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Paolo Jedlowski, Il sapere dell’esperienza, 1994 Il Saggiatore

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Come è strutturata la vita quotidiana? Che rapporto c'è tra abitudine senso comune ed esperienza? Cosa significa, implica, fare esperienza? Cosa significa, implica, fare esperienza oggi nella società moderna? Cosa significa apprendere dall'esperienza? Che sapere è quello che scaturisce dall'esperienza? Che spazio ha oggi, nella società moderna, il sapere dell'esperienza?

E' a queste domande che l'autore cerca una risposta. L'esito del suo discorso è come un monito a reagire alla atrofizzazione della capacità di fare esperienza (intesa soprattutto come esercizio ed elaborazione, come processo) presente sempre più nella società contemporanea.

Diamogli voce

"E' parte integrante della condizione moderna la nozione che il mondo può essere compreso in una pluralità di modi." (p.88)

 "Diversamente dalla condizione tradizionale, quella dell'uomo moderno è una condizione aperta. E la possibilità di convivere con questa è data dalla capacità di interrogarsi di continuo, dall'accettazione della propria messa in questione, da una autoriflessività permanente.(p.89)

 "[…] Il moderno è 'il transitorio e il fuggitivo' (p.91)

 "[nella modernità] I contenuti dell'esperienza umana si sono trasformati a velocità vertiginosa" (p.91)

 "[…] tendenzialmente, l'esperienza non può più essere qualcosa che 'si ha', ma soltanto qualcosa che 'si fa', senza sosta." (p.92)

 "Esiste una crescente divaricazione tra ciò di cui si può appropriare nell'esperienza un individuo, e ciò che è incorporato nei prodotti della sua stessa cultura." (p.95)

 "[…] nell'esperienza moderna ciascuno è confrontato a un mondo artificiale [prodotto dalla sviluppo della tecnica] che lo sovrasta."(p.95)

 "l'esperienza dell'uomo moderno […] è un'esperienza frammentata [ciò deriva dal] frantumarsi dei mondi stabili, relativamente chiusi e culturalmente omogenei che costituivano le comunità tradizionali. Nella metropoli, ciascuno è a contatto con le persone più diverse, in relazioni che - per il loro stesso numero - si fanno in gran parte anonime. Ed entro ogni relazione, i 'vissuti' riguardano cerchie diverse di relazioni e sfere discrete di attività, che non possono essere comprese alla luce di nessuna 'memoria collettiva' univoca. Ogni tradizione tende ad eclissarsi." (p.1001)

 [Nella condizione moderna] ciò che sembra effettivamente scomparire, è la facoltà – e in molti casi il desiderio, o il progetto – di elaborare l'insieme dei propri vissuti e di incorporarli in un disegno coerente.

In quanto costituzione di una continuità nel soggetto, l'esperienza si eclissa." (p.137)

 "Avere esperienza è dare un senso al proprio percorso. Essa si nutre tanto di un rapporto con il passato quanto di una assunzione di responsabilità verso il futuro.

Richiamarsi all'esperienza è richiamarsi a un desiderio di 'spessore', o alla ricerca di una 'presenza' che non sia assoluto smarrimento. Chi ha esperienza, diceva Benjamin, è capace di narrare, e di prestare ascolto a ciò che gli altri narrano. Non solo questo: è capace di prendere atto di 'ciò che sta attraversando', e dunque di orientarsi." (p.137)

 "Nel molteplice, nel relativo, nel volatile, nel frammentario, si tratta di individuare le nuove strategie di costituzione dell'esperienza." (p.138)

 "[…] l'idea di esperienza di cui abbiamo bisogno non è tanto quella di un vissuto 'eccezionale', quanto quella di un percorso, o di un ritmo, che colleghi le molteplici sfere di vita in cui abitiamo, le molteplici avventure di cui siamo protagonisti (o, più spesso, i testimoni o soltanto i sognatori) in un tessuto che abbia spessore, che risponda al desiderio di non sentirsi del tutto 'stranieri' a noi stessi." (p.145)

 "[…]'avere esperienza' è avere acquisito, grazie alla famigliarità e all'esercizio, una certa disposizione verso le cose; dall'altro, 'fare esperienza' è accettare di mettere questa disposizione in discussione." (p.148)

 "[Avere e fare esperienza significa ricercare] un 'contatto' del soggetto con se stesso, […] un 'ascolto' e […] un'elaborazione delle proprie ragioni profonde." (p.163)

 "Ma la situazione moderna (e, se si vuole, postmoderna) è una situazione assordante. In queste condizioni è difficile prestare ascolto a se stessi. L'eccesso di stimoli tende ad atrofizzare la sensibilità. Quando c'è molto rumore, è difficile ascoltare.

E non si tratta solo di assordamento: si potrebbe altrettanto bene parlare di un accecamento. Come ha scritto Wim Wenders.

Quando c'è troppo da vedere, quando un'immagine è troppo piena o quando le immagini sono troppe, non si vede più niente.

 […] la disposizione ad ascoltare se stessi ha bisogno, almeno a tratti, che si instaurino degli intervalli, delle pause nel corso del tempo. […] [Intervalli, pause, silenzi] rendono possibile un ascolto riguardo a noi stessi che non coincide con quello in cui siamo immersi nel corso delle routine quotidiane. E' solo nella pausa che i vissuti depositati nell'inconscio riemergono a tratti come i segni della storia che siamo." (pp.165-166)

"Il contatto con i 'segni' della nostra storia può assomigliare a un risveglio […] Il 'risveglio' non è tanto l'accesso a un'altra storia, quanto la scoperta della storia in cui eravamo, ma senza rendercene conto pienamente." (p.168)

"Stare fermi, conquistare una pausa, sembra per gli uomini e le donne moderni tutt'altro che facile. Così come lo è rilassarsi, o essere liberi dalla pressione della razionalità strumentale.

Il tempo moderno, scriveva Nietzsche, è il prestissimo: si disimpara persino ad 'agire', si apprende a reagire." (p.174)

" Il soggetto moderno è davvero un homeless, le sue storie sono molte, e non si lasciano ricondurre ad unità. In queste condizioni l'esperienza si può configurare come il periodico volgersi del soggetto a se stesso, in una interrogazione ricorrente, in un ascolto, o in uno sguardo stupito, sulla propria presenza. L'esperienza è il processo con cui attraversiamo la vita, e il ritmo con cui a tratti prendiamo coscienza di ciò che stiamo attraversando." (p.175)

 "La vita, di norma, non è fatta di momenti eccezionali. Ce ne sono, di certo, ma in fin dei conti questi si stagliano come tali proprio perché esiste un tessuto di fondo che è fatto di routine, di abitudini, di percezioni così ripetute da non richiamare più nemmeno la nostra attenzione.

Al di sotto di queste vi è posto per il dubbio, e i 'significati' con cui intendo la vita ogni giorno possono essere messi in discussione. […] 'i significati dormono'. A ben vedere il senso comune – cioè l'atteggiamento in cui siamo immersi per la maggior parte del tempo nella vita quotidiana – ha qualcosa di un'amnesia. Le cose 'volevano dire' qualcosa, c'era pure 'un motivo' per cui facciamo queste cose o queste altre… ma è come se lo avessimo scordato. Dare qualcosa per scontato è non pensarci più: non è come dimenticarlo?

Mettere in dubbio l'ovvietà del nostro senso comune significa non dare per scontato il nostro mondo quotidiano. E' guardarsi da un 'improvvisa distanza; un po' come chiedersi: 'ma davvero sono io, quello che sta vivendo?'" (p.177)

 "Riconoscere di non sapere chi siamo – di non essere sicuri della nostra identità, o del nostro passato – è il segno di un'estraneità, ma è anche una sensazione che ci porta al di fuori del senso comune. (p.178)

 "L'esperienza è sfuggente: per certi versi, non possiamo fare a meno di farla, ma, per altri, possiamo non incontrarla mai. E, per paradossale che possa sembrare, possiamo venirne in possesso solo stabilendo una certa distanza da noi stessi, o almeno dalle nostre routine quotidiane." (p.178)

 "[…] l'esperienza può essere compresa come un processo, il processo in cui un individuo vive, si fa e si comprende. Questo processo comprende diversi momenti." (p.178)

 "Nel suo momento […] elementare l'esperienza è innanzitutto esercizio. E' cioè il processo – o l'insieme dei processi – con cui ciascuno di noi, vivendo, apprende a selezionare e sintetizzare dati provenienti dal proprio rapporto con il mondo, e dà forma alle proprie percezioni e alle proprie capacità." (pp.178-179)

 [Vi sono poi, fantasie, paure, echi, ricordi] vissuti che non si lasciano circoscrivere in ciò che abbiamo imparato a fare, pensare, o sentire in relazione ai ruoli che ricopriamo.[…] sentimenti e emozioni che non hanno a che fare con nessun esercizio […] ciò che potremmo chiamare il vissuto." (p.181)

 "[Infine] il momento in cui il soggetto ritorna a se stesso, osservando e valutando i materiali di cui è fatta la sua vita, e domandandosene il senso." (p.182)

 "[In questo ultimo momento avviene a volte come un risveglio] Nel 'risveglio' non si svela un'altra vita: è la stessa vita di sempre, che per un momento appare compresa. Il risveglio è però per sua natura intermittente, e la comprensione cui dà accesso è sempre incompleta. […] Proprio perché è intermittente, il risveglio ha bisogno, affinché il suo sapere si consolidi, di essere elaborato." (p.183)

 "Risvegliarsi ed elaborare i vissuti significa prendere atto della propria esistenza, portare a compimento la propria esperienza. E' dirsi 'che cosa si sta attraversando', e dunque farne una storia." (p.184)

 "Si potrebbe riformulare quanto abbiamo detto così: l'esperienza è l'insieme della nostra esistenza e del movimento con cui proviamo a comprenderla.

Questo movimento, a sua volta, è un 'fare la spola' tra i significati del mondo depositati nel senso comune e il senso cui abbiamo accesso.

L'esperienza è un 'processo', ma è anche un 'ritmo'. E, del resto, è anche il 'sapere' cui questi dà luogo." (p.187)

"Il sapere del senso comune è un sapere senza distanza, nel quale si è immersi. Al contrario, il sapere dell'esperienza corrisponde a una presa di distanza dall'immediatezza quotidiana, che porta a comprendere la stessa vita quotidiana sullo sfondo della sua insondabilità." (p.210)

 "Laddove ogni scienza tende alla generalizzazione e alla verifica dei suoi asserti, l'esperienza è sempre particolare, e non si intende di 'verifiche', ma, se mai, di 'ascolto' e di comunicazione. Mentre la scienza […] ha come scopo la ricerca del vero in quanto tale, l'esperienza ha altri fini: in quanto esercizio, mira all'adeguamento del singolo al proprio ambiente; in quanto processo di elaborazione, tende all'orientamento del soggetto nei confronti del proprio destino." (p.218)

 "Riferirsi all'esperienza, e al tipo di sapere che questa comporta, significa innanzitutto riconoscere che nessuna conoscenza è esaustiva. […] quando penso, o conosco, sono io che lo faccio: il mio conoscere è situato e parziale. [… ciò] comporta […] la necessità dell'auto-osservazione come parte integrante della ricerca." (pp.220-221)

 "[…] l'esperienza è in rapporto con il senso […] con la sfera della passioni, con il mondo dei fini, con la responsabilità dell'agire. […] Riferirsi all'esperienza è forse cercare il modo per mantenere un rapporto con tutto ciò." (p.222)

 "[Nella condizione della modernità o postmodernità in cui ci troviamo ciò che sempre più si profila necessario è lo sviluppo della] capacità dei soggetti di muoversi senza smarrirsi tra differenti sfere di vita, linguaggi, relazioni, conservando il senso della responsabilità, dei nessi che ci legano, della finitezza […], ma anche dell'infinità dei modi con cui la vita può essere intesa. [Ciò di cui abbiamo bisogno] è una forma di sapere, o di orientamento alla vita, che superi o compensi il predominio della razionalità strumentale, il mito dell'intelletto come capacità suprema. […Detto in altri modi] lo sviluppo paziente di una capacità di accompagnare il mutamento, di valutare le cose, senza dimenticare lo sfondo di insondabilità ultima che ha per noi l'essere, ma anche senza sfuggire alla passione di esserci." (p.223-224)

 Paolo Jedlowschi (1952), sociologo, ci occupa da molto tempo dei temi e dei problemi trattati in questo scritto. Ricordiamo alcuni suoi scritti strettamente connessi a quello presentato: Il tempo dell'esperienza, 1986 Franco Angeli / Memoria, esperienza e modernità, 1989 Franco Angeli / (con Maria Rampazi) Il senso del passato, 1991 Franco Angeli / Storie comuni La narrazione nella vita quotidiana 2000 Bruno Mondadori / Un giorno dopo l'altro La vita quotidiana tra esperienza e routine, 2005 Il Mulino (G.M.)                                      

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