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Peter Bichsel, Il lettore, il narrare, 1982, 1989 Marcos y Marcos

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Peter Bichsel è stato insegnante elementare e narratore. Alcuni suoi scritti sono tradotti in italiano. Il lettore, il narrare nasce da un ciclo di lezioni tenute nel 1981 presso l’università di Francoforte. Più che lezioni questo scritto è però un incrocio-intreccio di storie, intervallato-connesso da riflessioni. Non ho trovato un modo migliore per presentarlo che quello di riportare qualche breve brano. Spero diano se non altro una vaga idea del testo.

"Il necessario contenuto [di una storia] è il veicolo del racconto, non è il racconto che è il veicolo del contenuto. […] Il raccontare si occupa di una cosa evidente: che esiste il tempo e la nostra vita è vissuta in quanto tempo. Raccontare storie significa occuparsi del tempo, ed esperire la nostra vita come tempo ha a che vedere col fatto che la nostra vita ha un termine, e che la vita dei nostri amici ne ha pure uno.

L’angoscia di fronte a questo dover finire può naturalmente essere tenuta a bada. Religione e filosofia dovrebbero offrircene gli strumenti. Ciò che però non scompare è la tristezza per questa finitudine. La tristezza non la si può vincere, può soltanto essere rifiutata o accettata. Il raccontare storie ha qualcosa a che fare col fatto di accettarla. La tendenza degli uomini alla tristezza li fa diventare narratori di storie. […] Ogni storia ha la capacità di alleggerire il mondo. Una storia – e questo fa spesso arrabbiare – è consolatoria. Ciò che trova una forma perde il carattere minaccioso del caos. […] Mentre racconto delle storie, io non mi occupo della verità, ma delle possibilità della verità. Finché ci saranno ancora storie, esisteranno ancora delle possibilità. […] (pp.17-19)

"Il lettore è come un tossicodipendente – ma non dipende da temi e contenuti, e raramente da un campo tematico ben preciso. I lettori sono quelli che non riescono ad assolvere certe funzioni corporali – penso al WC – se non hanno niente da leggere; che se non hanno niente da leggere non riescono neppure a dormire né a digerire, o che altro ne so. Leggere, presumo, è qualcosa di corporale. […] Diciamo che per me leggere significa sempre, e indipendentemente dal contenuto, entrare in un altro mondo. […] al momento della lettura è sempre l’Altro che determina il mio comportamento. Quando leggo con intensità, sento una leggera levitazione, che può diventare addirittura una sensazione di assenza di gravità, al punto da godere di uno stato di ebbrezza. Ho pure notato che dopo essermi concentrato molto in una lettura rischio degli incidenti. Inciampo per le scale, mi taglio un dito mentre affetto il pane [ecc…] L’osservazione di mio padre, secondo cui i lettori sono degli imbranati, era giusta. […] Ci si dovrebbe chiedere una buona volta se la lettura migliori o peggiori il rapporto con la realtà. […] I lettori sono persone che di tanto in tanto possono anche andare in giro con le loro domande, senza pretendere subito una risposta. Vivere con le domande, non con le risposte, potrebbe già essere sovversivo. […] Solo chi fa l’esperienza della lettura come di un mondo ‘opposto’ diventa lettore." (pp. 41-53

"Scrivere non è semplicemente mettere per iscritto. Scrivendo non penso esattamente allo stesso modo di quando parlo" (p.81)

"E’ proprio un vecchio pregiudizio sostenere che lo scrittore si libera grazie allo scrivere, come se scrivendo potesse allontanare le pene dal corpo. Accade piuttosto il contrario. […] scrivere è anche una specie di possessione: da ciò che è scritto non ci si libera più." (p.83)

"La letteratura […] è ripetizione. […] le storie che continuano ad essere scritte, non devono essere scritte perché abbiamo bisogno di nuove storie. Devono essere scritte perché non si estingua la tradizione del narrare, dello scrivere storie." (p.91)

"La letteratura [è] un aiuto alla vita? E’ lecito supporre che potrebbe esserlo per i suoi contenuti, ma lo è molto di più per il fatto stesso di esistere. […] La nostra vita diventa sensata se ce la possiamo raccontare. […] La vita di chi vive solo nella Storia – nel senso che le attribuisce la storiografia – e non nelle storie, diventa priva di senso. […] Sono convinto che il soldato, che è sopravvissuto alla campagna di Russia, ce l’abbia fatta anche perché la campagna di Russia se l’è raccontata. Anni dopo, però, le sue storie non sono più narrabili, perché non sono soltanto storie, ma appartengono anche all’orrore della Storia. […] La Storie è nemica delle storie, e soltanto nelle storie si possono riconoscere gli uomini. […] Non so che aspetto avrebbe una società pacifica, senza aggressioni e senza competizione, né come la si potrebbe costruire. Di una cosa però sono convinto: sarebbe una società narrante e non storicizzante. […] Chi si avventura nel raccontare non lo fa per salvarsi la vita, lo fa per vivere la propria vita. […] Il mondo avrebbe un aspetto migliore se permettessimo al nostro amico, alla nostra amica, a nostra moglie, a nostro marito, ai nostri figli, e anche al nostro amico ammalato, le loro storie." (pp.103-112)

(G.M.)

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