirci istruzioni e obbligarci ad agire velocemente. Tale sistema è molto più efficace nel farci evitare i rischi rispetto a quello riflessivo. […] reagisce spesso alla presenza del pericolo molto prima che il soggetto ne sia cosciente: si prova paura e si inizia a reagire alcuni millesecondi prima di capire che si ha davanti un serpente.
Molti problemi della natura umana sono imputabili alla nostra incapacità di utilizzare con una certa frequenza il Sitema 2 o di utilizzarlo in modo prolungato senza doverci prendere una lunga vacanza al mare. E spesso ci dimentichiamo del tutto di utilizzarlo.” (pp. 100-101)
“…la nostra incomprensione del Cigno nero può essere in buona parte attribuita all’uso del Sistema 1, ossia delle narrazioni e del sensazionale (e dell’emozionale), che ci obbliga a utilizzare una mappa sbagliata della probabilità degli eventi. Su un piano quotidiano non riusciamo a comprendere che capiamo come stanno le cose meno di quanto ci consentirebbe un’osservazione spassionata dell’esperienza. Inoltre tendiamo a dimenticare la nozione di Cigno nero subito dopo che ne è avvenuto uno (sono troppo astratti per noi) e focalizziamo la nostra attenzione sugli eventi precisi e vividi che ci vengono in mente con facilità. Ci preoccupiamo sì dei Cigni neri, ma di quelli sbagliati.
“Per evitare i danni della fallacia narrativa è necessario preferire la sperimentazione alla narrazione, l’esperienza alla storia, la conoscenza oggettiva alle teorie. […] Essere empirici non vuol dire avere un laboratorio in cantina: si tratta solo di una forma mentis che predilige un certo tipo di conoscenza rispetto ad altri. Non vieto a me stesso di usare il termine ‘causa’, ma le cause di cui parlo sono speculazioni audaci (presentate come tali) o il risultato di esperimenti, non di storie.
Un altro approccio consiste nel prevedere e tenere un registro delle previsioni. Infine, anche la narrazione può essere utilizzata, ma per una buona azione. Solo un diamante può tagliare un altro diamante. Possiamo utilizzare il potere di convincimento delle storie per trasmettere il messaggio giusto, come fanno i narratori.” (p.102)
“Il mondo è cambiato troppo in fretta per il nostro corredo genetico. Siamo alienati dal nostro stesso ambiente.” (p.103)
“Il nostro apparato emozionale è progettato per la causalità lineare. Per esempio, se studiate tutti i giorni, vi aspettate di apprendere in proporzione ai vostri studi. Se vi sembra di non progredire, le vostre emozioni vi faranno sentire demoralizzati. Ma la realtà moderna ci offre di rado il privilegio di un avanzamento soddisfacente, lineare e positivo: potreste ragionare su un problema per un anno senza che accada niente, poi – a meno che, scoraggiati dalla mancanza di risultati, non abbandoniate l’impresa – di botto potreste trovare la soluzione.” (p.105)
“[…] il mondo è più non lineare di quanto crediamo, e di quanto gli scienziati vorrebbero credere.
Con le linearità, le relazioni tra le variabili sono chiare, nette e costanti, quindi platonicamente semplici da esprimere con una frase sola […] le relazioni non lineari sono onnipresenti nella vita. In effetti, quelle lineari sono una eccezione; le utilizziamo solo in aula e nei libri di testo perché sono più semplici da capire.” (p.106)
“Preferiamo il sensazionale e l’estremamente visibile, e questo influisce sul modo in cui giudichiamo gli eroi. C’è poco spazio nella nostra coscienza per gli eroi che non danno risultati visibili, o per quelli che si concentrano più sul processo che sui risultati. […]
La maggior parte delle persone impegnate in ricerche che definisco ‘concentrate’ passa gran parte del suo tempo ad aspettare il grande giorno, che (di solito) non arriva mai.  (p.107)
“Un’altra fallacia della nostra comprensione degli eventi è rappresentata dalle prove silenziose. La storia ci tiene nascosti i Cigni neri e la sua capacita di generarli. […] Quando si improvvisano teorie storiche è facile evitare di guardare il cimitero. Ma il problema non riguarda solo la storia, bensì il modo in cui costruiamo i campioni e raccogliamo le prove in ogni campo. Chiameremo questa distorsione, ossia la differenza tra ciò che si vede e ciò che esiste, ‘bias’. Con tale termine intendo un errore sistematico che mostra costantemente un effetto positivo, o negativo, rispetto al fenomeno. […] le prove silenziose sono ciò che gli eventi utilizzano per nascondere la loro causalità, in particolare il tipo di casualità del tipo Cigno nero. […] La tendenza a trascurare le prove silenziose è endemica del modo in cui studiamo il talento comparativo, in particolare nei campi in cui il vincitore prende tutto.  Ci può anche piacere ciò che vediamo, ma non dobbiamo dare un peso eccessivo alle storie di successo perché non vediamo il quadro completo. […] per capire i successi e le loro cause è necessario studiare le peculiarità dei fallimenti. […]
Molti studi condotti sui milionari, al fine di individuare le competenze necessarie per avere successo, seguono questa metodologia: prendono una popolazione di persone di successo, con i titoli e lavori importanti, e studiano le loro qualità; cercano ciò che questi pezzi grossi hanno in comune (coraggio, capacità di correre rischi, ottimismo e così via) e deducono che tali caratteristiche, soprattutto la capacità di correre rischi, aiutano ad avere successo. Probabilmente vi fareste la stessa opinione leggendo le autobiografie degli amministratori delegati, scritte da altri ma firmate dagli interessati, o assistendo alle loro presentazioni davanti a servili studenti di gestione d’impresa. Adesso diamo una guardata al cimitero. […]
La parte riservata ai falliti sarà piena di persone che condividono le stesse caratteristiche della popolazione dei milionari: coraggio, capacità di correre rischi, ottimismo… Potrebbero esserci alcune differenze nelle competenze, ma ciò che in realtà distingue i due gruppi è solo un fattore: la fortuna.
[…Altro esempio] Il crimine paga? I giornali raccontano di criminali catturati, ma nel New York Times non c’è una sezione dedicata alle storie di coloro che commettono crimini e non vengono acciuffati. Lo stesso vale per l’evasione fiscale, le tangenti a funzionari pubblici, i giri di prostituzione, l’avvelenamento di consorti danarosi (con sostanze che non hanno nome e non possono essere rivelate) e il traffico di droga.
Inoltre la nostra idea dei criminali standard potrebbe essere basata sulle caratteristiche di quelli meno intelligenti che sono stati presi.
Una volta che ci si immerge nel concetto di prove silenziose, iniziano ad apparire molte cose che in precedenza erano nascoste.” (pp.117-125)
“[…] vediamo quello che fanno i governi, quindi possiamo celebrare le loro lodi, ma non vediamo l’alternativa; eppure essa esiste, è solo meno ovvia e visibile.
Ripensate alla fallacia della conferma: i governi sono bravissimi a raccontare ciò che hanno fatto, ma non ciò che non hanno fatto. Si dedicano a una sorta di falsa ‘filantropia’, un’attività in cui si aiuta il prossimo in modo visibile e sensazionale senza prendere in considerazione il cimitero delle conseguenze invisibili. […] Se le conseguenze positive e negative di un’azione ricadessero su chi le compie, apprenderemmo in modo più rapido. Invece spesso le conseguenze positive, essendo visibili, portano beneficio solo a chi compie l’azione, mentre quelle negative, essendo invisibili, ricadono sugli altri con un rilevante costo per la società. Pensate alle leggi per la protezione di posti di lavoro: se osservate coloro a cui viene assicurato il posto di lavoro attribuite un effetto sociale benefico a tali leggi, ma in tal modo trascurate l’effetto che hanno su coloro che, a causa delle stesse leggi, non riescono a trovare un lavoro poiché l’offerta si riduce. [Altro esempio…] R. Nader è il cittadino americano che ha salvato più vite rendendo pubblici i dati sulla sicurezza delle case automobilistiche. Ma nella sua campagna politica di qualche anno fa anche lui dimenticò di vantare le decine di migliaia di vite salvate dalle sue leggi sulle cinture di sicurezza. E’ più facile dire ‘guardate che cosa ho fatto per voi’ che non ‘guardate cosa vi ho evitato’” (pp. 127-128)
“Più siamo estranei al Cigno nero generato dal caso, più crediamo nell’ottimo funzionamento dell’evoluzione. Nelle nostre teorie mancano le prove silenziose. L’evoluzione consiste in una serie di casi fortuiti, alcuni positivi e molti negativi, ma noi vediamo solo quelli positivi. […] La tendenza a correre rischi ha spinto molte specie verso l’estinzione.
L’idea che siamo arrivati fin qui, che questo è il migliore dei mondi possibili e che l’evoluzione abbia fatto un ottimo lavoro appare falsa alla luce dell’effetto delle prove silenziose. Spesso, tuttavia, nel breve periodo a vincere sono gli sciocchi […] e coloro che corrono i rischi sconsiderati” (pp.131-132)
“[Occorre] non calcolare le probabilità dal punto di vista del giocatore che vince […] ma da quello di tutti coloro che facevano parte della coorte” (p.134)
“[…] siamo animali caratterizzati dalla ricerca di una spiegazione, portati a pensare che tutto abbia una causa identificabile e a scegliere la più evidente come spiegazione. Eppure potrebbe non esserci un ‘perché’ visibile. Anzi, di solito non c’è niente, neanche una gamma di spiegazioni possibili” (p.135)
“[…] il caso è ciò che non conosciamo; invocare il caso significa dichiarare la nostra ignoranza” (p.135)
“[…] non sto dicendo che le cause non esistono […] sto solo dicendo che non è così semplice [individuarle]” (p.136)
“La parte inconscia del nostro meccanismo inferenziale (che esiste) ignora il cimitero […] nutriamo un disprezzo naturale, fisico, per ciò che è astratto.” (p.136)
“Vi siete mai chiesti perché tanti studenti modello non arrivino da nessuna parte nella vita mentre alcuni che a scuola faticavano ora fanno soldi, comprano diamanti e la gente risponde alle loro chiamate, o addirittura prendono il premio nobel in una disciplina seria (esempio la medicina)? In parte può essere dovuto alla fortuna, ma la comprensione di ciò che succede nella vita reale potrebbe essere compromessa dalle conoscenze che si acquisiscono sui banchi, che a volte appaiono sterili e oscurantiste. (p.139)
“Coloro che passano troppo tempo con il naso immerso nelle mappe tendono a scambiare la mappa per il territorio.” (p.143)
“[…] Mentre nella vita in generale tendiamo a sottovalutare il ruolo della fortuna, nei giochi che hanno a che fare con la sorte tendiamo a sopravvalutarlo.” (p.144)
“[…] ci piacciono gli schemi conosciuti e la conoscenza organizzata, tanto da diventare ciechi alla realtà.” (p.146)
“Noi esseri umani amiamo il tangibile, la conferma, il palpabile, il reale, il visibile, il concreto, il conosciuto, il visto, il visuale, il sociale, il radicato, l’emotivamente carico, il saliente, lo stereotipato, il toccante, il teatrale, il romanzato, ciò che è di facciata, l’ufficiale. La verbosità che sembra erudizione (le stronzate), il pomposo economista gaussiano, le scemenze matematizzate, il fasto, l’Acadèmie francaise, la Havard Bisinness School, il premio nobel, i completi scuri con le camicie bianche e le cravatte di Ferragamo, il sermone toccante e il sensazionale. Ma soprattutto il narrato.
Purtroppo l’attuale versione della razza umana non comprende le questioni astratte perché le serve un contesto, e il caso e l’incertezza sono astrazioni. Rispettiamo ciò che è accaduto, ma ignoriamo ciò che sarebbe potuto accadere. In altre parole, per natura siamo poco profondi e superficiali, e non lo sappiamo.” (p.146)
“Se volete passare facilmente a una forma di vita superiore, che sia il più distante possibile da quella animale, vi consiglio di ‘denarrare’, ossia di spegnere il televisore, ridurre il tempo che dedicate alla lettura dei giornali e ignorare i blog. Addestrate le vostre capacità di ragionamento a controllare le vostre decisioni: in quelle importanti mettete da parte il Sistema 1 (quello euristico e sperimentale). Allenatevi a individuare la differenza tra il sensazionalismo e l’empirico. L’isolamento dalla tossicità del mondo vi porterà un beneficio ulteriore: il vostro benessere migliorerà. Inoltre tenete a mente quanto siamo poco profondi riguardo alla probabilità, la madre di tutte te azioni astratte. Per comprendere meglio le cose che vi circondano non è necessario fare molto altro. Ma soprattutto evitate di ‘scavare tunnel’. [inoltre] l’ultima cosa che bisogna fare quando si ha a che fare con l'incertezza è 'concentrarsi' (bisognerebbe dire alla incertezza di concentrarsi, non a noi). La ‘concentrazione’ ci rende creduloni e si traduce in problemi di previsione” (pp. 147-148)
[Come le tre tecnologie che hanno avuto recentemente maggiore impatto (computer, internet, laser) non erano state previste così è per tanti altri eventi sociali (esempio crollo del sistema sovietico, crisi finanziarie, l’11 settembre 2001) e nell’ambito della vita privata] [Nonostante ciò] siamo creduloni rispetto a coloro che ci aiutano a governare l’incertezza, che si tratti di indovini, accademici (noiosi) ‘con molte pubblicazioni’ o funzionari che utilizzano una matematica falsa.” (p.151)
“ ‘Il futuro non è più quello di una volta’ disse B. […] E sembra che abbia ragione: i miglioramenti della nostra capacità di modellare (e prevedere) il mondo sono ridotti dall’aumento della sua complessità, il che accresce notevolmente il ruolo dell’imprevedibile” (p.152)
“[…nonostante ciò] siamo arroganti riguardo a ciò che pensiamo di sapere. [e questo essere arroganti ha non poche implicazioni]” (p.154)
“E’ vero, la nostra conoscenza cresce, ma è minacciata da aumenti più cospicui di fiducia, che fanno sì che l’aumento di conoscenza corrisponda anche ad un aumento di confusione, ignoranza e presunzione.” (p.154)
“Siamo ventidue volte troppo sicuri di ciò che sappiamo? Sembra di sì.” (p.155)
“L’arroganza epistemica ha un doppio effetto: sopravvalutiamo quello che conosciamo e sottovalutiamo l’incertezza, comprimendo la gamma dei possibili stati incerti (ossia riducendo lo spazio di ciò che è sconosciuto).” (p.156)
[L’informazione che cresce sempre può diventare, diventa spesso un] ostacolo alla conoscenza. […] la conoscenza dei minimi dettagli del lavoro quotidiano può essere inutile, se non dannosa […] Più informazioni si danno, più le persone che le ricevono formulano ipotesi lungo il percorso e peggiori risultati ottengono […] coloro che tardano a formulare teorie ottengono risultati migliori. Se sviluppate le vostre opinioni partendo da prove deboli, avrete difficoltà a interpretare eventuali informazioni successive che contraddicono le opinioni che vi siete già formati […] Ricordate che trattiamo le idee come proprietà, quindi ci è difficile separarcene […] Ricordatevi che siamo influenzati dal sensazionale. Fa molto più male ascoltare le notizie alla radio a tutte le ore che leggere una rivista settimanale, perché un intervallo più lungo permette di filtrare le informazioni.” (pp.159-160)
[Esiste un arroganza epistemica mista a competenza e una a incompetenza] Ci sono ambiti in cui gli esperti tendono a non essere esperti): agenti di cambio, psicologi clinici, psichiatri, responsabili dell’ammissione nelle università, giudici, consiglieri, selezionatori del personale, analisti di intelligence […] economisti, addetti alle previsioni finanziarie, professori di finanza, studiosi di politica, ‘esperti di rischio’, funzionari della Banca dei regolamenti internazionali, nobili membri dell’Associazione internazionale degli ingegneri finanziari, consulenti finanziari. E’ semplice: le cose che si muovono, e quindi richiedono conoscenza, di solito non hanno esperti […] Le professioni che hanno a che fare con il futuro e basano i loro studi sul passato non ripetibile hanno il problema degli esperti [chi ha a che fare professionalmente con il futuro delle cose che si muovono non ha alcun valore aggiunto da dare agli altri] […] le cose che si muovono sono spesso inclini ai cigni neri.” (p.162)
“Il problema degli esperti è che non sanno ciò che ignorano” (p163)
“Tetlok ha studiato le attività di ‘esperti’ politici ed economici. Ha chiesto a vari specialisti di giudicare con quale probabilità alcuni eventi politici, economici e militari si sarebbero potuti verificare in uno specifico lasso di tempo (circa cinque anni). Coinvolgendo quasi trecento specialisti ottenne circa ventisettemila previsioni. Gli economisti rappresentavano circa un quarto del campione. Lo studio rilevò che i tassi di errore degli esperti erano molte volte superiori a quelli previsti e mise in luce il problema degli esperti: non c’erano differenze tra i risultati di laureati e dottorati; i professori con varie pubblicazioni non avevano alcun vantaggio rispetto ai giornalisti. L’unica regolarità che Tetlock scoprì fu l’effetto negativo che la reputazione ha sulla previsione: coloro che godevano di buona reputazione prevedevano peggio di chi non ne aveva affatto.” (p.166)
[Indagando poi sulla reazione a questi esiti emergeva che] nelle occasioni in cui avevano ragione attribuivano il merito alla loro profonda conoscenza ed esperienza; quando avevano torto, o era colpa della situazione usuale o, peggio, non ammettevano di aver torto e raccontavano storie. Era difficile per loro accettare che la loro conoscenza fosse limitata. Questo attributo è universale a tutte le attività: in noi c’è qualcosa che è progettato per proteggere la nostra autostima. Noi esseri umani […] attribuiamo i successi alle nostre capacità e i fallimenti a eventi esterni fuori dal nostro controllo, ossia al caso. Ci sentiamo responsabili del positivo, ma non del negativo.” (p.168)
“[… Tetlock scoprì] che molte star universitarie, i ‘collaboratori dei grandi giornali’, non sono migliori del lettore o del giornalista medio del New York Times nel rilevare i cambiamenti che li circondano.” (p.168)
“Noi essere umani non riusciamo a pianificare perché non comprendiamo il futuro, ma non è detto che questo sia un male. Possiamo continuare a pianificare tenendo a mente tali limiti. Ci vuole solo un po’ di fegato.” (p173)
“Storicamente i nostri errori previsionali sono stati enormi e non c’è ragione di credere che all’improvviso ci troviamo in una posizione più privilegiata per guardare al futuro rispetto a quella dei nostri ciechi predecessori. Le previsioni effettuate dai burocrati tendono a essere utilizzate per alleviare l’ansia piuttosto che per mettere in atto politiche adeguate.” (p.177)
“Si dice spesso che ‘il saggio è colui che vede arrivare le cose’. Forse il saggio è colui che sa di non poter vedere le cose molto distanti.” (p.177)
“Chiunque causa danni facendo previsioni dovrebbe essere trattato come uno stupido o un bugiardo, e alcuni esperti di previsioni causano alla società più danni dei criminali.” (p.178)
[La conoscenza ha dei limiti invalicabili – riferimento a Popper, du Bois-Reymond, Poincarè, Von Hayek] Conoscendo tutte le condizioni possibili di un sistema fisico, in teoria (ma non in pratica […]) si può prevedere il suo comportamento futuro. Tuttavia ciò si applica solo agli oggetti inanimati. […] E’ diverso prevedere il futuro quando sono coinvolti esseri umani considerati organismi viventi dotati di libero arbitrio. […] se credete nel libero arbitrio, non potete credere veramente nelle proiezioni riguardanti le scienze sociali e l’economia. E’ impossibile prevedere le azioni della gente, salvo che, naturalmente, ci sia un trucco, e questo trucco è la corda a cui è sospesa l’economia classica. Il trucco consiste nel supporre che in futuro gli individui siano razionali e quindi agiscano in maniera prevedibile. […] Quindi se [come è] le scelte e le decisioni delle persone sono incoerenti, il fondamento dell’ottimizzazione economica sparisce. Non è più possibile produrre una ‘teoria generale’, e senza tale teoria non si può prevedere.” (p.199)
[Se sono vere le idee sopra enunciate-argomentate perché allora si continua a pianificare? Una ipotesi: pianificare è parte del nostro equipaggiamento biologico. Perché si da retta agli esperti? Altra ipotesi: perché la società è basata sulla specializzazione, sulla divisione del lavoro]. (pp.2002-2003)
“Chi ha un basso grado di arroganza epistemica non è molto visibile, come le persone timide alle feste. Non siamo predisposti a rispettare le persone umili, coloro che cercano di sospendere il giudizio. Meditate sull’‘umiltà epistemica’. […] [una tale persona non necessariamente manca di fiducia in se stessa, semplicemente] diffida della propria conoscenza. [chiamo costui un epistemocratico]” (p.204)
“Tutti hanno una propria di utopia […] Per me l’utopia è l’epistemocrazia, una società in cui coloro che ricoprono una carica di rilievo sono epistemocratici eletti dal popolo. Si tratterebbe di una società governata partendo dal presupposto della consapevolezza dell’ignoranza, non della conoscenza.
Purtroppo non si può rivendicare l’autorità accettando la propria fallibilità. La gente ha bisogno di essere accecata dalla conoscenza, siamo fatti per seguire leader che riescono a raccogliere un seguito perché i vantaggi dello stare in gruppo superano gli svantaggi dello stare da soli. E’ stato più proficuo unirci e andare nella direzione sbagliata che stare da soli e andare nella direzione giusta. Coloro che hanno seguito l’idiota dogmatico, piuttosto che il saggio riflessivo, ci hanno passato alcuni dei loro geni. Risulta evidente osservando una patologia sociale: gli psicopatici raccolgono psicopatici. […]” (p.206)
“[…] nel meccanismo con cui la mente apprende dal passato c’è un elemento che ci fa credere nelle soluzioni definitive, eppure non prendiamo in considerazione che anche coloro che ci hanno preceduti pensavano di avere risposte definitive. Ridiamo degli altri e non capiamo che un giorno non molto lontano altre persone saranno altrettanto giustificate a ridere di noi.” (p.207)
“[…] non impariamo […] dalle esperienze passate. […] quando facciamo previsioni sui nostri affetti futuri [la previsione] è dettata da un blocco mentale e da alcune distorsioni.” (p.208)
“Il nostro problema è che non solo non conosciamo il futuro, ma non conosciamo neanche il passato” (p.209)
“La storia è utile per soddisfare la brama di conoscere il passato, e per la narrazione (certo), a patto che rimanga innocua. Bisogna imparare facendo molta attenzione. La storia non è certamente il luogo da teorizzare e da cui derivare una conoscenza generale, né è finalizzata ad aiutare in futuro senza alcuna precauzione. Dalla storia si può trovare una conferma negativa, che è inestimabile, ma a essa si accompagnano anche molte illusioni di conoscenza. […] Più cerchiamo di trasformare la storia in qualcosa di diverso da una enumerazione di resoconti da assaporare con un apporto minimo di teoria e più ci cacciamo nei guai” (pp.212-213)
“[E allora che fare?] [Alcuni consigli] Accettate il fatto che essere umani comporti una certa arroganza epistemica nel gestire i propri affari. Non vergognarsene. Non cercate di trattenere sempre il giudizio: le opinioni sono l’essenza della vita. non cercate di evitare di fare previsioni. Ebbene sì, dopo questa diatriba sulla previsione non vi sto esortando a smettere di essere stupidi. Ma siatelo nei luoghi giusti. [Un certo D.G. ha dimostrato che per natura non siamo scettici e che non credere richiede uno sforzo mentale]. Ciò che dovreste evitare è la dipendenza inutile da previsioni dannose su larga scala, solo da quelle. Evitate i grandi argomenti che possono danneggiare il vostro futuro: fatevi ingannare nelle questioni di minore importanza, non in quelle rilevanti. Non date retta agli esperti di previsioni che operano nel campo economico e delle scienze sociali (sono solo intrattenitori), ma fate la vostra previsione per la merenda all’aperto. Ricercate la certezza per la vostra prossima merenda all’aperto, ma evitate le previsioni governative sulla previdenza sociale nel 2040.
Imparate a classificare le credenze non in base alla loro plausibilità, ma in base ai danni che possono causare. […] Sapere di non potere fare previsioni non significa non poter trarre profitto dall’imprevedibilità. La conclusione è: siate preparati! […] Siate preparati a tutte le eventualità rilevanti.” (pp.215-216)
[Anche se è auspicabile è difficile procedete per prove ed errori. Accettare il procedimento per prove ed errori significa prevedere che una serie di fallimenti sono necessari nella vita] (pp.216-217)
[Poi occorre mettere in conto che esistono Cigni neri negativi ma anche Cigni neri positivi] Non abbiate una mente ristretta. Il grande Pasteur, che affermò che il caso favorisce coloro che sono preparati, capiva che non bisogna cercare quotidianamente qualcosa di particolare, ma è necessario lavorare sodo per lasciare che la contingenza entri nel vostro lavoro. Ha detto […] altro pensatore: ‘Bisogna fare molta attenzione se non si sa dove si sta andando, perché si potrebbe non arrivare’. Allo stesso modo, non cercate di prevedere i Cigni neri in modo preciso: un atteggiamento del genere tende a rendervi più vulnerabili a quelli che non avete previsti.” (p.220)
“[…] lasciate pure che i governi facciano le loro previsioni […] Ricordate che l’interesse dei funzionari statali è quello di sopravvivere e autoperpetuarsi, non di arrivare alla verità. [Ricordatevi che i dirigenti] ingannano il sistema mostrando buone prestazioni in modo da ottenere gratifiche annuali.” (p.221)
“Non sprecate tempo a lottare contro gli esperti di previsioni, gli analisti di mercato azionario, gli economisti e gli scienziati sociali, a meno che non vogliate farvi beffe di loro. […] E’ inutile lamentarsi dell’imprevedibilità: la gente continuerà a fare previsioni in modo sciocco, soprattutto se è pagata per farlo, e voi non potete mettere fine alle frodi istituzionalizzate.” (p.222)
“In conclusione [occorre accettare che] siamo guidati dalla storia ma crediamo di essere noi al posto di guida.” (p.223)
[Il mondo è ingiusto] “Più penso […] più mi accorgo che il mondo che esiste nella nostra mente è diverso da quello che c’è fuori. Ogni mattina il mondo mi sembra più casuale di quanto non fosse il giorno prima, e gli esseri umani sembrano lasciarsi prendere in giro da questo mondo ogni giorno di più. Sta diventando insopportabile. Trovo doloroso scrivere queste righe; trovo il mondo ripugnante. [Un fenomeno che si osserva sempre più è che il vincitore prende tutto e che un vantaggio iniziale possa seguire qualcuno per tutta la vita. ] E’ […] facile che il ricco diventi sempre più ricco, che il famoso sempre più famoso. [questo effetto si chiama ‘vantaggio cumulativo’] L’avvento dei media moderni ha accelerato i vantaggi cumulativi.” (pp. 229-232)
[Per la logica dell’attaccamento preferenziale sempre più diffusa] “Ciò che è grande diventa più grande e ciò che è piccolo rimane piccolo, o diventa relativamente più piccolo. [d’altra parte è anche vero che si verifica spesso che i giganti crollino e vengano, anche in poco tempo, soppiantati da piccoli che nascono improvvisamente e si espandono rapidissimamente] […] La fortuna [alla fin fine] è la grande livellatrice, perché quasi tutti possono trarne vantaggio. […] Tutto è transitorio. La fortuna ha fatto e disfatto Cartagine, ha fatto e disfatto Roma. Prima ho detto che la casualità è un male, ma non è sempre così. La fortuna è molto più egualitaria dell’intelligenza. Se le persone venissero ricompensate esclusivamente in base alle loro capacità, le cose sarebbero ancora più ingiuste: la gente non sceglie i propri talenti. Il caso ha l’effetto benefico di rimescolare le carte della società, mettendo al tappeto i potenti. ” (pp.223-235)
“Stiamo scivolando nel disordine, ma non necessariamente in un disordine cattivo. Questo significa che ci saranno periodi di calma e stabilità, e la maggior parte dei problemi sarà concentrata in una piccola quantità di Cigni neri.” (p.238)
“La giustizia non è solo una questione economica, e lo diventa sempre meno quando abbiamo soddisfatto i nostri bisogni primari. E’ la gerarchia sociale che conta.” (p.240)
“Mentre molti studiano la psicologia, la matematica o la teoria dell’evoluzione e cercano il modo di portarla in banca applicandone le idee agli affari, io suggerisco l’esatto contrario: studiare l’intensa, inesplorata, avvilente incertezza dei mercati per comprendere la natura della casualità che è applicabile alla psicologia, alla probabilità, alla matematica, alla teoria decisionale e perfino alla fisica statistica.“ (p.279)
“Ho scritto un libro intero sul Cigno nero. Non perché sia innamorato del Cigno nero: come umanista, lo detesto e detesto la maggior parte delle ingiustizie e dei danni che provoca. Per questo mi piacerebbe eliminare molti Cigni neri, o almeno mitigarne gli effetti e proteggermi da loro.” (p.282)
“Negli ultimi cinquant’anni, i dieci giorni più estremi dei mercati finanziari rappresentano metà degli utili. Dieci giorni in cinquant’anni. Il resto del tempo ci perdiamo in chiacchiere.” (p.285)
“Lo ripeto finché non mi andrà via la voce: è il contagio che determina il destino di una teoria nelle scienze sociali, non la sua validità” (p.287)
“L’empirismo scettico [si preoccupa] delle premesse più delle teorie, voglio fare il minimo affidamento alle teorie, voglio muovermi con agilità e ridurre le sorprese, voglio avere vagamente ragione piuttosto che avere precisamente torto. L’eleganza delle teorie è spesso indice di platonicità e debolezza: invita a cercare l’eleganza per il piacere dell’eleganza.” (p.293)
“[…] il mio pensiero è radicato nella credenza che non si possa passare dai libri ai problemi, bensì il contrario, cioè dai problemi ai libri. Un tale approccio vanifica gran parte della verbosità fabbrica carriere. Uno studioso non dovrebbe essere il modo in cui una biblioteca crea un’altra biblioteca” (p.299)
“Mi irrito spesso sentendo coloro che attaccano il vescovo ma in qualche modo si lasciano sedurre dall’analista finanziario, quelli che esercitano il proprio scetticismo nei confronti della religione ma non nei confronti degli economisti, degli scienziati sociali e degli statistici imbroglioni. [queste persone vi diranno che la religione è stata orribile per l’umanità ma] non vi dimostreranno quanta gente è stata uccisa dal nazionalismo, dalle scienze sociali e dalla teoria politica sotto lo stalinismo o durante la guerra del Vietnam. [… costoro non credono nella infallibilità papale ma nell’infallibilità del Nobel] (p.300)
“A volte mi stupisco di come la gente riesca a rovinarsi la giornata o ad arrabbiarsi davanti a un pranzo deludente, a un caffè freddo, a un rifiuto sociale o a un’accoglienza maleducata. […]
Immaginate un granello di polvere vicino a un pianeta miliardi di volte più grande della Terra. Il granello rappresenta la probabilità in favore della vostra nascita. […] Smettete di guardare in bocca a caval donato, ricordatevi che siete dei Cigni neri.” (pp. 305-306) (G.M)

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