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Zygmunt Bauman (a cura di B. Vecchi), Intervista sull’identità, 2003 Laterza

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Zygmunt Bauman, uno dei più noti sociologi contemporanei, argomenta e riflette attorno al tema della identità oggi, nella moderna società liquida, in continuo e caotico cambiamento. Descrive lo sfibrante lavoro di definizione di sé a cui l’uomo contemporaneo è sottoposto, la rincorsa senza fondo verso quella quadratura del cerchio che la definizione dell’identità presuppone.

Alcuni brani:

“Chi cerca un’identità si trova invariabilmente di fronte allo scoraggiante compito di ‘far quadrare il cerchio’: quest’espressione, com’è noto, implica compiti che non possono giungere a compimento nella pienezza dei tempi, all’infinito…” (p.5)
“[…] l’’appartenenza’ e l’’identità’ non sono scolpite nella roccia […] sono in larga misura negoziabili e revocabili […] i fattori cruciali  per entrambe sono le proprie decisioni, i passi che si intraprendono, il modo in cui si agisce e la determinazione a tener fede a tutto ciò.” (p.6)
“[…] l’identità è un grappolo di problemi piuttosto che una questione unica.” (p.7)
“Nella nostra epoca il mondo intorno a noi è tagliuzzato in frammenti scarsamente coordinati, mentre le nostre vite individuali sono frammentate in una successione di episodi mal collegati fra loro. Pochi tra noi, per non dire nessuno, possono evitare di passare attraverso più di una, vera o presunta, ben integrata o effimera, ‘comunità di idee e principi’; perciò la maggior parte di noi ha difficoltà a risolvere […] il problema [… della coerenza e della continuità della nostra identità nel tempo]. Pochi tra noi, per non dire nessuno, sono in contatto con solo una ‘comunità di idee e principi’ per volta, e perciò la maggior parte di noi ha un’analoga difficoltà col problema [… della coerenza di tutto ciò che ci distingue come persone].” (pp.7-8)
“Le ‘identità’ fluttuano nell’aria, alcune per propria scelta, ma altre gonfiate e lanciate da quelli intorno, e si deve stare costantemente in allerta per difendere le prime contro le seconde; c’è maggiore probabilità di malintesi e l’esito delle trattative è sempre incerto.” (p.8)
“[…] la ‘identità’ ci si rivela unicamente come qualcosa che va inventato piuttosto che scoperto; come il traguardo di uno sforzo, un ‘obiettivo’, qualcosa che è ancora necessario costruire da zero o selezionare fra offerte alternative, qualcosa per cui è necessario lottare e che va poi protetto attraverso altre lotte ancora, anche se questo status precario e perennemente incompleto dell’identità è una verità che, se si vuole che la lotta vada a buon fine, dev’essere – e tende a essere – soppressa e laboriosamente occultata. Oggi questa verità è più difficile da nascondere di quanto non lo fosse al principio dell’età moderna.[…] La fragilità e lo status di perenne provvisorietà dell’identità non possono più essere celati. Il segreto è di dominio pubblico.” (pp.13-14)
“Oggi […] l’’identità’ è la questione all’ordine del giorno, argomento di scottante attualità nella mente e sulla bocca di tutti.” (p.15)
“I riferimenti comuni delle nostre identità noi [abitanti del mondo della modernità liquida] li inseguiamo, li costruiamo insieme mentre stiamo in movimento, sforzandoci di tenere il passo di quei gruppi, anch’essi mobili, anch’essi in rapido movimento, che ricerchiamo, che costruiamo e che cerchiamo di tenere in vita ancora per un momento, ma non molto di più. […] Col mondo che corre ad alta velocità e in crescente accelerazione, non si può più fare affidamento su schemi di riferimento che si pretendono utili sulla base della loro presunta durata nel tempo (per non dire eternità!). Non sono più affidabili, e per la verità non ce n’è più bisogno. Faticano ad assimilare contenuti nuovi. Ben presto si rivelerebbero troppo limitati e ingombranti per alloggiare tutte quelle nuove, inesplorate e non sperimentate identità, così allettanti e a portata di mano, ognuna delle quali offre benefici eccitanti perché inconsueti, e promettenti perché ancora non screditati. Gli schemi, rigidi e appiccicaticci come sono, hanno anche un altro difetto: è difficile ripulirli dei vecchi contenuti e sbarazzarsi di loro una volta scaduti. Nel mondo nuovo di opportunità fugaci e di fragili sicurezze, le identità vecchio stile, non negoziabili, sono semplicemente inadatte.” (pp.27-28)
“Non più controllate e protette, galvanizzate e invigorite da istituzioni che si vorrebbero monopolistiche, esposte anzi al libero gioco di forze competitive, tutte le gerarchie o pecking orders di identità (e in particolare quelle gerarchie e pecking orders solide e durevoli) sono poco ricercate e difficili da costruire. Si sono dissolte, o hanno perso gran parte del loro passato potere di seduzione.” (pp.30-31)
“Non c’è ragione per attendersi che la lealtà verso il gruppo o l’organizzazione venga contraccambiata. E’ poco saggio (‘irrazionale’) offrire a credito tale lealtà, col rischio (probabile) di non ricevere nulla in cambio.” (p.32)
“I luoghi cui era tradizionalmente affidato il sentimento di appartenenza (lavoro, famiglia, vicinato) o non sono disponibili o, quando lo sono, non sono affidabili, e perciò quasi sempre incapaci di placare la sete di socialità o calmare la paura della solitudine e dell’abbandono.” (p.33)
“[…] barattare un’identità sola, scelta una volta per tutte, per una ‘rete di connessioni’ può apparire una soluzione invitante. Una volta effettuato questo baratto, però, assumersi un impegno e dargli stabilità appare più difficile (e dunque più sgradevole, addirittura spaventoso) di prima: ormai è diventato un must. Mantenere la velocità, un tempo un’esaltante avventura, si è trasformato in un’estenuante corvée; e, più importante di tutto, quella sgradevole incertezza e quella fastidiosa confusione, che speravi di esserti scrollato di dosso correndo veloce, rifiutano di andarsene. […] Nel nostro mondo di ‘individualizzazione’ rampante, le identità sono croce e delizia.” (p.34)
“[Oggi le persone] desidererebbero un presente diverso per ciascuno, piuttosto che pensare seriamente a un futuro migliore per tutti. Nello sforzo quotidiano per restare a galla, non c’è spazio né tempo per la visione di una ‘buona società’ […] ogni categoria svantaggiata deve cavarsela da sola, abbandonata alle proprie risorse e al proprio ingegno. […] lo scontento sociale si è disperso in un numero infinito di rimostranze di gruppo o di categoria, ognuna alla ricerca di un ancoraggio sociale. Il genere, la razza e il comune passato coloniale si sono rivelati le più efficaci e promettenti tra di esse. […] [Si è prodotta] un’accelerata frammentazione del dissenso sociale, una progressiva disintegrazione del conflitto sociale in una moltitudine di conflitti tra gruppi e la proliferazione dei campi di battaglia. […] La guerra per la giustizia sociale ha […] subito una contraffazione, trasformata in una pletora di battaglie per il riconoscimento.” (pp. 38-41)
“[Tramite il processo di globalizzazione in atto poi] la produzione di ‘umani scartati’ è […] diventata un fenomeno planetario. […] E’ l’esclusione, e non lo sfruttamento come era stato ipotizzato da Marx un secolo e mezzo fa, che è oggi alla base dei più vistosi casi di polarizzazione sociale, di un’ineguaglianza che si fa più profonda e di volumi crescenti di povertà, miseria e umiliazione umana.” (p.46)
“[In un puzzle] la completezza dei pezzi e il loro reciproco incastro sono garantiti prima che tu cominci. Nel caso dell’identità non è affatto così: l’intera impresa è orientata ai mezzi. Tu non parti dall’immagine finale, ma da una certa quantità di pezzi di cui sei già entrato in possesso o che ti sembra valga la pena di possedere, e quindi cerchi di scoprire come ordinarli e riordinarli per ottenere un certo numero (quante?) di immagini soddisfacenti. Fai esperimenti con ciò che hai. […] il lavoro di un costruttore di identità […] è un lavoro da bricoleur, che crea ogni sorta di cose col materiale a disposizione.” (pp.56-47)
“[Siamo nella fase liquida della modernità e] Le autorità di oggi verranno derise domani, le celebrità saranno dimenticate, gli idoli che fanno tendenza saranno ricordati sono nei quiz televisivi, le novità predilette saranno gettate nella spazzatura, le cause eterne saranno cacciate a spintoni da altre cause che si proclameranno eterne anch’esse (senonché, essendosi già scottata, la gente non crederà più ai loro proclami), i poteri indistruttibili si appanneranno e scompariranno, potenti istituzioni politiche od economiche verranno fagocitate da altre ancora più potenti o semplicemente svaniranno, titoli azionari a prova di bomba diventeranno titoli bombardati, promettenti carriere di una vita si riveleranno vicoli ciechi. […] La ‘società’ non è più ritenuta un arbitro rigido e intransigente dei tentativi e degli errori umani, occasionalmente severo e spietato, ma che si spera giusto e fedele ai propri principi. Essa fa pensare piuttosto a un impassibile giocatore di poker nel gioco della vita, particolarmente scaltro, astuto e ingannatore, che bara non appena ne ha la possibilità e non tiene conto delle regole ogni volta che gli sia possibile.” (p.60)
[Don Giovanni è il primo eroe della modernità] quel che per lui importava era solo il ‘qui e ora’ […] la strategia del carpe diem è una risposta a un mondo svuotato di valori che pretende di essere duraturo. […] Incastrare insieme pezzi e frammenti fino a ottenere una totalità coerente e coesiva chiamata identità non sembra essere la principale preoccupazione dei nostri contemporanei, assegnati forzatamente e irrevocabilmente a una condizione alla Don Giovanni, e pertanto costretti ad adottare la sua strategia. Un identità coesiva, saldamente inchiodata e solidamente costruita, sarebbe un fardello, un vincolo, una limitazione alla libertà di scegliere. Presagirebbe l’impossibilità di aprile la porta quando un’altra opportunità busserà. […] I progetti a cui giurare fedeltà per tutta la vita una volta scelti e sposati […] godono di cattiva stampa e hanno perso la loro capacità di attrattiva. […] Continuare ad incastrare insieme i pezzi, sì, non si può far altro. Ma incastrarli insieme una volta per tutte, trovare il migliore incastro possibile, quello che mette fine al gioco di incastro? No, grazie, questo è qualcosa di cui si fa volentieri a meno.” (pp.62-63)
“L’identità […] è un ‘concetto fortemente contrastato’. Ogni volta che senti questa parola, puoi star certo che c’è una battaglia in corso. Il campo di battaglia è l’habitat naturale per l’identità. L’identità nasce solo nel tumulto della battaglia, e cade addormentata e tace non appena il rumore della battaglia si estingue. […] L’’identità’ è una lotta al tempo stesso contro la dissoluzione e contro la frammentazione; intenzione di divorare e allo stesso tempo risoluto rifiuto di essere divorati… […] Ogni identità sfrutta fino in fondo uno, e uno soltanto, dei due valori, entrambi amati e ugualmente indispensabili per un’esistenza umana decente e compiuta: la libertà di scelta e la sicurezza offerta dall’appartenenza. E ogni identità lo fa, esplicitamente o implicitamente, esaltando uno dei due valori e svilendo l’altro. […] Le battaglie d’identità non possono svolgere il loro lavoro di  identificazione senza essere fonte di divisioni almeno quanto lo sono, o forse di più, di unione. Le loro intenzioni inclusive si mescolano (o per meglio dire si completano) con le intenzioni di segregare, esonerare ed escludere.” (pp. 75-78)
“[…] il cambiamento ossessivo e compulsivo (chiamato ora ‘modernizzazione’, ora ‘progresso’, ora ‘miglioramento’, ora ‘sviluppo’, ora ‘aggiornamento’) è l’essenza del moderno modo di essere. Cessi di essere ‘moderno’ non appena smetti di ‘modernizzarti’, non appena metti giù le mani e smetti di armeggiare con ciò che sei tu e ciò che è il mondo che ti sta intorno.
La storia moderna è stata (ed è ancora) uno sforzo continuo per spingere sempre più in là i limiti di ciò che può essere modificato dagli esseri umani a loro piacimento e ‘migliorato’ per adattarsi meglio alle esigenze e ai desideri umani […] Sarebbe stato davvero strano se l’identità […] fosse rimasta a lungo un’eccezione capace di resistere a questa onnicomprensiva tendenza moderna.” (pp. 83-84)
“Selezionale i mezzi necessari per ottenere un’identità alternativa di propria scelta non è più un problema [se si ha abbastanza denaro e risorse] […] il problema reale e la maggiore preoccupazione odierna è il dilemma opposto: quale delle diverse identità selezionare e per quanto tempo mantenerla una volta operata una scelta? […] La costruzione dell’identità ha assunto la forma di un’inarrestabile sperimentazione. Gli esperimenti non finiscono mai. Si prova un’identità alla volta, ma molte altre, ancora non collaudate, aspettano dietro l’angolo di venire collaudate. Molte altre ancora, neanche sognate, verranno inventate e desiderate nel corso della vita.” (pp. 84-85)
“Nel nostro mondo fluido impegnarsi per tutta la vita nei confronti di un’identità, o anche non per tutta la vita ma per un periodo di tempo molto lungo, è un’impresa rischiosa. Le identità sono vestiti da indossare e mostrare, non da mettere da parte e tenere al sicuro…” (p.87)
“Noi siamo oggi […] consumatori in una società di consumatori. La società del consumo è una società di mercato: noi siamo tutti nel mercato e sul mercato, simultaneamente consumatori e bene di consumo. Non c’è da stupirsi che l’uso/logorio delle relazioni umane e quindi, per procura, anche delle nostre identità (noi ci identifichiamo in riferimento alle persone con cui siamo in relazione) assomigli sempre più all’uso/logorio delle automobili, a imitazione di quel ciclo che comincia con l’acquisto e finisce con la discarica.
Un crescente numero di osservatori ritiene che gli amici e le amicizie ricopriranno un ruolo vitale nella nostra società completamente individualizzata. Con le strutture dei supporti tradizionali della coesione sociale in rapido processo di sgretolamento, le relazioni di amicizia potrebbero diventare i nostri giubbotti salvagente o le nostre scialuppe di salvataggio. […] La realtà sembra tuttavia meno lineare. In questa vita ‘tardo-moderna’ o della modernità liquida le relazioni sono una faccenda ambigua e tendono a essere il punto focale di un’acutissima e snervante ambivalenza: il prezzo da pagare per un sodalizio che noi tutti desideriamo ardentemente è invariabilmente la rinuncia almeno parziale dell’indipendenza, anche se si vorrebbe a tutti i costi avere il primo senza rinunciare alla seconda… […] Soggetta a pressioni contraddittorie, più di una relazione [...] finisce con lo spezzarsi. La rottura di una relazione è qualcosa che è ragionevole aspettarsi, a cui è meglio pensare in anticipo e che è bene essere pronti ad affrontare. […] Ciò che tutti apparentemente temiamo, affetti da ‘depressione da dipendenza’ o no, in piena luce del giorno o tormentati da allucinazioni notturne, è l’abbandono, l’esclusione, l’essere respinti, banditi, ripudiati, abbandonati, spogliati di ciò che siamo, il vederci rifiutare ciò che vogliamo essere. Temiamo che ci vengano negati compagnia, amore, aiuto. Temiamo di venir gettati tra i rifiuti.” (pp.89-91)
“Esse [le forse della globalizzazione] modificano in maniera irriconoscibile e senza preavviso i paesaggi famigliari dove eravamo abituati a gettare l’ancora della nostra duratura e affidabile sicurezza. Rimescolano gli individui e mandano in rovina le loro identità sociali. Ci possono trasformare, dall’oggi al domani, in vagabondi senza casa, senza un indirizzo o un’identità fissa. Possono ritirarci i certificati di identità o invalidare le identità certificate. E ogni giorno ci ricordano che possono farlo impunemente, gettando davanti alle nostre porte quegli individui che sono già stati respinti, costretti a scappare via, a fuggire affannosamente da casa loro per cercare i mezzi per restare in vita, derubati dell’identità e dell’autostima. Se ai giorni nostri non c’è argomento di cui si parli con maggiore solennità o con più gusto che di ‘reti’, ‘connessioni’ o ‘relazioni’, è solo perché la ‘roba autentica’ – le reti strettamente intrecciate, le connessioni salde e sicure, le relazioni a tutto tondo – in pratica si è sgretolata. […] se parliamo costantemente di reti e cerchiamo ossessivamente di evocarle (loro almeno o i loro simulacri) con gli ‘appuntamenti-lampo’ e i magici incantesimi dei ‘messaggi’ via cellulare, è perché avvertiamo acutamente la mancanza del sistema di protezione che le reti reali di parentela, amicizia, fratellanza fornivano concretamente, con o senza i nostri sforzi. Le rubriche dei cellulari sostituiscono la comunità mancante e fanno le veci (o almeno si spera) dell’intimità mancante: portano un carico di aspettative che non hanno neanche la forza di sostenere, figuriamoci di mantenere. […] Esposti ai ‘contatti resi facili’ dalla tecnologia elettronica, perdiamo la capacità di entrare spontaneamente in interazione con le persone reali. In effetti siamo diventati più timidi nei contatti faccia a faccia. Afferriamo i nostri cellulari e pigiamo furiosamente nei bottoni e impastiamo messaggi per evitare di ‘darci in ostaggio al destino’ e fuggire dalle complesse, disordinate, imprevedibili, difficili da interrompere e da concludere, interazioni con le ‘persone reali’ presenti fisicamente intorno a noi.” (pp. 92-93)
“Bisogna ammettere che i succedanei consumistici hanno un vantaggio sulla ‘roba autentica’. Essi promettono la libertà dalle fatiche di interminabili trattative e scomodi compromessi: si impegnano a farla finita una volta per tutte con quella seccante necessità di sacrifici, concessioni, accordi insoddisfacenti che tutti i legami intimi e sentimentali prima o poi richiedono. Vi offrono la possibilità di recuperare le perdite se troverete tutte queste tensioni troppo dure da sopportare. E per giunta i venditori garantiscono una facile e frequente sostituzione della merce, quando cesserai di trovarla utile o quando altre merci, nuove e migliorate, più seducenti, appariranno all’orizzonte. […] Cosa ancora più importante, fanno sembrare che il controllo sia nelle nostre mani. Siamo noi, i consumatori, che tracciano la linea divisoria tra le cose utili e cose da buttare.” (p.94)
“Siamo probabilmente destinati a dibatterci tra il desiderio di un’identità di nostro gusto e di nostra scelta e il timore che una volta acquisita quest’identità si finisca con lo scoprire […] che non c’è nessun ‘ponte che permetta la ritirata’” (pp. 98-99)
“La maggior parte di noi, per la maggior parte del tempo, è incerta su questa novità [prodotto della società contemporanea, liquida] di una ‘vita senza legami’, di relazioni ‘senza impegno’. Le desideriamo ardentemente e allo stesso tempo ne abbiamo paura. Non torneremo indietro, ma ci sentiamo a disagio dove siamo ora. Non siamo sicuri di come fare per costruire le relazioni che desideriamo: peggio ancora, non siamo sicuri di che genere di relazioni desideriamo…
Credo che Erich Fromm abbia colto il dilemma nella sua essenza quando ha osservato: ‘La soddisfazione nell’amore individuale non può essere raggiunta senza la capacità di amare il prossimo con umiltà, fede e coraggio’, aggiungendo però subito dopo, con tristezza, che in ‘una cultura in cui queste qualità scarseggiano il raggiungimento delle capacità di amare è destinato a rimanere una conquista rara’. […] La vecchia idea romantica dell’amore come associazione esclusiva ‘finché morte non ci separi’ è stata sostituita, nel corso della liberazione individuale, dall’’amore confluente’, una relazione che dura solo fintanto, e non un istante in più, che dura la soddisfazione che essa porta ai due partner. [A queste condizioni] tutti i rapporti sono destinati a essere perennemente tempestati dall’ansia. […] la stessa disponibilità di una facile via di uscita [rappresenta] un formidabile ostacolo alla realizzazione dell’amore.” (pp. 103-108)
[Quel che gli esperti ci dicono è che] l’impegno a lungo termine, è la trappola che chi cerca di ‘relazionarsi’ dovrebbe evitare più di qualsiasi altro pericolo. Il tempo di attenzione umana si è ristretto, ma ancor più significativo è il restringimento del tempo dedicato alla previsione e alla pianificazione. [Nella modernità liquida il futuro è profondamente incerto] la sua capricciosità e volatilità non è mai stata avvertita con tanta intensità come oggi. […] il pensiero a lungo termine, ed ancor più gli impegni e gli obblighi a lungo termine, appaiono privi di significato. Ancora peggio: sembrano controproducenti, decisamente pericolosi, un passo sconsiderato, una zavorra da gettare fuori bardo e che sarebbe ancora meglio non prendere proprio a bordo fin da principio.” (pp.110-111)
“Abbiamo bisogno di relazioni, e abbiamo bisogno di relazioni su cui potere contare, una relazione a cui fare riferimento per definire noi stessi. Nell’ambiente della modernità liquida, però, a causa degli impegni a lungo termine che notoriamente ispirano o inavvertitamente generano, le relazioni possono essere gravide di pericoli. […] Il nostro atteggiamento nei confronti dei legami tende a essere dolorosamente ambivalente, e le changes di risolvere questa ambivalenza sono oggigiorno esigue. Non ci sono facili vie di uscita da questa situazione […] e assistiamo […] a una accanita e furiosa ricerca di soluzioni secondarie, mezze soluzioni, soluzioni temporanee, palliativi, placebo. […] [Spesso] Sostituiamo le poche relazioni profonde con una massa di esili e vuoti contatti. ” (p.111)
“La strategia moderna consiste [inoltre] nello sminuzzare le grandi questioni che trascendono il potere umano in compiti più piccoli alla portata dell’uomo […] Le ‘grandi questioni’ non vengono risolte, ma lasciate in sospeso, messe da parte, tolte dall’agenda. […] La velocità del cambiamento assesta un colpo mortale al valore della durevolezza: ‘vecchio’ o ‘durevole’, diventano sinonimi di ‘superato’, ‘fuori moda’, qualcosa che ‘resiste pur avendo perso la sua utilità’ e perciò destinato entro breve a finire nel bidone della spazzatura.” (p.117)
“I ponti che collegano la vita mortale all’eterno, laboriosamente costruiti nei millenni, sono stati banditi dall’uso.” (p.120)
[In questa situazione siamo diventati un po’ tutti degli sceglitori involontari/compulsivi costretti a vivere in] un ambiente sociale deregolato, frammentato, sottodefinito, sottodeterminato, imprevedibile, disarticolato, sgangherato e largamente incontrollabile [e la vita di uno sceglitore-per-necessità è pressoché sempre, spesso, una vita sfibrate, insicura].” (pp.120-122)


Di Zygmunt Bauman sono stati tradotti in italiano moltissimi libri. Qui ne ricordo solo tre di cui forse farò più avanti una scheda: Dentro la globalizzazione. Le conseguenze sulle persone 1999 Laterza, Modernità liquida, 2003 Laterza, Vita liquida 2006 Laterza (G. M.)

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