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Laura Balbo, Il lavoro e la cura. Imparare a cambiare, 2008 Einaudi

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[Il lavorio in cui siamo costantemente e quotidianamente (forzatamente o meno) immersi, in sintesi la cura che la nostra vita continuamente richiede, presuppone la costruzione di una mente moderna, aperta ad un apprendimento continuo, ad un continuo confronto con se stessi, gli altri, la società e la storia in cui siamo inseriti. In questo suo scritto Laura Balbo ci invita ad accettare e ad intraprendere questa sfida.]

Laura Balbo, sociologa, insegna all’Università di Padova. E’ autrice di varie pubblicazioni sui temi della condizione della donna, sui tempi di vita, sulla vita quotidiana, sull’insegnamento, sullo stato sociale, sul razzismo. E’ stata ministro delle Pari opportunità. 

Non mi è facile presentare questo suo scritto. Forse anche perché, costruito come un patchwork, non si presta ad essere sintetizzato, forse per i tanti temi e problemi che vengono presentati-tratteggiati, tra loro inevitabilmente interconnessi, connessioni non sempre facili da intravedere. Un poco ci si perde in esso e forse richiede due letture. Ora mi accontento di una sola però.

L’intento dell’autrice è quello di provare a farci vivere “più consapevoli e vigili (un poco, almeno); e anche più curiosi” (p.3). Quel che ci propone è una serie di riflessioni sui temi-problemi del lavoro, del lavorare continuo che punteggia ormai la nostra vita (il lavorio, in vari punti lo chiama), della cura (che è il dover essere in una continua attività, in ambito lavorativo e non, altra voce, se capisco bene, del lavorio), dell’evolversi continuo e per vari versi frenetico della vita quotidiana, dell’essere spinti, che lo si voglia o no, a dover apprendere incessantemente, per tutta la vita. La vita quotidiana è in continuo cambiamento e nuovi modi del lavorare del prendersi cura e dell’apprendere si fanno ogni momento strada. Con quello che ogni giorno ci troviamo tra le mani – sostiene l’autrice – dobbiamo-possiamo provare a governare e comporre le nostre vite (come individui e seppur sempre precari e non facilmente definibili soggetti collettivi), senza pensare di farle stare forzatamente in più o meno flessibili programmazioni ma aprendosi ad un pensare più moderno, aperto, strategico, complesso. Intento dell’autrice è mostrarci anche in un abbozzo storico (dal secondo dopoguerra ad oggi) tutta questa trasformazione e soprattutto porci di fronte ai possibili compiti che ci attendono, se usciamo da certo pessimismo. “Molte e molti, oggi, –  è scritto in copertina in un tentativo di presentare il libro – si trovano a vivere e lavorare […] a ‘pezzi’, componendo il quadro della propria vita con ciò che si ha […] a disposizione. Dove i confini tra il lavoro e le attività del quotidiano, la gestione dei bisogni, in senso proprio la cura, si confondono. E anche questo libro - continua - ha un andamento spezzato.” Ma l’andamento spezzato del libro è anche l’andamento sempre più frammentato frenetico spezzato della condizione in cui viviamo e in questa sovrapposizione-interconnessione sta il suo interesse e certa fulmineità felice di alcune riflessioni e affermazioni. Selezionando qualche brano, anche rimescolandolo, cercherò di far emergere soprattutto la riflessione sul continuo processo di apprendimento che questa condizione richiede per essere, per quel che si può, governata.

Alcuni brani
“Nel descrivere le circostanze della modernità e come noi, attori sociali, le sperimentiamo, è prevalso negli ultimi anni un tono negativo.
La definizione di Ulrich Beck è ormai largamente condivisa: la nostra è la società del rischio. Zygmunt Bauman: viviamo nella ‘modernità liquida’. Le nostre sono ‘vite in frammenti’. Jane Jacobs annuncia ‘un’età buia’.
Al centro dell’attenzione i tanti aspetti minacciosi del futuro: sconvolgimenti nell’economia a livello mondiale, disastri ambientali, conflitti religiosi, guerre. E si insiste sui processi dell’’individualizzazione’: la tendenza per ciascuno ad auto-segregarsi, a chiudersi nel proprio io.
Molti sono disorientati, angosciati, incapaci di reggere questa esperienza. C’è il desiderio di mettere nelle mani di altri – gli esperti, gli specialisti, i dogmatici – non solo le scelte più importanti ma anche quelle quotidiane.
Si ritorna a valori del passato, si cercano sicurezze, si ricostruiscono appartenenze; si prendono le distanze da quelli che si definiscono come ‘gli altri’. Pratiche neo-comunitarie, manifestazioni di fondamentalismo.
Si richiede impegno in tante direzioni: impegno organizzativo, mentale, anche emotivo, una impietosa pressione a fare molte cose, e in fretta. Tempi frammentati, affannosi. Oggi, forse, non c’è tempo-per-sé.
A un certo punto ho incontrato il termine lavorio, così vicino al mio lavorare: ma evoca il ritmo disordinato, inconcludente, ansiogeno del nostro vivere.
E siamo immersi in flussi di comunicazione ininterrotti […]: un costante rumore di fondo. ‘Affollamento informativo’ è un’altra espressione che viene usata. Messaggini, conversazioni, giochi elettronici. I pendolari in treno, per tutto il tempo del viaggio concentrati sullo schermo del loro computer. Chiamate sui cellulari e le lunghe conversazioni di persone occupate in altre cose: a parcheggiare l’auto, a fare operazioni alla posta o in banca, in ufficio.
I giovani navigano su internet, si collegano, scaricano, trasmettono. Quasi impossibile distoglierli da questo. […In questa situazione] la prospettiva dell’imparare sembra non avere alcun senso. Può suonare ingenuo anche porla, l’idea – nella fase in cui viviamo – degli attori sociali come consapevoli del contesto in cui sono collocati, responsabili; in qualche misura, competenti.
Peggio: rischia di essere tassello dell’insopportabile retorica sulla società della conoscenza e sulla nostra modernità.
Ma che si continui a pensare in questo modo non mi va bene.
Ci sono vincoli e condizionamenti, certo, ma anche cambiamenti culturali profondi. E percorsi plurali, dinamici. Numeri altissimi di persone sono potenzialmente ‘esposte’ a occasioni di lifelong learning [apprendimento continuo, durante tutta la vita]; e numeri altissimi, tutti si può dire, hanno bisogno di un continuo apprendere.
Non mi va bene che non ci si soffermi a considerare la prospettiva dell’apprendere come un possibile percorso autonomo, problematico, portatore di capacità di critica e autocritica. Determinato, anche, da curiosità, voglia di capire. […]
Non so come definirlo, questo imparare, se non appunto come un lavorare, un lavorare insieme individuale e collettivo […] Così intendo il lifelong learning: mettersi in gioco, attivarsi e ‘imparare a imparare’.
Non è un accumulare gli elementi di un corpo di conoscenze consolidato secondo criteri prefissati. Comunque tramandare di generazione in generazione lo stock esistente dei saperi – come avveniva in qualche modo nel passato – per noi non funziona. Certo non basta.
E il nostro imparare non si colloca in un periodo particolare e limitato della nostra vita, non ha luogo in istituzioni specializzate, secondo una concezione della formazione e dei processi educativi in cui si ‘impara’ da giovani, e poi la cosa (privilegio, comunque, di pochi) si conclude. […] I propri dati di conoscenza, ha osservato Michael Callon, ‘si traducono’ nel vivere di ogni giorno, rivisitandoli e riformulandoli. E Silvia Gherardi insiste su un dato fondamentale, e cioè che ‘nelle pratiche quotidiane l’apprendere non è un’attività separata dalle altre, al contrario ha luogo nel flusso delle esperienze in modo più o meno consapevole’.” (pp. 135-138)

“I cambiamenti cui assistiamo, e quelli che sappiamo verranno – economici, demografici, tecnologici, relativi alle aspettative e alle aspirazioni individuali ma non solo – portano a trasformazioni a tutti i livelli. […] E cambieranno modi e occasioni di imparare. […] Pensare ‘senza ringhiere’, un’espressione illuminante di Hannah Arendt: non restare bloccati dentro stereotipi culturali e ideologici, corpi disciplinari separati.
Ad alcuni – a me per esempio – sembra un tentativo da fare. […]
Non per tutti vale la regola che si riesce ad apprendere soltanto in condizioni di sistematicità, completezza, ordine. L’idea che ‘il progredire sia disordinato’ e i possibili ‘benefici del disordine’ mi interessano. Anche il ‘pensiero laterale’, il ‘pensiero provvisorio’. Nella sua prospettiva di scienziata, Rita Levi Montalcini propone l’arte dell’imperfezione. E la scrittrice Toni Morrison, anche lei premio nobel, ci sollecita a ‘esplorare i margini’, perché appunto nei margini si sviluppano pensieri innovativi e creatività.
Introdotto da molto tempo, il concetto di serendipity è un ambito di esprimenti e di applicazioni. E’ ‘l’esperienza, abbastanza comune, che consiste nell’osservare un dato imprevisto, anomalo e strategico, che fornisce occasione allo sviluppo di una nuova teoria già esistente’.
Al ‘pensiero complesso’ ci introduce Edgard Morin. Parte dell’osservazione che ‘l’universo nel suo insieme è un cocktail di ordine, disordine, e organizzazione’. […] ‘il disordine [dice E. Morin] non equivale ad assenza di ordine’. Invita a procedere in maniera non sistematica, non lineare, non programmabile. Contrappone la dimensione della ‘strategia’ a quella del ‘programma’, ‘una sequenza di atti predeterminati che ci si aspetta funzioni in circostanze che consentono di realizzare il risultato previsto’. Con ‘strategia’ invece si fa riferimento a una pluralità di possibili scenari e si cerca di approfittare di elementi non previsti, casuali (e della fortuna, aggiungo).
Circostanze e opportunità che in un percorso via via emergono, provare a riconoscerle e a utilizzarle. Accettarle, le divagazioni, le distrazioni, le scoperte fortuite.
Aprirci all’occasione: un altro spunto illuminante.” (pp. 138-140)

“Imparare […] non è un accumulare saperi acquisiti e immagazzinare sistemi di conoscenza ben consolidati. […] ciò che conta è una gamma complessa di capacità cognitive e relazionali, e […] un continuo attivarle e rivederle. […] [Imparare diventa il lifelong learning, un] vivere con la testa aperta. Mettere in discussione quello che si crede di sapere. Imparare nel senso di riconsiderare, di rivedere, per non cadere nell’inerzia, nell’ignoranza, nella paura di pensare.
Non accumulare conoscenze: far lavorare le nostre teste in un complicato riorganizzare informazioni e convincimenti e saperi. Tenersi in esercizio.
Accettare di convivere con conclusioni provvisorie (forse sbagliate). Aprirsi anche a interrogativi radicali. Mettersi in gioco. Dis-abituarsi.
Questo comporta un continuo lavorare; un lavorare insieme individuale e collettivo, in tutto il corso del nostro vivere; avendo in mente i passaggi dal passato lontano a quello più recente, fino all’oggi, e aperto agli anni che abbiamo davanti, al domani. Non più, ormai è ben chiaro, con l’aspetto di uno sviluppo lineare, né assumendo un percorso in termini di ‘progresso’.
E non è questo che garantisca risposte e soluzioni, è ovvio.
Nella prospettiva della ‘società della conoscenza’ imparare significa anche mettere in circolo, condividere, moltiplicare punti di vista e contributi. […] Con una ‘mente moderna’ (è l’espressione di Jerome Bruner) potremo forse viverla meglio, la nostra complicata fase storica.” (pp. 12-15)
(G.M.)

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