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Fragili equilibri Riflessioni su un percorso professionale / Anonimo II° PARTE

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Sollecitato dallo scritto Stramaledetta sensibilità presente nel sito (riportato in appendice), l'autore racconta, tra eccessi e conflitti, in una sorta di diario tenuto per un mese, la sua lunga esperienza professionale, i fragili equilibri costruiti/costruitisi per affrontare le situazioni incontrate, i vari ruoli vissuti.

13.7.2007 Venerdì

Periodo centrale durato vari anni caratterizzato da una significativa perdita di interesse nei confronti del lavoro, in certi momenti addirittura da senso di estraniazione e di nausea verso di esso

Non so se ci può essere, nella tarda mezza età, qualcosa di più efficace per ridimensionare il ruolo del lavoro nella vita di una persona che una seria malattia e un rapporto sentimentale alla fin fine frustrante e doloroso-disperante insieme. Un peso altrettanto importante l’avrebbe sicuramente una grave malattia di un famigliare, un lutto famigliare (la morte di un figlio, del partner), adolescenze disastrose dei figli. So che ci sono persone che nonostante esperienze di questo tipo non ridimensionano più di tanto il loro rapporto con il lavoro. Alcune anzi lo rinsaldano, si coinvolgono – trascorso il periodo critico – ancora di più con esso. Quindi non devo generalizzare. Ogni storia è diversa dalle altre. In me che il distacco dal lavoro era già in atto da anni questi eventi furono solo una occasione in più per disinvestirlo (di interesse, o forse è più corretto dire di aspettative) ancora.

Non so da dove cominciare per parlare di queste esperienze, non so come dire, come mostrare, anche perché io stesso non lo so più di tanto, quale funzione ebbero nell’ulteriore ridefinizione che avvenne non solo del mio rapporto con il lavoro ma anche più in generale con la vita. Mai come in questo periodo mi fu chiaro quanto tutto (lavoro, vita privata, vita affettiva, vita sociale, ecc.) sia complessamente e enigmaticamente interrelato, come sia a volte pericoloso il nostro separare, dividere, classificare, schematizzare, generalizzare. Dire quanta importanza abbia avuto il rapporto con la malattia (e con i rischi che essa comporta poi nel tempo e con i quali dovrò convivere sempre) oppure quanta un innamoramento non corrisposto è per me impossibile. Tendo a pensare che l’esperienza sentimentale sia stata la più importante ma non saprei mostrarlo. E non lo voglio neppure, neanche con la maschera dell’anonimato. Non voglio tornare su una ferita ancora aperta. Non voglio entrare in uno spazio così intimo. Furono dunque due esperienze che modificarono tutto il mio modo di essere, fuori e dentro l’ambiente di lavoro. Del resto furono anni questi (approssimativamente fine anni novanta e primi anni del secolo) in cui tutto subì ai miei occhi profondi cambiamenti. Tutto diventò sempre più sfuggente, indefinibile, liquido, frammentato, incerto. Con una vita sentimentale per anni e anni alla deriva la fiducia nelle mia capacità di governare la realtà fu scossa irreparabilmente. Già prima era ridotta praticamente a zero, ora non poteva che continuare a scendere la china. Le pretese di potere tramite la conoscenza governare la realtà divennero giorno per giorno, anno dopo anno, sempre più ridicole. Imparai piano piano, con grande fatica e sollievo nel contempo, a vedere anche l’aspetto non tragico di questa situazione, a sentire e vedere sempre più la vita per quella che era senza volerla far stare di forza in quella che pensavo prima dovesse essere. La sofferenza, l’ingiustizia, la malattia, la morte, l’incomprensione tra persone, la solitudine, l’odio, la violenza, l’arbitrio, l’ambivalenza, l’incoerenza, il tradimento, la gelosia, l’invidia, l’ipocrisia, la parte grigia e nera della vita trovarono un ruolo davvero reale questa volta dentro di me e incominciai a vivere anche con loro. Dopo trent’anni di studi e riflessioni l’abc della vita entrò da altri canali dentro di me. L’enigma della vita venne in me senza più ricevere l’inospitalità di prima. Non riesco proprio a dire quel che accadde in quegli anni. Alla disperazione si alternavano stati di rilassamento mai vissuti prima. Tutto stava mutando. Molto era già cambiato. Il processo era ancora in atto. I ritmi della mia vita cambiarono profondamente. Scoprii le pause. Grande conquista. Scoprii quante persone belle e interessanti che non ero io mi stavano vicine. Mi scoprii asociale e solo, un poco autistico, ma anche veramente interessato agli altri. Furono gli anni in cui mi si spalancò davanti in tutto il suo splendore la multiforme bellezza della vita. Ma anche la sua inaccessibilità, la sua distanza. Il lavoro era solo un frammento di tutto questo nuovo universo che si rivelava e mi si apriva davanti.

In questa situazione trovare punti fermi per legittimarmi moralmente azioni di possibile coordinamento di attività pratiche nel lavoro o azioni di una certa complessità, immaginare di dovermi comportare come se avessi in testa soluzioni ai problemi di cui mi ero sempre occupato (terapeutici, educativi, formativi, relazionali, organizzativi, sociali) fu per me sempre più inconcepibile. Non posso dire di essere uscito nemmeno ora da questa situazione anche se, come dirò poi, qualcosa forse sta cambiando. Semmai c’era ancora un residuo di fiducia nelle mie capacità di governo fu in quegli anni pressoché azzerata. Non solo la mia vita professionale mi apparve in quel periodo alla fin fine a conti fatti un fallimento, un aver girato e girato a vuoto per anni e anni, anche quella affettiva mi sembrò sempre più spesso incomprensibile e fallimentare. E un fallimento richiamava l’altro. Ma poi anche pensare in termini di fallimenti perdeva senso. Uno stato richiamava il suo opposto. La vita pulsava dentro di me come mai era accaduto prima. Nel contempo, anche se vivevo molto più di prima, mi sembrava ancora di non vivere. Da una parte l’innamoramento mi salvava dalla depressione che incombeva, dall’altra lo scoprire che non era corrisposto mi rigettava sempre più in essa. In famiglia i conflitti coniugali e con i figli adolescenti erano nell’agenda di ogni giorno ma anche esplodevano improvvisi. Depresso, disperato, confuso, profondamente felice in certi momenti, sbattuto da una parte e dall’altra in conflitti e problemi più grandi di me continuavo come potevo, con residue risorse e capacità, a continuare a lavorare. Per fortuna dove mi trovavo mi si chiedevano compiti elementari, al di sotto delle mie passate sperimentate capacità. Ora quelle capacità avevano fondamenta di sabbia ed era meglio, molto meglio, non doverle mettere in gioco. Il caso (la fortuna) volle che in quegli anni nel servizio in cui lavoravo nessuno pensò che c’era bisogno di esse. Nessuno pensò di farmi la richiesta di metterle in gioco. Forse il solo vedermi scoraggiava gli altri dal farlo. Se c’era mai stata in me una qualche ambizione professionale (qualcosa era presente nel passato) e qualche residuo ancora presente in quegli anni le feci un bel funerale e mi liberai definitivamente di un bel peso.

14.7.2007 Sabato

Periodo centrale durato vari anni caratterizzato da una significativa perdita di interesse nei confronti del lavoro, in certi momenti addirittura da senso di estraniazione e di nausea verso di esso

A volte non so se sia finita davvero questa fase, se la crisi (con il lavoro ma non solo) sia in qualche modo davvero chiusa. Ogni tanto mi assale il timore che anche il resto della mia vita debba svolgersi in una sorta di crisi perpetua. Altre volte invece sento che qualcosa è mutato, che sto trovando (si sta strutturando) un nuovo equilibrio, seppur anche questo, lo so, precario. Comunque sia anche i germi di questa nuova fase (se davvero c’è), e di cui parlerò più avanti, erano in qualche modo presenti già all’interno di questa lunga crisi vissuta. Anche su questo punto non ho le idee molto chiare, è più che altro un sentire quello di cui parlo. Alcuni pensieri (e ricordi) si collegano a questo sentire. Ne elenco alcuni: penso a ciò che mi ha impedito di cedere alla disperazione più cupa e distruttiva e ad atteggiamenti ostruzionistici e addirittura sabotatori, a ciò che mi ha indotto tanto spesso alla collaborazione e alla cooperazione, che non mi ha fatto sentire più di tanto umiliato da lavori molto elementari che mi venivano assegnati, a ciò che mi ha protetto da sentimenti di vendetta quando venivo ferito. Una parte di me quindi ha tenuto duro. Non so dire bene perché né che parte è, posso solo non smettere di ringraziarla e di sentirmi fortunato ad averla dentro di me. E’ lei che mi è stata vicino e mi ha guidato nei momenti più cupi, nei momenti di più profonda solitudine. Non posso e non voglio dir altro a riguardo. Più di me, molto più di me, non ama mostrarsi.

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17.7.2007 Martedì

Sono a buon punto. Per il timore di non avere il tempo sufficiente per abbozzare almeno un poco una narrazione di ciò che ho vissuto e per dire qualcosa su quel che ho pensato e penso sul tema mi sono mosso velocemente. Sono a tre quarti del mio percorso narrativo e le idee, le osservazioni sparse e frammentate, hanno già trovato il loro spazio e quelle che rimangono verranno, se devono venire, a tempo debito. Cosa stia emergendo da questi mie annotazioni non so. Non posso valutare più di tanto quel che faccio.

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Non è la prima volta che penso di sapere qualcosa di interessante su un tema-problema prima di parlarne a qualcuno e di scoprire poi invece, quando lo faccio, che so meno di quello che immaginavo e che quel che so non è particolarmente significativo come credevo. E’ quello che sta accadendo anche ora. D’altra parte qualche piccola scoperta avviene sempre mentre si fanno questi tentativi e se ci penso bene ormai da anni e anni la mia vita mentale è caratterizzata da tante piccole, spesso impercettibili, scoperte (a volte sembrano già un attimo dopo la scoperta dell’acqua calda o lo sfondamento di una porta aperta) piuttosto che da potenti e improvvise illuminazioni che in un attimo mutano tutto. Anche la crisi vissuta è durata anni e anni e passo dopo passo – anche senza averne puntuale consapevolezza – il mio modo di vedere e vivere il lavoro e la vita sono cambiati profondamente.

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Prima di passare alla terza fase penso di soffermarmi ancora su questa seconda. Che mi risulti gli operatori non amano parlare pubblicamente delle loro difficoltà, o almeno io non conosco molti materiali di questo tipo. Li capisco bene. Io stesso senza l’anonimato non avrei mai fatto il passo di buttare giù queste note. Solitamente parlano gli esperti per loro, codificando le loro difficoltà con alcuni termini inglesi (bourn-out / mobbing / bossing). Arrivati a quel punto i disagi, le disperazioni, i tormenti, i conflitti, il dolore e molte delle riflessioni personali ad essi connessi sono come depurati da un linguaggio teorico che filtra e anestetizza il lettore che viene a contatto con tutto ciò. Fanno un altro effetto, hanno sicuramente un altro impatto. Non dico che non servano, solo che hanno un altro impatto. Ricordo che anni fa, per rimediare a questa mancanza, mi misi in testa di provare a raccogliere dal vivo alcune testimonianze sulle crisi professionali. E’ evidente ora che speravo anche di sbattermi meglio la mia. Fortunatamente capii in tempo in che razza di difficile faticoso invischiante lavoro mi stavo mettendo e così evitai, masochisticamente, di collezionare un altro fallimento e di mettermi nei guai. Ho fatto bene allora a non avventurarmi in questo lavoro. Non ne avrei avuto le forze. Forse queste mie note sono un tentativo di dare almeno un piccolo contributo a quel lavoro mai intrapreso e che forse non si intraprenderà mai.

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Perché ho scritto che non si intraprenderà mai? Ho detto forse. Penso forse che se non l’ho fatto io nessuno altro potrà farlo? Sono ancora così presuntuoso? Non lo so cosa penso, se sono ancora presuntuoso. So, immagino, sia un lavoro veramente difficile da intraprendere e portare avanti e forse ho avuto una momento di caduta nel pessimismo.

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Su cosa poggia l’atto di lasciare testimonianza della propria esperienza? Forse sull’idea che al di là di tutte le differenze nel fondo gli uomini si assomiglino, che quindi in ogni uomo ci sono potenzialmente tutti gli uomini, che, infine, se ciò è vero, parlando di sé ognuno parla anche, almeno un poco, di tutti gli altri, per tutti gli altri, con tutti gli altri.

Cosa fa sì che una testimonianza parli davvero anche di tutti gli altri, per tutti gli altri, con tutti gli altri uomini? Che lavoro deve fare chi lascia testimonianza e quale colui che la legge?

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Devo parlare di più di questo periodo di crisi. E’ ancora presto per passare oltre.

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Crisi è nel contempo sofferenza disorientamento e opportunità di cambiamento (in peggio o in meglio, e a volte il peggio in realtà poi può diventare in un secondo momento il meglio e il meglio altre volte poi il peggio). Si può cambiare davvero senza vivere crisi? Me lo sono chiesto più volte negli anni passati. Se un professionista non sa parlare delle proprie crisi cosa significa? Che non sono mai avvenuti profondi cambiamenti nella sua vita professionale? Che è stato così fortunato ed equilibrato da non averne mai avute? Che le crisi si sono diluite in mille modi? Che sono state affrontate subito con intelligenza e saggezza e quindi non si sono mai ingigantite e sono passate come inosservate? Che i problemi sono ancora inespressi e negati e prima o poi si manifesteranno? Che sono state vissute ma non se ne parla? Tanti colleghi, a differenza di me, sembrano essere passati indenni da questa fase (come definirla? della maturità professionale?) della vita professionale. Non nascondo che constatare questo a volte mi deprime mentre altre volte mi meraviglia assai.

Quali sono i segni più evidenti del mio essere entrato in crisi nel rapporto con il lavoro? Elenco quelli che mi sembrano ora i più importanti, non in un ordine rigoroso di importanza:

  • lavorare era diventato per me, per anni e anni, qualcosa che svolgevo senza particolare interesse, senza passione, in non pochi momenti con fatica e anche, per fortuna raramente, con una sorta di nausea dentro  
  • lavoravo svolgendo funzioni molto inferiori dal punto di vista funzionale e professionale a quelle che svolgevo prima
  • avevo perso pressoché tutta la fiducia che avevo prima nella possibilità di mettere in gioco le mie capacità e le mie conoscenze per cercare di trasformare le realtà relazionali e organizzative nel tentativo di dare migliori risposte agli utenti. Non riuscivo più a credere nel potere delle uniche leve (la conoscenza e le competenze da una parte e certi valori [il richiamo alla ragione, alla giustizia sociale, alla cooperazione] dall’altra) che avevo cercato sempre più di accrescere e perfezionare e continuamente di evocare
  • questa sfiducia non era (non mi appariva) un fatto contingente, congiunturale, non era più (non mi appariva più) legata all’idea di non avere ancora abbastanza conoscenza e competenza da mettere in gioco e capacita di promuovere certi valori ma ad una visione della vita, della realtà, che stava profondamente mutando rispetto a quella di prima. In questa nuova visione (dentro la quale sono forse ancora) mi sentivo, e sentivo l’uomo, come me allora, trasportato alla deriva da forze enigmatiche e misteriose, forze non più necessariamente benevole (la ragione, la giustizia…) ma anche forze negative e distruttive e comunque indecifrabili e indefinibili
  • con questa sfiducia dentro non potevo fondare più saldamento come un tempo (a meno di ingannare me stesso e gli altri) la mia professione che era ora minata alle radici.  

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La crisi professionale vissuta (strettamente connessa all’emergere di un nuovo modo di vedere il mondo e la funzione della conoscenza al suo interno) si è strettamente interconnessa ad un acutizzarsi di quella coniugale (già da tempo presente), ad una esperienza sentimentale dolorosa, ad una malattia seria. Come si fa a dire quanto e come una abbia influenzato le altre e si sia da esse fatta influenzare?

18.7.2007 Mercoledì

La mia crisi professionale e personale è più o meno esplosa in quella età (di mezzo) in cui non è raro giunga una crisi. Forse mi sbaglio ma a mio parere di questa crisi di mezz’età si parla poco in termini approfonditi, e nel contempo troppo e superficialmente e male, che è forse ancora peggio. Ho letto negli anni passati qua e là qualcosa per documentarmi. Ho scoperto così – magra consolazione – che in questo periodo della vita non è raro vivere profondi conflitti, crisi, scompensi, cambiamenti. Non è improbabile che in alcuni casi, come nel mio, anche il rapporto con il lavoro subisca profondi cambiamenti. Non nascondo il desiderio che ho di conoscere queste altre storie, queste altre esperienze. Forse è anche per questo che mi sono messo a scrivere questo diario.

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Mi illudo davvero che altri che hanno vissuto qualcosa di simile a me leggendo queste mie sconclusionate note poi scrivano anche loro qualcosa e lo mettano in circolo?

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Che altro posso aggiungere su questo lungo periodo di crisi, di distacco dal lavoro, di perdita di interesse (ma era poi veramente cosi? o era un altro modo di essere interessato ad esso?) nei suoi confronti? Posso solo aggiungere, anche ripetendomi, qualche osservazione e qualche pensiero sparsi e sconnessi.

In certi momenti mi sembra di aver ancora tante cose da dire, in altri temo che più aggiungo più complico le cose, più ingarbuglio la matassa.

Cosa associo alla crisi vissuta? Senza un ordine preciso:

  • tristezza, malinconia, ansia, disorientamento, insicurezza, necessità di ridurre gli impegni e i rapporti, isolamento, solitudine cercata e subita, insofferenza verso molte relazioni, sensazione di una irriducibile distanza dagli altri, incomunicabilità, paura, rabbia, senso di inutilità, senso di inadeguatezza, di abbandono, timore di assumere responsabilità, perdita di senso, nausea, fastidio, imbarazzo, impaccio, disagio, dubbi ricorrenti, domande su domande che nascono e si richiamano e che non trovano risposte, sensazione ricorrente di essere alla deriva, di essere irreparabilmente al margine, fuori gioco, di non farcela più, microparanoie, periodiche ansie ipocondriache, precarizzazione di ogni rapporto o sapere, emergere delle parti grigie e nere della vita (manipolazione, ipocrisia, arbitrio, invidia, violenza, distruttività, ecc)…
  • l’interrogarmi continuo, l’osservazione sempre più attenta di me stesso e di chi mi viveva vicino, la sospensione per lunghi periodi del giudizio su me stesso e sugli altri, lo sforzo di rendermi almeno un po’ utile cercando di collaborare tutte le volte che mi sembrava possibile, l’attenzione crescente a non fami agire dalla rabbia dall’ostruzionismo dalla invidia dalla gelosia dalla vendetta, il crescere dell’interesse verso tutto e tutti che ora ero davvero consapevole di non conoscere e di non potere più di tanto conoscere (e che mi si presentavano come completamente nuovi, come visti per la prima volta), il senso sempre più chiaro dei miei limiti, la capacità che si sviluppava di stare in attesa (anche del nulla che doveva-poteva venire), l’apertura al nuovo, all’imprevisto, alla straordinarietà di ogni evento quotidiano, la sensazione anche positiva di dover ricominciare da zero, il senso di meraviglia e di stupore che tornavano dopo tanto tempo di nuovo a manifestarsi…
  • il cambiamento in atto delle mie idee sulla vita, sul mondo, sulla storia, sulla conoscenza, sulla possibilità (sempre più impossibilità) dell’uomo di governare la sua vita.

19.7.2007 Giovedì

Non posso passare oltre, non ancora. Devo rimanere un altro po’ sulla crisi, anche se so che il mio tentativo di descriverla è ridicolmente inadeguato. Già è difficile descriverla, figuriamoci poi spiegarla. D’altra parte le due cose stanno inevitabilmente insieme, intrecciate, si richiamano, anche per sorreggersi a vicenda.

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Si può tentare di descrivere e spiegare uno stato mentale-emotivo anche caotico senza essere in certi momenti caotici?

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Ancora sulla crisi. Qualcosa sulla sfiducia in me stesso che cresceva, sulla perdita (anche salutare, anche molto salutare) di stima in me stesso, nelle mie capacità umane e professionali, sulla abitudine alla condizione di marginalità (pian piano divenuta positiva, valutata in termini anche positivi).

E’ un punto direi non secondario (come è difficile distinguere quel che è primario da quel che è secondario) questo. Ne ho già fatto alcuni accenni sopra. Ho bisogno di ritornarci.

Intanto anche qui distinguere i piani – quello diciamo più personale, privato, e quello professionale – è impossibile, si richiamano, si sovrappongono, coincidono. Per fare un esempio: chi come me si è occupato professionalmente per una vita di problemi connessi alla dimensione organizzativa della vita sociale, alla cura, alla educazione, alla formazione può essere indifferente di fronte alla scoperta di non sapere amare e di non essere capace di farsi amare da una donna, di non saper curare se stesso, di non sapere educare i propri figli? Può questa scoperta non ripercuotersi sul piano professionale? Le distinzioni tra questi piani, se prima c’erano in qualche forma, in quegli anni saltarono completamente. Non so da dove cominciare per descrivere quel che accadde. Era pressoché continuo il mio sentirmi inadeguato. Ero inadeguato, mi sentivo inadeguato, sempre più inadeguato su tutti i piani, mi sentii in questa condizione per anni e anni, e mi accorsi piano piano che la vita continuava anche senza di me, nonostante la mia inadeguatezza. Sentivo inadeguato me stesso ma anche tutta la conoscenza acquisita, e la conoscenza psico-sociale più in generale. Non era solo depressiva questa condizione. Lo fu soprattutto per una lunga fase iniziale. In un secondo momento mi diede anche una leggerezza e una libertà mai avute prima. Cominciai a stare meglio, a volte anche bene, con questa mia inadeguatezza. Non mi sentivo più essenziale a nessuno (ormai non mi illudevo più come prima di essere importante per la persona di cui mi ero innamorato). E’ vero che a tutto ciò si associava a volte il terrore di essere punito, eliminato perché indegno di vivere, ma pian piano anche questo terrore si ridusse. Sentirmi una sorta di optional della vita mi evitava di cacciarmi nei guai come facevo spesso un tempo. Non avevo più come prima l’ossessione-presunzione di mostrare-dimostrare che anch’io facevo la mia parte nel promuovere la vita, che ero in grado di fare la mia parte, che potevo anch’io indicare una strada ad altri. Ora semmai il problema era il contrario, era quello di avere un minimo di rassicurazione di non esserle troppo di ostacolo. E in questa situazione fare poco o nulla non era più per me qualcosa di inaccettabile, di condannabile. Non sapendo cosa fare, cosa avesse particolare senso fare, fare poco, anche qualcosa di elementare, magari ciò che altri non volevano fare perché un po’ umiliante o svalorizzante, per me era più che sufficiente. Ormai non potevo dare più per scontato che ero dalla parte della vita. Non potevo pensare che la vita fosse dalla mia parte. In base a cosa avevo pensato un tempo che fosse così? In base a cosa ero potuto essere così stupidamente presuntuoso? Come potevo pensare di essere dalla parte della vita se la mia vita sentimentale era un disastro, se la mia professione non aveva più fondamenti, se avevo trascurato me stesso fino al punto da contribuire alla malattia che mi era venuta, se non capivo più cosa stava accadendo dentro e fuori di me, se vivevo senza particolari progetti o con progettucoli che venivano e scomparivano e che avevano il respiro di giorni o al massimo qualche mese? Pian piano (uso ancora questa espressione più che altro per dire che ci volle tempo perché le cose prendessero una certa forma, non certo per dire che tutto procedeva con calma e ordine, semmai il più spesso avveniva il contrario ed ero dominato dall’ansia, la smania di fare, di trovate soluzioni, dalla confusione) mi abituai a sentirmi marginale, accidentale, opzionale, un poco alieno. Anche questa mi sembra sempre più una conquista che una perdita. Ci volle però non poco tempo per arrivare a questo. Assieme al disagio e alla sofferenza a ciò connessi una nuova visione della vita si faceva spazio a sgomitate dentro di me. Fu essa a ribaltare ogni prospettiva. Da allora un po’ tutto è mutato.

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Ho riletto la nota sopra. E’ veramente poca cosa rispetto a ciò che è accaduto ma forse è meglio poco che nulla.

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A proposito del cambiamento nella visione della vita avvenuto ho definito ogni tanto nel passato la mia prima fase come illuminista e quella seguente, nata dentro il periodo di crisi e che sto ancora probabilmente vivendo, neoromantica. Ha ancora un senso fare riferimento a questa molto approssimata distinzione? Non so.

20.7.2007 Venerdì

Senso di inadeguatezza, di precarietà di ogni cosa, di fragilità, di debolezza, di impotenza, di abbandono alla casualità della vita: altro modo di descrivere il periodo di crisi.

E poi ancora: valorizzazione del sentire, dell’intuire, dell’esperienza estetica e di certa esperienza religiosa. Fastidio-nausea verso le borie scientiste e tecniciste. Realtà-vita come enigma che si rivela solo quando può e vuole, anche indipendentemente dai nostri sforzi di conoscerla.

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Non una sola volta ho pensato che semmai si nasce nella vita io ero nato in quel momento. Pensandoci bene è come se in quegli anni fossi nato e morto mille volte.

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Passaggio da una vita tendenzialmente attiva ad una tendenzialmente contemplativa. Non è stata una meta secondaria questa in questo periodo, prima dell’arrivo dell’esperienza dell’innamoramento. Forse è stato l’unico progetto, l’unico obiettivo a lungo periodo avuto.

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Non posso, non riesco, a parlare dell’esperienza dell’innamoramento. So che senza questa parte il mio narrare e argomentare è fragile, debole, assai incompleto. D’altra parte lo rimarrebbe sicuramente anche se mi avventurassi nel tentativo di raccontare questa esperienza cercando di collocarla nella trama narrativa e riflessiva (c’è una trama riflessiva?). Non sono per nulla pronto per questo. E’ inutile che forzi me stesso.

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Esiste una esperienza che evochi l’eccessivo coinvolgimento e l’enigmatica dell’esistenza più di un innamoramento non corrisposto?

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E la malattia? Cosa dire del suo peso? Cosa dire della fragilità, della precarietà, del senso del limite (con il senno del poi non so come ringraziarla per questo) che introduceva quotidianamente nella mia vita? Ad essa associo tristezza, ansia, paura ma anche, sempre di più nel tempo, le tante opportunità che mi ha dato. Forse è soprattutto grazie a lei che dopo anni e anni di follia sono ritornato a sentire la complessità e la bellezza della vita, che sono potuto uscire da un cieco coinvolgimento con il lavoro che mi impediva di vivere davvero.

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E i conflitti famigliari pressoché quotidiani per anni e anni vissuti e ancora attivi? Un capitolo questo in cui mi perdo. Luogo dei problemi, dei conflitti, dello sfibramento ma anche sicuramente in varie forme luogo del sostegno. Se e quanto più l’uno e l’altro chi può saperlo? Non io.

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E il pietoso spettacolo della vita politica di questi ultimi decenni? E’ il nauseante evolversi del mondo dei media? E’ i drammi della vita civile, sociale? E’ chiaro che non si finisce mai per questa china. Si può forse dire che tutto ciò sia secondario e centri poco con l’entusiasmo e la passione che si mette o meno nel lavoro? Non so per altri ma per me no, non è stato per molto tempo secondario tutto ciò. Per troppo tempo ho pensato, non so più ora, il mio lavoro come un contributo possibile alla crescita politica e civile. Osservare lo sfacelo di questi decenni ha contribuito probabilmente non poco a deprimermi e a sgonfiare i miei entusiasmi verso il lavoro. Potrebbe del resto essere diversamente per chi per anni e anni si è ritenuto, come tante altre persone anche di altre professioni più o meno strettamente imparentate alla mia, fondamentalmente un operatore sociale?!

21.7.2007 Sabato

Non posso soffermarmi oltre sul periodo di crisi. Alla fine della prossima settimana termina il tempo che mi sono dato per questo lavoro e voglio rispettare questa scadenza. E’ bene che inizi ad affrontare la terza fase.

Terzo periodo nel quale mi trovo da qualche tempo (non so definire bene l’inizio, forse due o tre anni fa) nel quale si alternano confusamente e/o coesistono situazioni di eccessivo coinvolgimento e di eccessivo distacco dal lavoro, in cui fatico ancora, nonostante abbia preso consapevolezza di tante cose nei lunghi anni di crisi che sono passati, a trovare un equilibrato rapporto con esso.

Ho detto che questa fase (se davvero esiste) è forse iniziata due o tre anni fa. Quando l’ho scritto pensavo sicuramente soprattutto ad una iniziativa di cui sono il referente e che sto ora seguendo con un certo interesse e con un certo impegno. Da molto non accadeva più qualcosa del genere. Ogni tanto mi accorgo mentre sono impegnato in essa che ritorna l’entusiasmo (anche eccessivo, o che temo diventi eccessivo) di un tempo. Poi però è anche vero che gli stati di distacco-disinteresse verso il lavoro continuano. Ora che sto riprendendo interesse per certe cose molte altre di quelle che faccio (quelle più elementari ed esecutive) diventano più faticose. Il problema però non è solo qui. La mia vita professionale ora è per certi versi più scissa (alternanza di momenti di interesse e di demotivazione, di apatia) di prima. Probabilmente sto ritornando a difendermi dalla eventualità di ritornare ad essere ipercoinvolto come un tempo e forse è anche per questo che in certi momenti diventa intenso il desiderio di evadere, la fatica di svolgere le attività quotidiane. Non sono ancora sicuro se riuscirò a trovare finalmente un certo equilibrio nel rapporto con il lavoro. Salto ancora, sono trascinato ancora, da un estremo all’altro. Ho ancora vari anni davanti prima della pensione (ma dopo aver per una vita fatto lavori come questi si va poi davvero in pensione?). Ho un tempo significativo per provare a seguire-perseguire-costruire qualcosa ma so nel contempo ormai (per averlo visto e sperimentato molte volte) che non è benefare troppi progetti, investire troppo in qualcosa, che basta nulla perché tutto il contesto attorno a me muti e tutto si azzeri, che seguire troppo i propri desideri e progetti è anche sbagliato, che le logiche con cui si muovono le istituzioni sono per me spesso inaccessibili, inafferrabili e/o estranee. Non poche esperienze della mia vita mi dicono che non devo più innamorarmi di nulla e di nessuno (coinvolgermi troppo con nulla e con nessuno) se non voglio soffrire poi troppo. Nel contempo so che non riesco a vivere senza innamorarmi in qualche modo di qualcosa e di qualcuno. Non sono io che posso decidere su questo. Che fare allora? Non so. Vedrò volta a volta quel che accadrà. Valuterò coso per caso, situazione per situazione. Non voglio più fare la follia di voler piegare la vita ai miei bisogni, alle mie illusioni, nel contempo non posso non cercare volta a volta di prendere posizione nei confronti di chi per fortuna o sfortuna è stato messo, o verrà messo, in relazione con me ad affrontarla.

Non so, lo ripeto, perché ho parlato di una terza fase. Non so se esiste davvero. Forse è il desiderio di vederla sorgere ad avermela fatta inventare, forse intuisco un cambiamento in atto che ancora non è ben definito in me. Forse è la ferita sentimentale vissuta e ancora sanguinante ad avermi rigettato ancora una volta nelle braccia del lavoro e a dirmi di ripristinare un nuovo rapporto con esso. Ora però, rispetto ad un tempo, il mio rapporto con il lavoro è più disincantato e so che non può darmi quel che in un’altra sfera della vita più importante non so ancora vivere, non ho.

Cosa è cambiato in me rispetto al periodo di lunga crisi vissuto?

A parte certi momenti mi sento generalmente meno agitato emotivamente, mediamente meno ansioso e depresso, meno in balia di forti emozioni. Più disincantato ma ancora incantato di fronte alla vita. Più solo ma un po’ più abituato a star solo. Più solo ma più, paradossalmente?, vicino agli altri, più distanti ora di un tempo. Più consapevole (e senza la stessa paura-terrore e tristezza di anni fa che ad essa si collegava) degli aspetti grigi e neri della vita. Più consapevole delle ambivalenze che mi porto dentro. Più consapevole della infinita mutiformità della vita e meno spaventato da essa. Più capace di accettare le logiche gerarchiche della vita sociale e politica. Capace di fidarmi un poco più di me ma non troppo. Più consapevole della limitatezza (durante la crisi spesso era diventata impotenza) che ha la conoscenza nella gestione della vita. Un poco più capace di vivere anche senza conoscere e sapere. Meno ossessionato dal bisogno di aver sotto controllo la realtà. Un poco più capace di vivere senza precisi progetti di medio lungo-periodo davanti. Non so per chi legge ma per me è automatico collegare tutto ciò anche al rapporto con il lavoro.

Dire quando e come siano avvenuti questi cambiamenti è impossibile. Se uno prima e l’altro dopo o tutti insieme anche. A ben pensare poi se rifletto bene anche certi aspetti di questa terza fase erano già presente in qualche modo in forma sotterranea in quella precedente. A ben vedere c’è sempre stato un filo, sottile o meno, che mi ha sempre tenuto legato fortemente al lavoro. Anche l’intensità della crisi vissuta è sicuramente indice della forza di questo legame. Collegandomi a questo ultimo pensiero mi viene in mente che anche nei momenti più profondi della crisi non ho mai abbandonato (non è mai scomparsa) l’idea di poter trovare un modo migliore di stare in rapporto con il lavoro di quello che stavo vivendo. Ancora voglio evidenziare il fatto di non essere entrato (così almeno spero davvero sia stato) in atteggiamenti ostruzionistici, sabotatori, distruttivi, ipercritici (nemmeno spero in atteggiamenti stupidamente conformisti) verso l’attività di altri, oppure il mio lunghissimo ritrarmi in disparte e stare in silenzio per il timore di indurre in altri negatività, depressione. Insomma in certi momenti vedo delle continuità, in altri un cambiamento in atto. Ora ad esempio dopo aver collegato le due fasi mi viene un mente una discontinuità tra esse. Mi riferisco al fatto di riuscire a immaginare di parlare pubblicamente, seppur nella forma dell’anonimato, di quello che ho vissuto. Nel periodo di crisi il timore di indurre negatività negli altri, l’idea di non aver nulla di sensato da dire non mi avrebbe permesso questa esposizione. Anche se immagino che quel che ho scritto e scrivo può indurre in alcune persone solo confusione e disorientamento qualcosa mi spinge a fare il passo che ho fatto. Sembra poca cosa questa. Non le è per me che per anni e anni ho sentito che il mio destino doveva essere ormai solo quello di una sorta di attento e meditato infinito silenzio.

23.7.2007 Lunedi

Terzo periodo nel quale mi trovo da qualche tempo (non so definire bene l’inizio, forse due o tre anni fa) nel quale si alternano confusamente e/o coesistono situazioni di eccessivo coinvolgimento e di eccessivo distacco dal lavoro, in cui fatico ancora, nonostante abbia preso consapevolezza di tante cose nei lunghi anni di crisi che sono passati, a trovare un equilibrato rapporto con esso.

Non voglio insistere (ci sono ancora alcuni giorni davanti e forse qualcosa si chiarirà poi) nel cercare di spiegare perché ho parlato di terza fase e nell’affannarmi a dimostrare che c’è. E’ soprattutto un sentire ad avermi fatto dire certe cose e quindi più di tanto non so dire di esse e attorno ad esse. Mi sento ancora inadeguato, un po’ troppo solo, marginale, a volte come alieno, a volte disorientato, melanconico, sento ancora la realtà sociale e la vita come degli inspiegabili enigmi, mi sento ancora completamente nelle loro mani, non so che rapporto avere con il lavoro ma qualcosa è cambiato comunque in questo mio sentire. Non so dire cosa, sicuramente perché ancora molto di ciò che mi accade dentro non è abbastanza chiaro, dipanato. E se non lo è non è il caso di forzare i tempi. Forse sono solo riuscito ad ingoiare un rospo e mi sto abituando a vivere con esso dentro. Forse il solo cambiamento è che non mi dà più tutto il fastidio e il disgusto di anni fa. Forse ora posso permettermi di sperare, come nelle fiabe, che si trasformerà in qualcos’altro. Chissà??

Non aggiungo altro, non voglio farla lunga. Non voglio cercare un finale per un finale che non c’è.

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Qualche giorno ancora e anche questa sorta di avventura sarà terminata. Ho fatto molto bene a darmi un tempo, e un mese era quello giusto. Ora questi ultimi giorni potrebbero essere più difficili degli altri. Potrebbe emergere più che in altri momenti l’insoddisfazione per quel che ho scritto, l’ansia di rimediare a tutti i buchi e le sconnessioni presenti. Devo tenere conto di tutto ciò, non farmi agire dal delirio della completezza e della perfezione che mi ha tiranneggiato per secoli e non autoflagellarmi per quello che speravo emergesse e non è emerso e probabilmente non emergerà.

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Si dice A e si spera che gli altri capiscano-sentano che c’è anche B, C, ecc. E’ così che ho scritto queste mie note. Accenni, flash, tracce, indizi, pezzi non completi di un puzzle di cui c’è una figura di riferimento sfumata-imprecisa per ricostruirlo. Ho fatto troppo affidamento all’immaginazione del lettore, a troppe esperienze comuni che ho immaginato esserci tra noi?

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Il lettore? Esiste il lettore? Esistono lettori. Infiniti modi di essere e di leggere.

Perché poi parlo di lettori? Arriveranno mai ai lettori queste mie annotazioni?

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Stramaledetta sensibilità, eccessivo coinvolgimento: non credo proprio sia un problema solo mio e della mia collega infermiera dal ’92. E’ ora di parlarne. E’ ora di tirare fuori storie, riflessioni. Poi ci vorrebbe uno spazio di discussione. Facile a dirsi…

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Non di testimonianze, di pensieri sparsi e sconnessi, caotici, abbiamo bisogno, ma di teorie!

Da dove viene questo attacco al lavoro che ho fatto? Chi parla? Come posso rispondere?

E’ la voce, la riconosco, di qualcuno-qualcosa (come nominarlo?) che abita da sempre dentro in me. E’ terribile quando improvvisamente emerge. Vuole spesso cose impossibili, vuole spesso condurmi in territori per me inaccessibili, nei quali mi mancherebbero l’aria e le forze. Chiede sacrifici. Con difficoltà si arrende, demorde. E’ un grande combattente. E’ sempre pronto a scovare i miei difetti, le mie mancanze e a processarmi. Il suo fascino è terribile. Mi lusinga, mi fa credere simile a un dio per convincermi a seguirlo. Nonostante tutto non viene solo male da lui. Con fatica mi sono abituato alla sua presenza, il terrore associato alla sua presenza si è pian piano trasformato in una paura sopportabile. Chissà quanto ha a che fare l’eccessivo coinvolgimento con il lavoro e più in generale con esso?

Cosa posso rispondergli?

Perché non dire che si ha bisogno di tutte e due?!

Se qualcuno ha bisogno di teorie si faccia pure avanti, cerchi e da qualche parte le troverà. Non credo proprio che manchino. Se qualcuno è infastidito dalla soggettività e dal caos che emergono da scritti come il mio non è obbligato a leggerli e può anche dire ad altri di non farlo. Se qualcuno è stanco di sole teorie però perché proibirgli di entrare un po’ in confusione prendendo per lui una tutela che non vuole? Se qualcuno ama strutturare la propria mente e poi ogni tanto ha il coraggio e/o l’incoscienza di cercare di destrutturarla un po’ per cercare di arricchirla, o intravedere altre prospettive, perché impedirglielo? Se qualcuno non ne sa nulla di tutta questa storia di soggettività e caos e teorie e vuole tentare una esperienza di lettura perché vietargli la possibilità di scegliere di vivere quella che vuole?

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Appendice alla risposta sopra: lasciare ed ascoltare testimonianze, dare valore a questo scambio, a queste esperienze, non ha poi, più o meno implicita, una certa teoria, un certo modo di concepire la vita, la conoscenza al suo interno?

24.7.2007 Martedì

Mi sto avviando verso la fine di questo percorso. Anche se a volte inizio e fine mi sembrano solo convenzioni sociali, modi per circoscrivere la complessità infinita della realtà (ad esempio finirò di scrivere questa sorta di diario tra qualche giorno ma non di riflettere sul problema che bene o male è stato al centro delle annotazione), è indubitabile che sia così, che una fine ci sarà e che si sta approssimando. Sono a disagio in questo momento. Anche se l’avevo previsto non posso evitarlo. Da una parte sono spinto a tirare le fila del discorso, dall’altra mi dico che non devo provarci, che non ha senso farlo.

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Perché non ha senso cercare di tirare le fila del discorso? Perché le fila (sempre provvisorie e più o meno soddisfacenti) di un discorso si tirano prima con i loro tempi da se stesse e poi se ne può parlare. In me un processo come questo non è ancora avvenuto. Devo resistere quindi a questa tentazione e limitarmi solo ad aggiungere qualche ulteriore frammentaria osservazione.

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Non ha senso tirare le fila del discorso ma evidentemente una parte di me (senza che ne fossi consapevole) sperava di poterlo fare, sperava in questa sorta di miracolo.

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Non ci sono fila da tirare, solo altre osservazioni da aggiungere.

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Prima della lunga crisi tendevo all’onnipotenza e ad essa si associava l’ipercoinvolgimento, durante la crisi all’impotenza e ad essa si associava la demotivazione e il distacco. Oggi dove sono? Bene non lo so. Non mi sembra però più di tanto nell’area della potenza, della lotta. Certo non ne sono fuori, è impossibile esserne fuori. Meglio, è impossibile non esserne condizionati visto che più che un area questo è un aspetto della realtà, trasversale ad essa. Tutta questa storia della impotenza e della onnipotenza, della potenza, del potere, della lotta, mi annoia, e mi sembra spesso alla fin fine più che altro un cumulo di illusioni e di paranoie. In tanti anni ho appreso a farmi guidare, ad osservare quello che accade. Non mi sento più di tanto umiliato nello svolgere funzioni semplici, elementari, esecutive. Non sono ossessionato dal dover dire la mia su ogni cosa, dal dover partecipare a tutte le decisioni che si devono prendere. So che quel che posso contribuire a promuovere è molto poco e che comunque è sempre assai precario, fragile. Cosa che immagino sia eguale, anche se vogliono far apparire continuamente il contrario, anche per coloro che dicono di detenere il potere e di governare la realtà, la vita. Bene o male vivo nella mia nicchia nascosta oscura e periferica riuscendo anche a frequentare ogni tanto alcuni limitati settori del cosiddetto tessuto sociale. Con i miei limiti cerco di capire in che razza di società-civiltà-inciviltà stiamo vivendo. So che, anche senza accorgermene, ogni giorno prendo continuamente, in forma più o meno coerente, posizione di fronte ad essa. Che altro potrei realisticamente fare? Per mia sfortuna o fortuna non ho una predisposizione al comando. Non amo più di tanto, se non in molto specifiche limitate e periferiche situazioni, guidare altri. E’ anche in questi casi in un modo che non so se sia davvero un guidare. Non penso più la vita, la realtà, soprattutto come un infinito-onnipervasivo confliggere e lottare. Mi sembra soprattutto altro. Ed è verso questo altro, presente anche dentro la sfera del confliggere e del lottare, che sono spinto.

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Prima della crisi cercavo di mettere la vita, la realtà, gli altri, dentro i miei desideri, i miei progetti, i miei pregiudizi, nella crisi li vedevo come su due piani sconnessi, paralleli. Ora? Bene non lo so ma non è più come prima.

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Sento che potrei continuare con altri esempi come quelli sopra e che continuerei a rispondermi sempre allo stesso modo: bene non lo so ma sento che non è più come prima.

25.7.2007 Mercoledì

Continuo a pensare al mio altalenante rapporto con il lavoro di questi ultimi anni. In certi momenti si manifesta un interesse che si avvicina all’entusiasmo di un tempo, in altri il disinteresse e l’apatia prendono il sopravvento. Non so darmi una spiegazione abbastanza soddisfacente di questa situazione. Mi sento ancora tirato da una parte e dall’altra senza sapere bene perché. Perché è così ambivalente il mio rapporto con il lavoro?

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Forse è così ambivalente perché per troppo tempo ho negato-rimosso l’ambivalenza e non sono ancora sufficientemente abituato a convivere e dialogare con essa.

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Ragionando in termini di ambivalenza, adottando l’occhiale della ambivalenza, alcune cose della mia esperienza trascorsa mi appaiono ora un po’ più chiare. Sicuramente questa ambivalenza c’è sempre stata dentro di me, così anche quando ero ipercoinvolto ero in realtà probabilmente anche nauseato e distaccato, e quando ero demotivato-distaccato-nauseato ero anche interessato e veramente partecipe al lavoro. Sicuramente se rifacessi il percorso della mia storia professionale descritto alla luce anche dell’ambivalenza si evidenzierebbero altri aspetti interessanti.

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Il miglior modo per osservare l’ambivalenza è quello di osservare gli scarti tra il dire e il fare. Il fare, il come si fa quel che si fa, l’essere, è la prova del nove.

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Nella lunga fase iperattiva, di ipercoinvolgimento, spesso mi dicevo che quel che contava era fare, agire, sperimentare, tentare, conoscere facendo, che se le intenzioni erano buone difficilmente si sarebbero sbagliati gli obiettivi; nella lunga fase di crisi spesso mi ripetevo "meglio fare poco e l’essenziale", "meglio meno ma meglio" "meglio pensarci due o tre volte prima di fare qualcosa, prima di gettarsi in qualcosa" "fare molto può anche voler dire a volte fare, al di là della buone intenzioni, molti guai" "anche pensare, cercare di capire, riflettere su ciò che si fa, è fare". In questi ultimi tempi cosa mi dico?

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Anche dire no, anche non fare è un fare. Come non si può non comunicare, così non si può non fare. Ci sono tanti modi di fare qualcosa. Tirarsi fuori da qualcosa è fare. Non farsi coinvolgere in qualcosa è un fare. Farsi coinvolgere in un modo piuttosto che in un altro altri modi di fare. Il silenzio è un fare. Ascoltare attentamente è fare. Si può fare qualcosa per svalorizzarla e renderla ridicola agli occhi degli altri. Ci sono modi di fare qualcosa che inibiscono altri a fare, a dare una mano, a collaborare davvero. C’è un fare che uccide altri fare. Ci sono modi di fare che preparano già la distruzione di ciò che stanno facendo. Anche porre dubbi e domande è fare. Assentarsi e fare. Fare, pensare, che differenza c’è? Dire pure è un fare e più spesso di quel che ne siamo consapevoli è far finta di fare qualcosa per fare un altro gioco non poche volte distruttivo, inscenare un fare dentro un mondo che in realtà non c’è, o meglio, dentro un modo che c’è ma che ci allontana sempre più dalla vita (a pensarci bene non è lì, nella manipolazione discorsiva, il germe del mondo virtuale che si sta sempre più espandendo e dentro il quale sempre più spesso ci troviamo forzati a vivere?).

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La discriminante non è tra chi fa e chi non fa, ma nel come si fa quel che si fa e nel come si fa quel che non si fa.

26.7.2007 Giovedì

Rileggo quel che ho scritto sopra. Ho ancora un po’ il dente avvelenato verso l’attivismo? Temo di sì. Nella mia mente attivismo fa troppo spesso ancora rima con fanatismo. A ben vedere provo pena e rabbia verso chi è posseduto da questo demone. Non solo rabbia. Rivedo me stesso in loro, una parte di me. La loro presenza risveglia un demone sopito che è in me.

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Oltre al demone dell’attivismo in me c’è anche quello dell’apatia (depressione, demotivazione e altri sinonimi). E’ un demone dalle varie facce. L’ho conosciuto soprattutto nel lungo periodo di crisi. Ne ho parlato poco in queste mie annotazioni. Come di tante altre cose del resto. In certi momenti è anche un bene che arrivi, che sia arrivato. Cosa sarebbe stata e sarebbe la mia vita emotiva e mentale senza questa sorta di regolatore che mi fa vedere quello che quando sono in fibrillazione attivistica sono mille miglia lontano dal vedere? La vista quando arriva è si annebbiata da certi occhiali che si è obbligati a portare (quelli melanconici) ma anche di una acutezza inusuale. E’ lì che ho scoperto la fragilità, la debolezza, la precarietà, la casualità, la presunzione, così come l’approssimazione e l’abbandono necessari alla vita. Come con tutti i demoni anche con lui la convivenza è difficile. Cacciarlo dalla porta quando si presenta è pericoloso. Ritorna. E spesso più risentito e rabbioso. Ma spesso lo si caccia. E’ quel che ho fatto anch’io. Vederlo-sentirlo fa male. E’ doloroso. Solo una lunga frequentazione e una certa fortuna possono – a patto di non restare suoi schiavi – dare certi vantaggi.

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Se voglio trovare un migliore rapporto con il lavoro non devo dimenticarmi di questi demoni magari ora un po’ sopiti ma sempre presenti in me.

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Se voglio trovare un migliore rapporto con il lavoro… Ho continuato a scrivere e scrivere cercando risposte a questo quesito poi ho cancellato tutto o ora mi chiedo perché continuo a ossessionarmi con questa domanda.

27.7.2007 Venerdì

Ritorno all’ultima annotazione di ieri.

Devo cercare per forza un migliore rapporto con il lavoro? Cosa mi manca? Voglio forse evitare una volta per tutte di avere nel lavoro periodici momenti di eccessiva attività e di demotivazione e di apatia? Voglio raggiungere uno stato di misurato costante e felice entusiasmo che non abbia mai alcuna caduta? Voglio realizzarmi di più, esprimermi di più, contare di più? Voglio costruire qualcosa di significativo per coloro che vengono a chiedere cura da noi ?

Sono ancora così ridicolmente fuori dalla realtà?

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Se voglio evitare una volta per tutte di avere nel lavoro periodici momenti di eccessiva attività e di demotivazione e di apatia, se voglio raggiungere uno stato di misurato costante e felice entusiasmo che non abbia mai alcuna caduta sono completamente fuori dalla realtà. Per il resto che dire? Non è realistico, né auspicabile, immaginare che residui di questo tipo (realizzarsi, esprimersi, contare di più, costruire qualcosa di significativo) scompaiono. L’importante è avere consapevolezza che ci sono e dei guai che possono volta a volta portare con sé se non si confrontano costantemente con gli altrettanti eguali bisogni-desideri presenti in chi lavora vicino a me, in un contesto sociale che ci circonda e compenetra dove ciò che sembra dominare (l’ansia-smania di vincere gli altri, di dominarli, di umiliarli calpestandoli e/o mettendoli a margine, fuori gioco) è il contrario del reciproco rispetto delle aspirazioni e dei bisogni.

In questa direzione la strada da percorrere è per me ancora molto lunga.

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Domani è l’ultimo giorno. Dovrò chiudere queste annotazioni. Potrei farlo anche oggi. Meglio oggi che domani, meglio oggi che lunedì o martedì prossimo.

E’ inutile che cerchi ancora, che mi sforzi di trovare un finale ad effetto. Non c’è una storia o un sipario da chiudere.

Parlando qualche giorno fa con un amico di scritti simili a questo, della loro possibile utilità, lui evidenziava la loro povertà, la loro scarsa incidenza, il loro non lasciare particolari tracce nel lettore. "Invece sono sicuramente utili per chi li scrive" ha ad un certo punto detto. E’ come se mi avesse suggerito di tenere queste mie annotazioni in un cassetto e accontentarmi di quel che mi ha dato scriverle. A patto che le testimonianze e le riflessioni crescano tendo ad essere un poco più ottimista sulla possibile utilità di materiali come questi e probabilmente proverò a mettere in circolo quel che ho scritto. Poi quello che faranno gli altri di esso è un'altra storia. Probabilmente questa decisione non è altro che l’aggiungere un’altra illusione a quelle già collezionate nella mia vita. Ci sono del resto ragionevoli alternative a questa?

Illusioni, disillusioni, desideri, frustrazioni, qualche gioia ogni tanto, progetti, qualche apparente successo e qualche apparente fallimento, cadere, rialzarsi, ricadere ancora, rialzarsi… Che altro del resto rimane all’infuori di questo!

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Ho riguardato qua e là il sito, ho riletto alcune parti, ho prestato attenzione alla tipologia degli scritti presenti, leggiucchiato quelli che non avevo visto prima. C’è di tutto. Il mio è certamente il più caotico e cervellotico tra tutti. E’ molto diverso dagli altri. Non sarà quindi facile decidere se inserirlo o meno. Devo prevedere quindi la sua esclusione. Sia come sia per me l’essere arrivato alla fine è già un risultato e come dice il mio amico un po’ più pessimista di me mi è stato utile tenere questa sorta di diario. Nella peggiore delle ipotesi lo scritto non verrà inserito e Mussoni e chi con lui gestisce il sito si annoderanno un po’ di più il cervello con le mie elucubrazioni.

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