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Fragili equilibri Riflessioni su un percorso professionale / Anonimo I° PARTE

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Sollecitato dallo scritto Stramaledetta sensibilità presente nel sito (riportato in appendice), l'autore racconta, tra eccessi e conflitti, in una sorta di diario tenuto per un mese, la sua lunga esperienza professionale, i fragili equilibri costruiti/costruitisi per affrontare le situazioni incontrate, i vari ruoli vissuti.

28.6.2007

Ho scoperto, su segnalazione di una collega incontrata in un convegno, l’esistenza della zona del sito Le storie che formano un mese fa ed è la terza volta che la apro e leggo qualcosa. Che strana e interessante iniziativa. Ho pensato più volte ad essa. Ieri ho letto lo scritto dell’infermiera dal ’92 Stramaledetta sensibilità. In una pagina è riuscita a far emergere un problema veramente importante. Mi sento toccato, chiamato in causa da questo scritto. E’ anonimo e parla di un problema che ha segnato e segna, nel bene e nel male, anche la mia vita professionale (e non solo essa) benché io non abbia lavorato mai in ospedale e da molti anni non sia più a stretto contatto con l’utenza (se ancora si può chiamare così chi viene a cercare terapie e cure da noi). Sono un cinquantenne che lavora da circa trent’anni in una azienda unità sanitaria locale della Romagna. Non voglio mettermi in mostra e nel contempo mi piacerebbe portare il mio contributo, la mia testimonianza e riflessione, sul tema-problema della stramaledetta sensibilità, o come io l’ho sempre diversamente nominato dell’eccessivo coinvolgimento. Ieri mi è venuta l’idea di provare a raccogliere le mie riflessioni, che partono soprattutto dalla mia esperienza, in un diario. Da un po’ di tempo ho scoperto questa scrittura e non so dire perché mi è diventata assai congeniale. Forse lo è perché le mie idee sono non poche volte stratificate, contraddittorie, sconnesse, in movimento, in costruzione e ridefinizione come sento di essere da tempo io stesso.

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Per non farla troppo lunga e per non essere troppo superficiale do un mese di tempo a questo diario, alle mie narrazioni e riflessioni.

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Molto in sintesi riassumo la mia vita professionale in tre fasi: 

  • prima lunga fase di eccessivo (compensatorio? fanatico? maniacale? patologico?) coinvolgimento nel lavoro
  • periodo centrale durato vari anni caratterizzato da una significativa perdita di interesse nei suoi confronti, in certi momenti addirittura da senso di estraniazione e di nausea verso di esso
  • terzo periodo nel quale mi trovo da qualche tempo (non so definire bene l’inizio, forse due o tre anni fa) nel quale si alternano confusamente e/o coesistono situazioni di eccessivo coinvolgimento e di eccessivo distacco dal lavoro, in cui fatico ancora, nonostante abbia preso consapevolezza di tante cose nei lunghi anni di crisi che sono passati, a trovare un equilibrato rapporto con esso. 

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Ho scritto sopra che voglio dare il mio contributo. Ma qual è il mio contributo? Ho forse qualche soluzione da proporre sul problema? Ho forse risolto il problema? Ho qualche teoria da proporre? Ho suggerimenti da dare? E se anche li avessi perché dovrebbero essere utili ad altri?

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Forse il mio contributo – mi viene da ridere – si riduce nell’evidenziare questa possibilità: si può lavorare anche trent’anni senza aver risolto il problema dell’eccessivo coinvolgimento. Detto in altri termini: la stramaledetta sensibilità o l’eccessivo coinvolgimento (che può trasformarsi in certi periodi, come nel mio caso, in eccessivo distacco o nausea per il lavoro) non sono, almeno in certi casi, una malattia mortale, anche se possono diventare una malattia cronica.

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Pensandoci bene mi sa che scrivo queste note più che per dare un contributo ad altri per cercare io stesso un aiuto, per cercare di capire qualcosa di più sul problema, per vedere se è possibile incoraggiare il confronto su questo tema, per fare qualcosa in modo che ora che lo scritto anonimo della mia collega l’ha aperto non venga chiuso.

Se anche così fosse, che male c’è?

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Scrivo queste note, poi vedrò cosa farne, se lasciarle nel cassetto oppure se, in forma anonima, provare a metterle in circolo. In ogni caso, se deciderò per questa seconda possibilità, sarà comunque Mussoni o la redazione del sito (se c’è, non si capisce) a dover decidere cosa fare di esse, a dire l’ultima parola. Che qualcuno decida al mio posto su questo mi alleggerisce assai. Non è per nulla pacifico per me che le cose che dico e penso possano servire a qualcosa e a qualcuno.

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Bella idea quella dell’anonimato. Apprezzo il fatto che nel sito ci sia spazio anche per chi come me è pieno di dubbi e incertezze, per chi come me non voglia esporsi più di tanto (anche l’anonimato, anche per il timore di essere riconosciuti, è una forma, seppur minima, di esposizione).

Altra bella idea del sito è quella di presupporre che il semplice ascolto dell’esperienza e della riflessione degli altri non guasta. Un briciolo di ottimismo è necessario per vivere.

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A proposito di eccessivo coinvolgimento come una possibile malattia (cronica o meno)… E se fosse una malattia anche utile a chi svolge una professione di cura? Tra malati non ci si capisce forse meglio? Si può stare vicino a chi è malato senza stare male in qualche modo anche noi? Se si deve stare per forza in qualche modo male non è meglio star male della malattia dell’eccessivo coinvolgimento piuttosto che di altre?

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Come per tante cose c’è sicuramente un coinvolgimento buono e uno meno buono e anche cattivo, malato. Forse anche tra quello eccessivo non è il caso di mettere tutta l’erba in un fascio, forse anche lì ce n’è uno buono e uno no.

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Un eccessivo coinvolgimento buono? Mi sto consolando?

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Qualcos’altro di me, un minimo di coordinate: mi ritengo un operatore di confine tra il sociale e il sanitario, con un identità professionale assai indefinibile. La mia formazione professionale è un’inclassificabile mix tra certi approcci filosofici, sociologici, psicologici, psicoanalitici, psichiatrici, pedagogici, e un certo rapporto con l’esperienza religiosa e quella estetica; la mia esperienza professionale è abbastanza diversificata. Quando parlo con me stesso se proprio devo definirmi mi dico che sono un operatore socio-sanitario. Il ruolo istituzionale che ricopro mi sta assai stretto e quando mi si chiede cosa sono, cosa faccio, devo sempre superare un certo sconforto prima di rispondere e dire sono… Mi fa rabbia (e mi rattrista) poi se chi mi ha fatto la domanda è bello contento di avermi messo in una precisa categoria. Verso quei personaggi ho pressoché sempre molte diffidenze. Coloro che hanno facilità e predisposizione ad incasellare mi infastidiscono, mi danno un senso di soffocamento, quando non mi fanno paura. Temo sempre che abbiano soffocato anche la loro mente e il loro cuore. Come accennavo sopra ho svolto varie funzioni nei miei quasi trent’anni di lavoro. In una logica di carriera non certo in salita, anzi. Da tempo ormai sono in discesa (leggera, non si è trattato mai di particolari altezze quelle che ho frequentato) e assicuro chi legge queste note che non è necessariamente un’esperienza terrificante, al contrario nel mio caso. Respiro meglio ora di quando ero un po’ più in alto (alto e basso, centrale e periferico-marginale, cosa significano? Da un bel po’ di tempo sempre più spesso non lo so più). Su quel che faccio ora posso dire molto poco. Voglio mantenere l’anonimato.

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Per oggi basta. Sono ore o ore che scrivo cancello riscrivo cancello. Mi sa che mi sto già coinvolgendo troppo in questo nuovo compito che mi sono dato. Tanto per cambiare… Siamo in tema.

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Si può scrivere sull’eccessivo coinvolgimento senza prima o poi coinvolgersi troppo?

29.6.2007 Venerdì

E’ ancora presto per provare a raccontare e riflettere sulle tre fasi della mia storia professionale che ho sopra tratteggiato. Non sono ancora pronto.

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Oggi, forse solo per prendere tempo (sono già spaventato dal compito che mi sono dato? Sono già nel panico perché non so da dove cominciare e cosa dire? Mi accorgo che mi sono messo in un pasticcio? Ho bisogno di raccogliere le idee prima che la scrittura prenda corpo?), ho scritto e riscritto un sacco di cose che ho poi cancellato. Volevo raccontare delle mia passione-ossessione per lo studio iniziata durante gli anni universitari e mai ridottasi significativamente e della ubriacatura ideologica (il rapporto con il marxismo e altro) degli anni giovanili. Volevo cercare di dare un’idea (soprattutto ai più giovani, mania questa delle persone che cominciano a capire che stanno davvero invecchiando) di cosa poteva significare entrare al lavoro carico-corazzato di conoscenze (teorie), ideali, compiti-mandati. Pensavo potesse essere una utile premessa per capire meglio quello che avrei dovuto raccontare dopo. Mi sono impantanato nel racconto più volte e ho buttato a mare tutto quel che ho scritto.

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Passione-ossessione e ubriacatura ideologica non sono sinonimi in qualche modo di eccesso di coinvolgimento?! Sono stanco ora per avventurarmi in riflessioni su ciò.

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Non so neanche io perché sono andato a cercare qualcosa negli anni universitari. A voler andare nel passato di eccessi di coinvolgimento (e di rifiuti radicali e ostinati che forse sono l’altra faccia dell’eccesso di coinvolgimento) quanti altri ne potrei trovare? Qualcuno già spunta nella memoria.

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Passionalità e ossessione sono sinonimi di eccessivo coinvolgimento?

30.6.2007 Sabato

Dal momento che mi sono dato un mese di tempo per queste annotazioni devo per forza scrivere ogni giorno qualcosa su questo diario? Non direi proprio. Non ci sta proprio. Da quando ho iniziato a scriverlo mi accorgo ora che sono troppo eccitato e indaffarato (coinvolto?) nel cercare il modo migliore per portare avanti questo lavoro (lavoro? perché lo chiamo lavoro?). C’è qualcosa che non va in questa faccenda.

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Mi meraviglio che quel che sto facendo sta diventando un lavoro, un impegno. Cosa mi aspettavo di trovare, di vivere, quando ho iniziato? Un esperienza piacevole, facile, divertente?

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Non sto facendo nessuna ricerca e non devo dire niente di particolare, solo cercare di tirare fuori quello che bene o male ho vissuto e pensato più volte negli anni passati sul tema. Non devo dimenticarmi poi che questo è solo un tentativo, nulla di più.

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"Solo cercare di tirare fuori quello che bene o male ho vissuto e pensato più volte negli anni passati…", che poi vuol dire anche quello che penso ora. Fosse facile… Perché penso che sia facile?

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E’ stato saggio darmi un mese di tempo per questo lavoro? Non so.

E se mi fossi dato un mese di tempo per evitare di cadere in uno stato di eccessivo e infinito coinvolgimento sul problema?

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Scrivere una cosa, vivere un’esperienza, e illudersi di non doverci tornare più… Quante volte ho pensato di gettarmi in una esperienza per cercare di liberarmi definitivamente di qualcosa o sfuggire da qualcuno?

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Errore o meno non so ma un mese va bene.

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Non posso pensare di narrare quel che è accaduto tutto d’un fiato. E’ bene che inizi e che collochi in uno spazio definito (gli asterischi) i vari pezzi.

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Prima lunga fase di eccessivo (compensatorio? fanatico? maniacale? patologico?) coinvolgimento nel lavoro

E’ una fase che durò circa (circa, perché narrando la mia storia di vita professionale non immagino mai di uscire dall’approssimazione e dalla verosimiglianza) una quindicina d’anni. Sicuramente un po’ più di quindici anni. Un po’ meno della prima meta trascorsa a stretto contatto con persone veramente strane-enigmatiche (definite socialmente folli, psicotiche, ecc.) l’altra nello svolgimento di funzioni di coordinamento di varie attività.

Finita l’università (fine anni settanta), carico di ideali (che mi fanno ancora, bontà loro, compagnia) e di rigide e ingombranti (con il senno del poi naturalmente) corazze ideologiche cercai affannosamente, come moltissimi giovani allora e immagino ora, lavoro. Lo spettro della disoccupazione per quelli come me (laureati di basse origini sociali del nord) allora si chiamava "disoccupazione intellettuale di massa". Si sarebbe dovuto chiamarlo, per essere più precisi, sottoccupazione intellettuale di massa. Ma allora – che si doveva cambiare il mondo, la vita, alzare e livellare il benessere, sconfiggere ogni forma di povertà e sofferenza – c’era una tendenza ad ingigantire e drammatizzare ogni cosa. Più che disoccupati una buona parte dei laureati di allora diventeranno (come me) sottooccupati. Per qualcuno questa fu una tragedia intollerabile, per altri, come me, una amara sorpresa ma non, non questa almeno, una situazione disperante. Cosa fosse lo studio per noi giovani di bassa origine sociale (esseri assai ingenui per la gran parte a mio parere, almeno così io vedo me stesso di allora, con il senno del poi, da molto tempo) di quegli anni penso sia difficile immaginarlo per chi è ora giovane nella società disincantata frammentata globalizzata e liquida d’oggi (l’immaginazione senza l’esperienza poi lascia una debole traccia dentro di noi se non si struttura in un pensiero preciso). Lo studio era spesso decantato in certe famiglie (io vivevo in una di esse, la famiglia di un piccolo artigiano) come lo strumento della ascesa e del cambiamento sociale, il tramite per l’affermazione del sé, per l’affermazione dei diritti di ognuno, lo strumento del riscatto individuale e sociale (un sociale che allora era sì saturo di ingiustizie ma anche apparentemente assai più strutturato e visibile-definibile-aggredibile di oggi). Lo studio era quindi, seppur spesso probabilmente nella ambivalenza (nel mio caso era la diffidenza verso di esso di mio padre), assai idealizzato, sovrainvestito. Fu con questa idealizzazione dentro, con il bisogno pressante di trovare presto (nelle famiglie operaie-artigiane questo messaggio, anche senza bisogno di essere verbalizzato, era continuo) una mia strada, una mia indipendenza economica, con l’ansia-smania sociale diffusa in quegli anni ed entrata dentro di me di cambiare il mondo, la vita, che cercai lavoro. Dopo vari tentativi fu in un angolino marginale del mondo sanitario, al limite con il versante dell’universo infinito ed indefinito del sociale, a contatto con persone con problemi psichiatrici, che lo trovai. Il caso, o come in altro modo lo si vuol chiamare, mi portò lì. Con il caso non ho, se ci penso bene, un cattivissimo rapporto e forse è proprio lì da sempre il germe della spiritualità (religiosità) che è in me. Non dovevo averlo neppure allora un cattivo rapporto con esso se accettai senza troppi drammi (almeno in un primo momento) di stare in un luogo così distante da ciò che i miei studi (sociali) avevano prefigurato possibile. Avevo trovato un lavoro che mi dava quel tanto che bastava per essere autonomo economicamente, avevo una parte della giornata libera per continuare i miei studi, avevo di fronte persone sofferenti-marginali che dovevano essere liberate, ero in sintonia con il mandato etico del riscatto impresso dentro di me. La mia vita affettiva sembrava nella norma. Che altro potevo volere?

Era lì che dovevo ora dare il mio contributo al cambiamento del mondo, alla cancellazione di tutte le ingiustizie e le sofferenze. Con quelle aspettative, in quel luogo marginale della sanità, con gli strumenti ridicoli (la corazza ideologica, i miei piccoli e modesti saperi) che mi portavo dietro come viatico, incontrai coloro che per definizione sono da sempre fuori dal mondo, in altri mondi, i cosiddetti malati mentali, i cosiddetti psicotici, i folli. Lì iniziò il mio viaggio.

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Mi accorgo che è assai difficile tenere il racconto di una storia di vita professionale (mai separabile dalla vita personale più in generale e da quella sociale), con un tema al centro, con un fuoco, nel diario. Non riesco a muovermi come vorrei.

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Non ho mai tentato quello che sto facendo ora: raccontare una lunga esperienza di vita dentro un diario che ha come oggetto un tema specifico (oggetto per definizione di un saggio). Voglio tenere insieme troppe cose, muovermi in troppi spazi-contesti mentali? Mi sono cacciato in un bel pasticcio?

2.7.2007 Lunedì

Un effetto di questi miei primi sforzi narrativi (solo in minima parte riportati qui) è stato che in questi giorni ho provato nei confronti di me stesso giovane, diversamente da altre volte, una certa tenerezza. Mi sono visto più di altre volte indifeso, ingenuo, idealista, impegnato, appassionato.

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Perché diversamente da altre volte? Altre volte cosa ho provato verso me stesso giovane? In questi ultimi anni, se ci penso bene, sono stato spesso spietato-ingiusto con esso, l’ho visto-sentito più che altro stupido ridicolo fanatico ottuso.

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Come stanno insieme, come possono stare insieme, indifeso ingenuo idealista impegnato appassionato con stupido ridicolo fanatico ottuso?

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Cercando di raccontare-spiegare la mia esperienza mi sono accorto che già prima di iniziare a lavorare davvero (i vari lavoretti svolti prima nelle pause di studio erano un’altra cosa) c’erano più fattori che mi predisponevano all’eccessivo investimento-coinvolgimento che sarebbe seguito. Provo ad elencarli:

  • l’idealismo di fondo della mia personalità (la cui origine è ancora un profondo mistero per me) che risuonava con quello sociale allora assai diffuso
  • la fede intensa nella conoscenza, nelle possibilità di riscatto individuale e sociale che credevo avesse in sé  
  • la mia bassa origine sociale (con la smania del compito del riscatto individuale e sociale ad essa connessi). 

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E’ per semplificare che non ho parlato fino ad ora come avrei dovuto della mia vita familiare, affettiva, privata? Non è anche lì che vanno cercati i fattori predisponenti? Non c’è anche lì il problema dell’eccessivo coinvolgimento? Certo che andrebbe cercato anche lì, certo che anche lì c’è il problema dell’eccessivo coinvolgimento. E’ allora?

Mi perdo già a parlare della mia vita professionale, non posso pensare di esplorare più di tanto anche il resto. Rimarrà per forza nello sfondo, che non vuol dire che è meno importante. E’ vero anzi il contrario. Tutto ciò che è nello sfondo e nascosto e incomprensibile è sempre più importante.

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Prima lunga fase di eccessivo (compensatorio? fanatico? maniacale? patologico?) coinvolgimento nel lavoro

Cosa abbia significato e cosa significhi ancora avere vissuto anni e anni a contatto quotidiano con persone definite psicotiche è tuttora per me incomprensibile e quindi non parlerò direttamente di questo, anche se è stato qui, nel rapporto con loro e con chi assieme a me cercava di tirarle fuori dai loro mondi per far sì che venissero ad abitare il nostro, che si è manifestato per la prima volta nella maniera più esplicita possibile, così precocemente, il mio problema dell’eccessivo coinvolgimento nel lavoro. Si manifestò in vario modo ma più esplicitamente, dopo pochi anni di lavoro, con una insonnia seria, non avuta poi più in quella forma per fortuna dopo di allora. Un insonnia durata alcuni mesi che rifletteva il mio essere ossessionato da tanti problemi e soprattutto da quelli lavorativi, ossessione che si manifestava chiaramente anche durante il giorno facendo convogliare lì moltissimi (se non tutti) dei miei pensieri e discorsi. Ma anche – non in termini patologici? E’ la parte sana del coinvolgimento eccessivo? - in un impegno molto intenso e continuo in studi e letture, in un nuovo lungo e impegnativo (forsennato) sforzo formativo per acquisire saperi e strumenti che non avevo. Sprecare un’ora per rilassarmi un po’, per divertirmi un po’, fu per anni e anni (anche ora la situazione su questo punto non è mutata molto) un peccato intollerabile, una colpa che dovevo subito espiare. Momenti ludici, rilassanti, conviviali erano assai marginali nella storia della mia famiglia di origine, sovrabbondanti in quelli della mia ragazza che poi diventò mia moglie. Le due cose insieme non mi aiutarono evidentemente a trovare un giusto rapporto con essi (la sovrabbondanza presente nella famiglia di mia moglie aveva il sapore della fastidiosa ostentazione, della superficialità e del disimpegno, e mi spingevano a rifuggirli ancora di più). Senza più di tanto accorgermene ero entrato già nel giro di poco tempo in uno stato di perpetuo impegno, di perpetua tensione (aumentata in un secondo momento anche da vicissitudini della mia famiglia d’origine) e il lavoro era diventato quasi tutta la mia vita. Allora non capii più di tanto cosa segnalava questa situazione, la subii. In questo stato continuo di tensione-eccitazione irrompevano ogni tanto intensi momenti depressivi che duravano pochi giorni o periodi abbastanza brevi e che comunque non mi impedivano di continuare a lavorare. Solo molto più tardi ho intuito cosa potevano segnalare.

Come è potuto accadere tutto ciò? Un’ipotesi verosimile potrebbe essere che qualcosa amplificò la tendenza al sovrainvestimento lavorativo che era già presente in me e di cui ho accennato sopra: il rapporto con le persone sofferenti incontrate, con quell’enigma angosciante che è la follia che la loro presenza continuamente incarnava ed evocava, e il modo con cui era diretta l’istituzione in cui lavoravo.

Cosa sia la follia non so, ora posso tollerare molto meglio di non saperlo. Allora no. Allora la sua enigmaticità era una sfida continua, quotidiana, e ogni tanto un’ansia-angoscia e una tristezza infinita che irrompevano incontrollate. Ora mi vedo tanto piccolo e indifeso contro di essa, tanto ingenuo e disarmato nel volerla conoscere per sconfiggere. Allora no, allora avevo un’altra immagine di me stesso. Le imprese impossibili mi hanno sempre tentato e non so se neppure ora sono davvero fuori da tali richiami (il richiamo dell’impossibile, la sfida impossibile, la fascinazione della vittoria… Quanto hanno a che fare con l’eccessivo coinvolgimento?). Che questa impresa fosse possibile non ero il solo a pensarlo. Lo pensava anche colui che dirigeva l’istituzione in cui lavoravo. Era una persona impegnata, professionalmente seria, competente, non molto più anziana di me (meno di una decina d’anni in più). Tutti fattori che ai miei occhi accrescevano la sua influenza, la sua autorità. Ero predisposto a credere che si potesse cambiare la vita e trovai una persona che stimavo che credeva come me possibile attuare questo sogno. E’ impossibile per me descrivere cosa significhi aver vissuto anni e anni in una situazione di questo tipo. Ci vorrebbe un vero scrittore per farlo. Oltre a tutto quello che ho già evidenziato ad alimentare l’illusione che era possibile guarire le persone con le quali vivevo ogni giorno vicino c’erano la forza e l’entusiasmo della giovinezza, un tempo che immaginavo infinito davanti, le conquiste conoscitive che si susseguivano (quando non si sa nulla è facile fare conquiste), le esperienze di padronanza (o presunta tale) relazionale che vivevo. Dare un peso ad ogni fattore è impossibile, non saprei darlo quindi neppure a questa collusione con il responsabile dell’istituzione. Comunque sia il rapporto con lui fu allora importante. Fu sul come realizzare il sogno che nacquero i conflitti tra noi, non sulla possibilità di realizzarlo. Anni a anni di impegno, di studio, di riflessione, di formazione mi diedero la forza di entrare in conflitto con lui su alcuni punti e di sostenere le mie ragioni per un certo tempo. E lui seppe accettare la sfida, che, in apparenza almeno, visto che andai via da lì, vinse. Cosa mi abbia condotto fuori da questa istituzione è difficile dirlo. Si possono fare solo ipotesi. Più di una volta mi sono detto che avrei potuto, pur nel conflitto, continuare a lavorare lì, che il mio esprimere ed esternare conflitti era anche costruttivo. Forse erano stanchi di me come io di loro, forse ero troppo coinvolto nei rapporti e nei problemi e non li reggevo più e loro hanno capito e mi hanno aiutato ad andarmene, forse… Forse fu ancora una volta il caso a condurmi in altri luoghi.

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3.7. 2007 Martedì

Non me la sento oggi di riprendere il filo della narrazione e allora, per fare qualcosa, cerco in un dizionario dei sinonimi e dei contrari che ho tra le mani alla parola coinvolto e iperconvolto ma non trovo nessuna particolare sollecitazione.

Cosa metterei io tra i sinonimi ed i contrari e tra le caratteristiche che immagino presenti in chi è ipercoinvolto e in chi ha un atteggiamento contrario (come definirlo? tendenzialmente distaccato-distante oppure freddo-cinico-indifferente? )?

Associo a ipercoinvolto (metto insieme possibili sinonimi e possibili caratteristiche): fusionale, confuso (confusivo), invischiato (invischiante…[è inutile ripetere questa forma attiva anche per molte voci che seguono]), invaso, travolto, compromesso, colonizzato, troppo aperto, troppo accogliente, ingenuo, ingenuamente idealista, trascinato, sedotto, ossessionato, ipersensibile, nervi scoperti, esplicitamente tormentato, tendenza all’agire, valorizzazione della spontaneità e della vita emotiva, troppo generoso, internamente tormentato da compiti spesso impossibili, eccessivamente insicuro e dubbioso e/o troppo sicuro di sé, mentalità egualitaria, alla eccessiva ricerca di conferme e gratificazioni, tendenzialmente masochista.

Mettere insieme tendenzialmente distaccato-distante a freddo-cinico-indifferente non è proprio il caso, sapere dove finisce l’uno e inizia l’altro non so proprio. E’ possibile tra l’altro che distaccato-distante e freddo-cinico-indifferente sia l’altra faccia di ipercoinvolto e che possano coesistere in un'unica persona alternativamente o nello stesso momento in strani mix (magari esprimendosi in ambiti fisici e relazionali diversi).

Nell’area dei contrari associo (anche qui metto insieme possibili sinonimi e possibili caratteristiche): sfuggente, freddo, banalizzante (in particolare nei confronti dell’area emotiva, sentimentale), indifferente, anaffettivo, cinico, corazzato, chiuso, barricato, rigido, schematico, tendenza alla mentalizzazione, diffidenza verso la spontaneità, eccessivamente sicuro di sé (almeno in apparenza), apparentemente imperturbabile, introversamente tormentato, formale, ritualista, mentalità gerarchica, fobico verso la relazione, tendenzialmente sadico.

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Da dove sono venute le associazioni che ho fatto sopra? Senza sapere in che ordine e in quale quantità, dalla mia esperienza, dalla mia conoscenza, dalla mia immaginazione.

4.7.2007 Mercoledì

Mi sono dato un mese di tempo e penso proprio di aver fatto bene. Mi conosco abbastanza per evitare certi errori. Se mi fossi dato un tempo più ampio (tre mesi, un anno) avrei sicuramente cominciato a fare un elenco di libri che avrei dovuto leggere, avrei cominciato a cercarli nelle biblioteche o ad ordinarli in libreria. Avrei trasformato questo lavoro in una piccola ricerca. Con un mese davanti invece non ha senso fare tutto questo. Quel che posso realisticamente fare è solo cercare certe voci in alcuni dizionari per vedere se sollecitano qualche riflessione. Avere poco tempo davanti è vero che mi dà una certa ansia di non riuscire a farcela, di essere affrettato-incompleto-superficiale, che induce in me il fastidio e il peso di un compito che preme per essere portato avanti, ma ha anche altri vantaggi. Stamattina pensavo che con un mese davanti non posso chiedere a me stesso troppo, che dovrò accettare quello che emerge con una certa tolleranza, che non dovrò essere impietoso con me stesso, che quello che scriverò deve essere pensato come quello che realisticamente è (un diario, appunti, abbozzi di ragionamenti, di storie) con i limiti che spesso questo modo di scrivere porta con sé.

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Ho visto ora che nel sito c’è già un diario. Accompagna la separazione dal lavoro di una assistente sociale. Ho leggiucchiato le prime pagine. E’ molto diverso dal mio. E’ inevitabile che sia così. Più che un diario il mio è un collage di pezzi dentro un diario.

5.7.2007 Giovedì

Devo riprendere il racconto. E’ difficile, faticoso, soprattutto iniziare. Forse è per questo che questa idea di tenere un diario si è trasformata ormai in un lavoro. Non è una dote che ho (vorrei averla) quella di narrare, non è qualcosa che sgorga naturale dentro di me.

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Prima lunga fase di eccessivo (compensatorio? fanatico? maniacale? patologico?) coinvolgimento nel lavoro

Oltre al conflitto che vivevo con il responsabile, alla fatica accumulatasi in un coinvolgimento eccessivo nei rapporti con i pazienti ed i colleghi, oltre al caso il cui peso non posso ovviamente valutare, a condurmi fuori da questa istituzione fu probabilmente anche il bisogno di esplorare altre realtà e altre mie possibilità. Ho sempre pensato che conoscere sia vivere sulla propria pelle i problemi, essere immerso nelle situazioni, dover cercare concretamente soluzioni. Nel luogo in cui ero oltre ad essere ipercoinvolto spesso sentivo (strana compresenza, me ne accorgo solo ora che scrivo) di trovarmi in una noiosa e improduttiva routine, due facce probabilmente di uno stesso disagio. L’ansia-smania di conoscere e di crescere non mi ha mai abbandonato, si è, come vedremo, attenuata, ma non è mai scomparsa. Allora era nel suo massimo (delirante?) vigore. Si dice "l’appetito vien mangiando". Un detto allora proprio calzante per me. Quegli anni erano stati sì faticosissimi e stressanti ma avevano dato molti frutti. La mia conoscenza era cresciuta moltissimo, le mie capacità relazionali – allora così sembrava – pure. Mi sentivo più forte, più sicuro. Avevo fame di esperienze, di nuove conoscenze. Volevo capire cosa c’era fuori da quel luogo in cui mi ero immerso fino al collo per anni e anni. Ero spinto fuori e trovai una opportunità per uscire.

Iniziò quindi il secondo periodo di questa prima fase, un periodo la cui durata fu di qualche anno superiore a quello precedente. Furono anni in cui la mia attività si diversificò in molti modi, in cui assunsi in più forme attività di coordinamento. Se prima ero stato sempre dentro ad un gruppo ed avevo diviso-condiviso continuamente con qualcuno le scelte e le responsabilità, potendo in certi periodi defilarmi un poco, appoggiarmi su qualcuno, ora fui sempre più spesso solo (o relativamente solo) a gestire i problemi, ad organizzare il lavoro. Il coinvolgimento con il lavoro, già eccessivo nell’esperienza precedente, crebbe moltissimo. Furono anni di iperattività sfrenata. Furono anche anni di grandi – depressivi-disperanti per chi come me aveva avuto un imprinting marxista – cambiamenti sociali (la crisi del marxismo, la parabola terrorista, le nuove generazione ancora più della mia distrutte dalla droga, l’ottantanove, la crisi [irreversibile?] del socialismo), di perdita radicale, improvvisa, di prospettive. Mi chiedo ora quanta parte possa avere avuto (quanta non so ma so che l’ha avuta) anche tutto ciò nell’aumento della mia iperattività lavorativa. C’era un lutto collettivo da elaborare. Anch’io vivevo questo dramma sociale, anch’io ero in lutto. Ne avevo consapevolezza, molto meno di ciò che poteva indurre. Ho capito molto meglio solo dopo molto tempo, sulla mia pelle, che l’iperattivismo (lavorativo, sociale, o di altro tipo) poteva essere un modo per reagire ad un acutizzarsi di uno stato depressivo latente, nascosto. Il lavoro diventò nel contempo un eccitante e un narcotico prima di diventare un peso insopportabile. Un eccitante perché le mie capacità e conoscenze crescevano, perché la mia attività si traduceva in iniziative che prendevano corpo e si sviluppavano, in tante relazioni che si creavano e strutturavano. Eccitante perché avevo la sensazione di sentirmi presente, di contare qualcosa anch’io. Eccitante perché facendo, gettandomi nelle situazioni, mi sembrava di scoprire sempre più mie nuove capacità e facce della realtà. Narcotizzante, perché non mi faceva sentire il dolore del lutto, della disperazione (legata anche alla mia situazione affettiva famigliare) che come un fiume carsico stava ramificandosi sempre più dentro di me. Fu questo il periodo anche della mia massima – locale naturalmente, e sempre assai minimale – visibilità sociale, del mio massimo impegno anche in ambito sociale e di volontariato. Ricordo bene anche ora il mio modo forsennato di lavorare: sempre di corsa, senza nessuna pausa tra un attività e l’altra, con tante attività parallele in corso e nella mia mente interconnesse. Era ricorrente allora che già prima di iniziare a fare qualcosa, o addirittura mentre ero impegnato in una attività, pensassi a quello che avrei dovuto intraprendere dopo. Senza accorgermene sempre più una sottile vena di fanatismo colorava ogni mia attività e passavo da una situazione all’altra quasi non vedendo le persone che incontravo. Era come se esistessero solo in connessione alla meta che perseguivo. Anche se più di tanto non me ne accorgevo incontravo centinaia di persone ed ero sempre più solo. In fusione, nella mia mente, con tutti, vicino a nessuno. Una cupa, intensa, concentrata disperazione irrompeva (come negli anni passati ma ora era più intensa) ogni tanto solo per qualche ora o per pochi giorni e poi scompariva. Facevo, producevo, costruivo e ogni tanto mi sembrava che non stesse in realtà accadendo proprio nulla in me, nella mia vita, in quella di coloro che erano implicati nelle attività che coordinavo. Sempre più sentivo-intuivo, seppur confusamente e vagamente, che non stavo vivendo, che qualcosa non andava, che dovevo uscire da questa situazione ma rimandavo sempre a domani scelte che avrei dovuto fare ma che non sapevo quali dovessero essere. Questa situazione non durò qualche mese ma alcuni anni. E poi sempre più alla eccitazione e alla narcosi si sostituì un senso continuo di oppressione, di non senso. 

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6.7.2007 Venerdì

Sto cercando esempi di ipercoinvolgimento patologico. Senza troppe distinzioni elencherei tutte le forme eccessive di dipendenza: da sostanze, da attività (vedi esempio gioco d’azzardo, lavoro, ecc.), da ideologie (ora la più diffusa è sicuramente quella liberista, pragmatica, tecnicista, scientista, dirigistica, economicista), da gruppi (sette, non solo religiose, da organizzazioni), da persone (le tante forme di follia a due).

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Cerco esempi di patologia da iperdistacco (più o meno freddo-cinico-indifferente) ed ho una certa difficoltà a trovarle. E’ un segno del fatto che appartengo di più alla famiglia degli ipercoinvolti?

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Faccio uno sforzo per trovare patologie da iperdistacco. Associo ad esse le patologie similautistiche (stati di profonda e fredda risentita solitudine, di eccessivo-patologico individualismo, i caratteri fortemente narcisistici) più o meno diffuse nella popolazione e vari stati patologici associati alla gestione del potere e al crimine. Nella mia mente l’iperdistacco si associa spesso alla smania (delirio) di manipolare-dominare-distruggere (forma degradata e patologica del cercare di governare) gli altri. E’ un’area questa che non ho ancora esplorato bene. Sono anni e anni che mi riprometto di farlo ma poi, per qualche ragione che non conosco, non riesco mai ad applicarmi in questa ricerca.

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Prima di passare alla seconda fase della mia vita lavorativa ho bisogno di una pausa, di rimanere ancora sulla prima, di rileggere quel che ho scritto e se è il caso di aggiungere qualche annotazione, qualche pensiero.  

7.7.2007 Sabato

Quando c’è entusiasmo è probabile che ci sia un sano coinvolgimento che sicuramente non c’è più quando l’entusiasmo si tramuta in fanatismo.

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Non è sempre facile distinguere l’entusiasmo dal fanatismo.

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Si apprenderebbe sicuramente molto sul coinvolgimento patologico studiando le varie, pressoché infinite, forme di fanatismo.

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Ci sono forme e forme di fanatismo, alcune esplicite, non poche, forse anche di più di quelle esplicite, quelle mascherate.

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Ho riletto la ricostruzione che ho fatto della prima fase, in due sottofasi, della mia attività di lavoro. Ci sarebbero varie cose da aggiungere. Penso però ora in particolare a:

  • la modificazione della mia condizione coniugale e il conflitto che inizia lì ad amplificarsi con le implicazioni che, anche sul mio rapporto con il lavoro, ha
  • la deformante, sopravvalutata idea, nella seconda sottofase soprattutto, delle mie capacità.

Mi limito solo a qualche rapida osservazione.

Condizione coniugale-famigliare.

Siamo nella seconda sottofase, più precisamente nella prima parte di essa. Nacquero, a distanza di pochi anni l’uno dall’altro, i miei figli e pian piano iniziarono a manifestarsi, più di prima, i conflitti coniugali che dopo d’allora permarranno in una situazione di frustrante-doloroso stallo. La nascita dei figli, anche di tutto ciò ho preso consapevolezza piena solo molto dopo, comportò in me una ansia-smania di migliorare la mia condizione di lavoro. Immagino che questa sia una reazione comune a molti uomini, soprattutto se non hanno particolari risorse alle spalle. Io non le avevo. Avevo anzi – così stupidamente mi sembrava per ragioni che non posso qui dire – una sorta di debito verso mia moglie che, tra l’altro, scelse allora di abbandonare il lavoro per seguire i figli. L’idea di dover migliorare la mia situazione lavorativa per assicurare un migliore avvenire ai miei figli, l’idea di avere una sorta di debito da dover saldare con mia moglie, i conflitti continui con essa mi spingevano-gettavano sempre più nelle braccia del lavoro. Oltre ai fattori già sopradescritti si aggiunsero quindi questi. Dopo l’esperienza di quegli anni capisco bene come le persone possano ubriacarsi-narcotizzarsi di lavoro, come il lavoro possa essere compensatorio di qualcosa (una vita affettiva e coniugale soddisfacente) che non si ha. Allora di tutto ciò, nonostante tutti i miei studi e le mie continue riflessioni, non ero veramente consapevole. La consapevolezza che avevo di queste cose era vagamente teorica, concettuale, scivolava via dalla mia mente, la attraversava senza lasciare tracce importanti.

Deformante, sopravvalutata idea delle mie capacità.

Qui ci collochiamo soprattutto nella ultima parte della seconda sottofase. Non so come cominciare per descrivere questa situazione. Forse la vergogna, anche se protetta dall’anonimato, emerge. E’ ridicolo sentirsi una sorta di dio ma è risaputo che l’uomo non si priva, non può privarsi, neppure di questa esperienza. E’ quello che in qualche modo accadde anche a me. Mi salvai dal ridicolo tenendo dentro di me queste convinzioni e forse a volte lottando anche contro di esse ma chi allora mi frequentava difficilmente non percepiva in me il sottile fanatismo da cui ero come posseduto. Vedendomi ora mi accorgo che ero proprio al limite di una situazione delirante. Ripensando a quei momenti il mio compito allora era simile a quello di un piccolo – ridicolo, con gli occhi del poi – profeta che si muoveva con affanno per convertire alla giusta causa (in ambito lavorativo soprattutto) chi mi stava attorno. Mi sembravano un po’ tutti al limite della perdizione, e mi immaginavo il loro salvatore (quanto la sindrome del salvatore ha a che fare con l’eccessivo coinvolgimento?). Poi siccome le attività che intraprendevo avevano un relativo successo mi sentivo – senza confessarlo troppo a me stesso – come benedetto da Dio. Ritornare a quei momenti è anche ora doloroso nonostante ci sia andato poi, nella fase di lunga crisi di rapporto con il lavoro di cui parlerò più avanti, una infinità di volte. Solo dopo, molto dopo, mi sono reso conto quanto possa essere pericoloso il successo nella vita, quale potente-folle illusione (occhio deformante) possa diventare. Stavo male, ero pieno-saturo di tensioni e problemi, e mi sentivo, per qualche successo che alcune mie attività sembravano avere, quasi un dio. Che altro si può dire. Non poteva che giungere una crisi. Stava maturando dentro da tempo. E venne, fu lunga, e a volte mi sembra non ancora superata.

9.7.2007 Lunedì

Ho riguardato quel che ho scritto. Chi mai potrebbe leggere e trovare utile delle annotazioni così frammentarie e discontinue? Non ne ho proprio idea. Forse qualche personaggio fuori centro, scentrato, come me.

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Ieri, o sabato pomeriggio, mi sono trovato a pensare che mi stavo concentrando troppo sul coinvolgimento e/o il distacco patologici o tendenzialmente patologici e che per fortuna non poche persone sanno (deve essere successo anche a me qualche volta, in certi periodi) trovarne uno equilibrato e sano.

Sto cercando di capire un poco a cosa si associa questo sano-equilibrato coinvolgimento (che vuol dire anche sano-equilibrato distacco) nei rapporti e nelle situazioni ma non mi viene in mente nulla.

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La ragione di questa inibizione è forse connessa al fatto che non ho ancora vissuto davvero tutto ciò, oppure alla mia forma mentis strutturata per vedere soprattutto l’aspetto patologico dei problemi.

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La zona in cui mi muovo più spesso, o che sono stato costretto di più a frequentare, non è probabilmente né quella della patologia profonda né quella del sano-equilibrato coinvolgimento-distacco. Forse la mia è una patologia (se proprio voglio usare la metafora medica) di medio livello.

10.7.2007 Martedì

Voglio soffermarmi ancora sulla condizione di eccessivo coinvolgimento nel lavoro (che da anni io chiamo anche assunzione della droga lavoro) vissuta nella prima lunga fase (soprattutto nella sua seconda sottofase). Non credo che la mia sia un’esperienza tanto eccezionale. Sono convinto anzi – in base a quel che ho osservato, in base ai confronti (con letture e altro) avuti – del contrario. C’è un po’ di consolazione in questo che dico ma anche, sono convinto di questo, una dose di realtà. Sia come sia in ogni caso sono ormai anni e anni che penso che questo problema dell’eccessivo coinvolgimento nel lavoro venga assai sottovalutato socialmente e trattato con troppa superficialità. Non voglio fare la morale, né fare la parte dell’esperto. Non mi ritengo esperto di nulla. Del resto è evidente da come scrivo questo diario. I miei sono solo pensieri vaganti attorno alle cose, un girare loro intorno, sperando che ogni tanto si rivelino un poco.

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Pensieri sparsi su-attorno il tema, provando anche a generalizzare un poco:

E’ bene non confondere eccessivo coinvolgimento nel lavoro con eccessivo carico di lavoro. L’eccessivo coinvolgimento nel lavoro può nascere anche dove una persona non è sottoposta da altri, dall’organizzazione in cui si trova, ad un eccessivo carico di lavoro. Spesso è lui stesso a crearsi lavoro, a volte addirittura un lavoro che altri non vogliono, non capiscono, che ostacolo. Un eccessivo carico di lavoro impostoci non corrisponde necessariamente ad un eccessivo coinvolgimento nel lavoro. Si può fare molto lavoro senza farsi invadere da esso, anche se è un lavoro che non capiamo, che non ci gratifica più di tanto.

L’eccessivo coinvolgimento può essere collegato a vari fattori, anche compresenti. La presenza di uno non esclude gli altri. Né cito alcuni (presi dalla mia esperienza): visione idealizzata della professione, sopravvalutazione del potere delle competenze professionali, visione ingenua delle dinamiche istituzionali e del potere, attrazione potente (insofferenza profonda) verso la sofferenza di altre persone, bisogno di trovare compensazioni affettive, conferme che mancano, senso alla propria vita, ecc.

L’eccessivo coinvolgimento attraversa ogni ruolo e professione, ogni livello gerarchico. Se più uno o l’altro non so.

A livello sociale può esserci una scotomizzazione del problema perché affrontarlo vorrebbe dire affrontare nel contempo i carichi eccessivi di lavoro, la disoccupazione, il lavoro alienante, altre facce di: 

  • la cieca rincorsa alla crescita economica così continuamente-ossessivamente da quasi tutti evocata
  • della concorrenza spietata di tutti contro tutti, della lotta senza alcuna frontiera
  • del folle e autistico individualismo che continuamente cresce
  • della perdita progressiva della più elementari forme di solidarietà e capacita di cooperazione
  • di un consumo folle e irrazionale
  • del timore-terrore sempre più diffuso di cadere nelle maglie dell’emarginazione che sempre più si espande e/o nella morsa stritolante di poteri incontrollati spinti solo ad espandersi per cancellare ogni differenza
  • della ricerca forsennata del nuovo e del meglio senza neppure più avere il tempo di capire neanche un poco quel che si fa e perché davvero lo si fa.

Lavorare a testa bassa, essere eccessivamente coinvolti nel lavoro, può essere un modo per non vedere la propria miseria, per non vedere noi stessi e davvero gli altri. Non è forse questo l’effetto di ogni droga assunta in dosi massicce?!

Quando lavoravo come un folle vedevo-sentivo davvero gli altri? Ne dubito. C’eravamo solo io e la causa, al limite gli amici della causa (indifferenziati) e i nemici (altrettanto indifferenziati).

La logica dell’attivismo sfrenato, della assunzione di dosi massicce di lavoro – che significa non poche volte lavoro inutile, quando non dannoso e che si inventa anche quando non ce n’è necessità per affermare un ruolo e un potere, lavoro spesso mal fatto, lavoro non poche volte stressante, alienante – mi sembra sempre più la logica della replicazione del sé, dell’identico.

Nell’attivismo sfrenato (sinonimo di assunzione della droga lavoro) c’è una insofferenza profonda (anche se inconsapevole) verso la pluralità delle forme di vita, una tendenza potente alla classificazione e alla uniformazione.

L’attivismo sfrenato (lavoro dopato) trasuda di fanatismo e di arroganza, soprattutto quando perde definitivamente contatto con la parte disperata di sé.

Chi sono gli altri nell’attivismo sfrenato? Dei folli o dei me mancanti (quando si pensa presente in sé la perfezione).

Si può ascoltare gli altri (le loro ragioni, le loro esperienze, le loro emozioni, il modo con cui, anche precariamente stanno insieme) se esistono solo in quanto me mancanti?

Come si fa a rendere l’idea (a chi non l’ha vissuto) del soffocante senso di oppressione che comporta sentirsi indispensabili agli altri e alla vita (non è forse così che ci si sente nell’attivismo sfrenato?!)?

Quante opportunità di vita, di esperienza, scippa-nega agli altri colui che è posseduto (soprattutto se per qualche vicissitudine ha ricchezza e potere) dalla furia di espandersi, altra faccia dell’attivismo sfrenato? Troppo spesso si guarda soprattutto a quel che fa non anche a quel che del suo fare si traduce in ostacolo e inibizione per altri.

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Ho usato indifferentemente, come sinonimi, eccessivo coinvolgimento, attivismo sfrenato, lavoro dopato. Forse sono stato un poco approssimato nel metterli insieme ma non intendo perdermi ora in troppo sottili e bizantine distinzioni.

11.7.2007 Mercoledì

E’ bene che inizi ad affrontare la seconda fase. E’ la fase della lunga crisi e se aspetto di essere pronto ad affrontarla c’è il rischio che quel momento arrivi troppo tardi e che non rimanga poi il tempo per parlare della terza.

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Periodo centrale durato vari anni caratterizzato da una significativa perdita di interesse nei confronti del lavoro, in certi momenti addirittura da senso di estraniazione e di nausea verso di esso

 

Altre circostanze vennero poi ad amplificare i problemi già presenti. La ridefinizione in atto in quegli anni (fine anni ottanta primi anni novanta) dello stato sociale e delle logiche e delle politiche con cui gestire la sanità bloccarono praticamente tutte le esperienze che coordinavo (rami secchi dell’istituzione) e mi costrinsero ad un cambio radicale (da coordinatore di varie attività ad una funzione di esecutore in un servizio nuovo). Anche queste vicissitudini pesarono sicuramente nel preparare e far esplodere la crisi. Per anni e anni venni messo (mi feci mettere?) come in frigorifero, o in cantina, o in soffitta, o in un angolo. Anche se questa sorta di conservazione-ibernazione o marginalizzazione ebbe per me non pochi vantaggi di cui dirò, allora la vissi purtroppo e per molto tempo soprattutto come un offesa e un azzeramento delle mie capacità e possibilità e a questo vissuto di azzeramento si associarono spesso e ripetutamente rabbia e profonda tristezza. Pian piano, progressivamente, il lavoro perse interesse (del resto come poteva averlo in quella situazione?!) e mi limitai a svolgerlo con sempre meno passione. Mi si chiedeva ormai di svolgere una funzione unicamente esecutiva, molto elementare, di lavorare al di sotto delle mie possibilità è un poco alla volta mi adattai a questo. Fui costretto a gestirmi ampi spazi morti, improduttivi, a tollerare a volte l’ansia di essere punito (come se fosse stata soprattutto mia la colpa della situazione in cui mi trovavo) per questo e la tristezza di verificare che non si aveva più bisogno di me, di quel che credevo di saper fare, a tollerare l’idea che grandissima parte della fatica precedentemente svolta era servita a poco, se non a nulla, a sopportare quella che allora mi sembrava spesso una sorta di ingratitudine istituzionale (come se l’istituzione in cui avevo lavorato e lavoravo dovesse essere simile ad una persona che ha memoria di quello che ognuno aveva fatto e faceva e dovesse poi conseguentemente con giustizia ed equità distribuire meriti e ruoli). Se prima ero stato iperattivo e ipercoinvolto ora pian piano diventavo sempre più passivo, distante-distaccato dal lavoro fino al punto da provare periodicamente anche nausea verso di esso. Il problema principale ora non era più quello di dovermi difendere dal sovraccarico delle attività da intraprendere, dalla smania di fare, che pure ogni tanto (anche senza cose concrete da fare) ritornava per poi però scomparire assai presto, era piuttosto quella di contenere la nausea che provavo verso il lavoro, l’apatia e il disinteresse che mi assalivano, la tristezza che accompagnava spesso le mie giornate, la tentazione di ribellarmi apertamente a tutto ciò che a volte mi assaliva, o di cedere al sabotaggio e all’ostruzionismo.

Il managerismo, il tecnicismo, il pragmatismo, l’economicismo sempre più diffusi in azienda e non solo mi facevano sorridere, erano sempre più ridicoli (e lo sono spesso ancora) ai miei occhi. Mi sentivo sempre più una sorta di alieno nel lavoro. Nella situazione che si stava profilando preferivo stare ai margini. Non mi avevano solo marginalizzato, io stesso non volevo avere nulla a che fare con tutto ciò. Né, per fortuna, mi misi in testa di combattere frontalmente il nuovo corso delle cose. Qualcosa che cominciavo a capire pensando alle esperienze precedenti mi veniva in aiuto. Cominciai a sentire che una lotta contro tutto ciò sarebbe stata impari, che ero ormai solo, o nel migliore dei casi collocato in una debolissima e dispersa e disperata minoranza. Si fece sempre più chiara in me la consapevolezza che a governare le istituzioni erano semplicemente logiche mille e miglia distanti da quelle che prima immaginavo attive, logiche che presiedevano più che alla tendenziale ricerca della ragione e della giustizia sociale alla riproduzione e all’accrescimento di appartenenze, interessi, poteri. Passare da una logica all’altra non era tanto facile come, ingenuamente, avevo immaginato. Ora ne sapevo qualcosa anche sulla mia pelle. Cominciavo ad intravedere sempre più chiaramente che senza padrini e appartenenze nelle istituzioni era facile essere destinati alla marginalità. Iniziai a rivedere e a ripensare continuamente – uno spazio abbastanza isolato e tempi morti per farlo li avevo – la mia passata esperienza professionale e un po’ alla volta si evidenziarono anche i miei errori, le mie ingenuità. Quando non ero triste, melanconico, e lo ero spesso, mi sentivo distante-distaccato un po’ da tutto. Ora mi vivevo sempre più spesso come uno spettatore o una comparsa piuttosto che un attore e cominciai sempre più ad analizzare e osservare con attenzione quel che accadeva attorno a me. Nel tempo extralavorativo non mi occupavo più come una volta di problemi strettamente connessi al lavoro. Ricominciai ad interessarmi e ad interrogarmi sui grandi problemi sociali, sui cambiamenti globali in atto, sui temi-dilemmi della vita che riesplodevano dentro di me. Era come se tutto fosse rimesso in discussione, con l’ansia e la smania di capire che ciò portava con sé.

12.7.2007 Giovedì

Periodo centrale durato vari anni caratterizzato da una significativa perdita di interesse nei confronti del lavoro, in certi momenti addirittura da senso di estraniazione e di nausea verso di esso

Ogni tanto guardando alla mia esperienza lavorativa precedente e pensando a quello che stava accadendo allora mi chiedevo meravigliato come era potuto avvenire che una persona come me tanto coinvolta e motivata potesse trovarsi ora così distaccata, quando addirittura non nauseata, del lavoro che doveva fare. Era una domanda tra le infinite che mi assalivano in quegli anni tormentati. Tutto si stava ridefinendo (come? chi poteva saperlo?) in me. Vedevo sempre più e sempre meglio gli errori commessi in passato, le illusioni di cui mi ero nutrito, e perdevo sempre più stima di me (vedevo sempre più lucidamente quanto ero stato ingenuo e nel contempo stupidamente presuntuoso e a volte forse anche arrogante). Un vantaggio di tutto ciò fu che gli altri crebbero di valore ai miei occhi, che cominciai a pensare a loro non più come a qualcosa a cui mancava qualcos’altro (che io prima possedevo), dei me difettosi, ma come a qualcuno di tanto diverso e anche migliore di me. Ricordo che mi meravigliavo spesso di come non avevo potuto capire-vedere tutto ciò prima. Ora era così chiaro, così elementare. Come avevo fatto a non vedere? Come avevo potuto sbagliare per anni e anni a valutare gli altri e la realtà? E se avevo sbagliato nel passato come potevo pensare di non sbagliare ancora nel presente e nel futuro? Quanto potevo fidarmi ancora di me stesso? Piano piano fui assalito e accompagnato quotidianamente da dubbi e incertezze. Questo cambiamento fu veramente importante perché allora cooperare-collaborare da pari a pari o anche essere in una posizione subalterna mi venne sempre più naturale. Molte delle mie sicurezze erano come crollate, diventate precarie, e preferivo di gran lunga essere governato che governare, coordinato che coordinare, avere compiti esecutivi ed elementari piuttosto che direttivi e complessi. Stando poi in questo stato per anni le capacità che avevo sviluppato un tempo, non essendo più messe in campo, si erano come atrofizzate e avevo paura ad esercitarle ed ero sempre più impacciato quando, ogni tanto, mi veniva chiesto di metterle in gioco ancora. Cercavo sempre più di evitare queste situazioni. A volte questo mio comportamento veniva vissuto come ostruzionismo, protesta. A volte lo era anche, il più spesso no. Non avevo più alcuna fiducia in me stesso, capivo a stento il senso delle iniziative che venivano messe in atto. Come avrei potuto coordinare qualcosa in questa situazione? Come potevo svolgere attività complesse, importanti? Per fortuna c’erano altri a fare questo. Certo non tutti lo facevano come avrei desiderato lo facessero ma comunque lo facevano. Smisi di essere, come lo ero prima, ipercritico nei loro confronti. In certi momenti ammiravo anche la fatica che immaginavo dovevano fare ogni giorno. Io, nella situazione in cui mi trovavo ora, sarei entrato nel panico a confrontarmi con tutta la complessità che quelle azioni comportavano. I vantaggi che sino a qualche anno prima credevo che la conoscenza mi aveva dato e mi avrebbe sempre più dato ora diventavano sempre più un handicap. Cominciai a capire anche che si potesse provare soddisfazione nell' essere diretti e governati (cosa prima per me inconcepibile), come si potesse avere anche paura della libertà e della responsabilità. Cominciai ad accettare con meno fatica di un tempo differenze, gerarchie, dolore, ingiustizie, l’irrazionalità e l’enigmaticità della vita. In certi momenti si fece avanti un pensiero che poi diventò sempre più centrale nella mia vita: non solo non sapevo più come essere utile agli altri

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