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Un percorso di vita lavorativa - Elsa Bartolini

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Elsa Bartolini racconta la sua lunga (35 anni) esperienza (come infermiera, infermiera professionale e infermiera coordinatrice) in varie realtà lavorative ospedaliere

Mi chiamo Elsa ho 54 anni e da 35  lavoro in ospedale.

Ripensando all'esperienza vissuta, provo una sensazione strana, non mi sembra sia passato tutto questo tempo!

Provo ancora entusiasmo  per la  professione che scelsi tanti anni fa e ringrazio il cielo per avermi dato l'opportunità di realizzare il desiderio, che mi ha sempre accompagnato, di poter essere in qualche modo d'aiuto a chi è nella situazione di bisogno.

 

Cosa mi portò a scegliere la professione infermieristica?

All'età di 18 anni avevo trovato impiego presso una industria calzaturiera, non ero soddisfatta del lavoro che svolgevo, sognavo altre esperienze ma non avevo chiaro ciò che veramente mi interessava. Sempre in quel periodo fui colpita da glomerulonefrite post streptococcica, fui ricoverata presso un piccolo ospedale di paese per le cure del caso e vi  trascorsi un lungo periodo.

Fino a quel momento non ero mai entrata in un ospedale, ero spaventata, preoccupata  e  nello stesso tempo attratta e affascinata da quel nuovo mondo sconosciuto. Mi sentii ben accolta e tutti si presero cura di me.

Durante la degenza ebbi modo di sperimentare la sofferenza su me stessa e di partecipare a quella degli altri, nello stesso tempo ebbi la fortuna, l'opportunità, di instaurare un bel rapporto con gli operatori e gli altri pazienti degenti.

Il dialogo con le persone riempiva le mie giornate, mi permetteva di sentire meno intensamente il distacco dalla famiglia, dai miei amici, metteva come tra parentesi i miei problemi e interessi.

Il rapporto con gli operatori, il vederli all'opera, mi portò ad apprezzare la loro capacità di infondere coraggio, fece crescere in me un forte desiderio di diventare infermiera.

 

Si era aperta una strada davanti ai miei occhi. Non vedevo l'ora di guarire per percorrerla. A  guarigione avvenuta iniziai ad informarmi su come fare per intraprendere la professione. Venni a conoscenza che la scuola per infermieri professionali prevedeva l'ingresso alla scuola convitto per 2 anni. Per diverse ragioni famigliari non potei percorrere questa strada e optai per la scuola infermieri generici della durata di 1 anno.

 

In questo modo entrai in fretta a lavorare presso quel piccolo ospedale, dove, con la competenza e la  dedizione di chi vi operava, venivano erogate prestazioni di chirurgia semplice e/o d'urgenza, curate patologie di medicina generale, dove era presente una sala parto che accoglieva le partorienti di quel territorio e funzionava un pronto soccorso per affrontare le urgenze di tipo traumatologico (quel territorio si stava espandendo per l'incremento di un'area industriale). Era il 1970,  il mondo infermieristico era ancora molto lontano da tutto ciò che oggi la professione si trova a vivere, la tecnologia era molto semplice, così pure il rapporto con gli utenti, la gente di paese in quel periodo era meno informata rispetto ad oggi. Il tempo dedicato ai pazienti era discretamente rapportato al fabbisogno, non era difficile gestire i rapporti, la comunicazione e la relazione d'aiuto erano basate su un dialogo semplice rivolto ad un'utenza con aspettative semplici, molto lontane dalla diffidenza che oggi spesso si percepisce nei confronti della sanità e degli operatori che vi operano. Non voglio dire con questo che a quel tempo si lavorasse con meno responsabilità ed attenzione verso la persona, anzi, essendo meno preminente tutta la parte dell'assistenza indiretta, che oggi tanto impegna gli infermieri tendendo ad allontanarli dal paziente, si cercava di essere attenti ad erogare al meglio le prestazioni che si poteva garantire in quel piccolo ospedale, tenendo ben presenti gli aspetti etici-deontologici della professione e sforzandoci di comprendere quel che stavano vivendo le persone di cui avevamo cura. Imparai molto di tutto questo dai miei colleghi oltre che a  scuola. All'epoca  ero  molto giovane e mi trovavo a lavorare con colleghi che per la loro età potevano essermi genitori, anche questo ha contribuito alla mia formazione, assorbivo concretamente da loro la capacità di "sapere, saper essere, saper fare", di cui si parlava, a volte astrattamente, a scuola.

In quel piccolo ospedale imparai davvero l'essenza dell'essere infermiera, abituandomi ad affrontare qualunque evento. Trattandosi di una struttura piccola, l'organizzazione non prevedeva una particolare pianificazione delle attività e suddivisione fra i ruoli, praticamente in ogni turno ci si occupava di tutto, dall'assistenza in corsia allo svolgere il ruolo di strumentista in sala operatoria, dall'assistenza ostetrica in sala parto al lavoro in pronto soccorso, oppure ad affiancare i consulenti specialisti e qualche volta anche essere aiutante ausiliario nell'attività alberghiera.

I turni erano pesanti ma l'entusiasmo e l'interesse per quello che facevo non me li faceva sentire tali, mi  bastava la sensazione di sollievo che un paziente trasmetteva, un sorriso di ringraziamento, il riuscire a far riposare un altro paziente solo con una adeguata sistemazione senza dover ricorrere all'ausilio dei farmaci, per ripagarmi delle fatiche.

A quel tempo si effettuava una sequenza di turno composto da  6 pomeriggi, 6 mattine e 6 notti, in tal modo, durante il periodo invernale, per una settimana non vedevo la luce del giorno. Non me ne importava, ciò che facevo mi gratificava.

L'organico era così composto: una suora capo sala e addetta alla sala operatoria, una suora responsabile della cucina,  la superiora che si occupava anche della gestione dei  farmaci, 2 ostetriche, 1 infermiere, 2 ausiliari, la sottoscritta ed un'altra infermiera.

Nel  1971  l'ospedale venne ampliato, furono aumentati i posti letto e di conseguenza incrementato il numero di operatori, mi trovai così a lavorare con colleghi provenienti da varie parti, tutti giovani. Improvvisamente cessai di essere io l'infermiera  più giovane del reparto, questo determinò cambiamenti nella dinamica di comunicazione di gruppo, con  risvolti positivi.   

L'ampliamento dei posti letto portò alla attivazione di  2 divisioni, quella medica e quella chirurgica  Io scelsi di lavorare nella divisione di medicina, verso la quale mi sentivo maggiormente predisposta.

 

Negli anni 1979/1981 iniziai a frequentare  la scuola per infermieri professionali partecipando al primo corso regionale di riqualificazione professionale con programma ministeriale parificato alle scuole convitto di durata triennale.

La partecipazione al corso comportò impegno e sacrifici, poiché lavoravo e contemporaneamente frequentavo le lezioni. Il desiderio di crescere professionalmente, la curiosità verso nuove conoscenze, il bisogno che avevo, e che ho, di capire fino in fondo ciò che faccio, mi diedero la forza di portare a termine anche questa esperienza.

Diventai infermiera professionale, questo significò essere maggiormente consapevole delle responsabilità legate alla professione e avere approfondito conoscenze e competenze che mi portavano a svolgere la mia attività con maggior capacità tecnica e precisione.

 

Nei primi anni 80 una legge di riforma sanitaria portò ad un ridimensionamento dei piccoli ospedali e ad un'ottimizzazione delle risorse con l'attivazione delle Unità Sanitarie Locali (USL) le quali trasformarono la  gestione degli ospedali da enti ospedalieri autonomi in entità parte integrante delle USL.

Presso l'ospedale dove lavoravo venne soppresso il reparto di chirurgia  e la relativa attività ostetrico-ginecologica, venne interrotta la convenzione con l'istituto religioso che gestiva il coordinamento delle risorse attraverso le suore impiegate; pertanto la gestione del coordinamento delle risorse venne affidata alle 2 ostetriche rimaste in sede perché  prossime al collocamento a riposo per raggiungimento di età.

Venne mantenuta attiva una divisione di medicina interna con una dotazione di 50 posti letto che  rispondeva  per le sue competenze alle esigenze della popolazione per le patologie acute lavorando in collaborazione con l'ospedale principale della USL. Da questo venivano accolti i pazienti con patologie croniche per le quali era necessario prolungare la degenza in ambiente medico (va ricordato che all'epoca non era ancora attiva tutta la rete dei servizi socio-territoriali).

 

Nel 1986 l'esigenza familiare di effettuare un turno di mattino mi portò alla decisione di partecipare alla selezione per  la scuola di capo sala. Superai la selezione ed iniziai il corso che ebbe la durata di una anno scolastico. Per rispondere all'obbligo di frequenza alle lezioni ed al tirocinio fui costretta ad usufruire di una aspettativa dal servizio per alcuni mesi.

L'esperienza del corso fu positiva, mi portò a conoscere altre persone, a  confrontarmi con colleghi di altri ospedali, ad intraprendere rapporti professionali e personali con altri operatori che non erano del mio ambito lavorativo. Anche questo contribuì ad accrescere il mio bagaglio di esperienza professionale e arricchì le mie relazioni. Imparai alcune tecniche di relazione di gruppo, approfondii alcune conoscenze e dinamiche  per la gestione  della comunicazione, entrai nei meccanismi della organizzazione-gestione delle risorse e della pianificazione, senza mai perdere di vista la nostra principale finalità: "migliorare la qualità dell'assistenza erogata ai cittadini utilizzatori del servizio sanitario."

 

Al termine del corso decisi di  rientrare  presso il mio piccolo ospedale e di lavorare con i vecchi colleghi convinta che non avrei avuto problemi. Mi sbagliavo. All'inizio dovetti affrontare non poche difficoltà. Il gruppo non vedeva l'utilità di una capo sala, questa figura professionale non era presente prima. Non riusciva a capire-accettare la mia nuova funzione, le attività che questo ruolo contemplava. Non mi vedevano come capo sala. D'altra parte anche per me non fu facile staccarmi dal ruolo precedente ed entrare in quello nuovo. Capii strada facendo che un infermiere dentro di sé resta tale per tutta la vita ed ancora oggi, a volte con particolare intensità, sento la mancanza del contatto diretto con il paziente. Ora il mio rapporto con gli utenti era diverso, pur essendo quotidiano si limitava all'aspetto burocratico, anche se cercavo di renderlo il meno formale possibile.

 

All'inizio degli anni 90 le Unità Sanitarie Locali vennero trasformate in Aziende Sanitarie ed iniziò un percorso di cambiamento culturale e gestionale della sanità che coinvolse cittadini e operatori. Nel 1993 una ulteriore legge di riforma che prevedeva la disattivazione dei piccoli ospedali con disponibilità inferiore a 100 posti letto,  portò la Unità Sanitaria Locale alla decisione di disattivare il piccolo ospedale presso il quale lavoravo. A nulla valsero le proteste di cittadini e lavoratori, tutto ciò che riuscimmo a "salvare" fu l'attivazione di 29 posti letto di funzione di "Lungodegenza" presso l'ospedale di Santarcangelo, rimasto attivo perché rispondeva ai requisiti che la legge prevedeva.

Fui  direttamente coinvolta nel progetto di disattivazione del  reparto di medicina e nella attivazione della U.O. di "Lungodegenza". Venne approntato il reparto, dotato di tutti gli arredi e le attrezzature necessarie ad accogliere pazienti "lungodegenti", fu formato il gruppo professionale che si sarebbe occupato dei pazienti ricoverati. Fu composto dagli operatori della precedente équipe, dall'ingresso di nuovi componenti e entrò a far parte del gruppo una fisioterapista dedicata.

 

Il 3 agosto 1993 furono trasferiti i pazienti destinati al reparto "lungodegenza" dall'ospedale in chiusura verso il nuovo reparto.

L'impatto emotivo e fisico furono notevoli, non avevamo esperienza diretta per la gestione di un reparto di pazienti "Lungodegenti", non potevamo avvalerci del confronto con realtà simili alla nostra, in quanto su tutto il territorio nazionale eravamo la prima realtà a svolgere questo servizio.

Ci siamo quindi formati sul campo, nella gestione degli utenti i quali appartenevano ad un target  particolare, composto prevalentemente dalle seguenti patologie: pazienti con malattie cronico degenerative in condizioni di relativa stabilità clinica, pazienti in stato di comatoso, portatori di cannula tracheostomica in respiro spontaneo, molti pazienti in nutrizione enterale, pazienti oncologici in fase avanzato-terminale, grandi anziani con lesioni da decubito importanti difficilmente gestibili al domicilio (anche perché l'assistenza domiciliare nel nostro territorio non era ancora stata attivata), pazienti neurologici e /o ortopedici in condizioni di buon compenso clinico ma con scarsa possibilità di recupero o con la necessità di tempi maggiori per raggiungere gli obiettivi di recupero prefissati, persone con problematiche socio assistenziali gravi e complesse.

La complessità dei casi trattati, il grado di totale dipendenza, la non completa autonomia nella gestione di alcune tipologie di utenti, sottopose il gruppo all'inizio ad un notevole sforzo per mantenere un adeguato livello di qualità delle prestazioni erogate.

Fu utile attivare momenti formativi interni per portare tutti gli operatori ad una autonomia di gestione delle problematiche ed approfondire conoscenze e tecniche.

La tipologia degli utenti assistiti e la presenza di pluripatologie prevedeva l'intervento di più specialisti e noi eravamo impreparati ad una gestione di tipo multiprofessionale degli stessi, ad esempio la presenza della fisioterapista inizialmente veniva vissuta dal gruppo quasi come un'intrusione ed invasione degli spazi infermieristici. Queste problematiche furono superate attraverso la effettuazione di incontri mirati a far comprendere l'utilità della collega ai fini della riabilitazione, riattivazione/recupero, delle potenzialità dei pazienti assistiti o della prevenzione di danni da immobilità prolungata.

Al fine di garantire prestazioni adeguate e nel contempo preservare l'incolumità fisica degli operatori visto il carico assistenziale, con l'aiuto del fisiatra, attraverso formazione mirata, furono superate  le lacune che gli operatori  presentavano nella  mobilizzazione dei pazienti .

Imparammo anche a considerare i famigliari un risorsa importante nell'assistenza di pazienti totalmente dipendenti, cercando di coinvolgerli in alcuni momenti assistenziali.

Lo sforzo mio nel realizzare e presidiare tutto quanto fu notevole, ritengo però ne sia valsa la pena, perché siamo riusciti ad essere di aiuto a tante persone provate in modo considerevole dalla malattia, ad accompagnare verso una morte serena i malati terminali supportando i famigliari  nell'affrontare quei dolorosi momenti.

 

Nel settembre 1997 venne promulgata una direttiva regionale che prevedeva la rimodulazione della rete ospedaliera su tutto il territorio regionale attraverso la stratificazione dei bisogni assistenziali, una ridistribuzione dei posti letto dedicati ai pazienti per acuti e l'attivazione di letti dedicati a pazienti in fase "Lungodegenza post acuzie riabilitazione estensiva" (LD.PA.RE).

Questa direttiva comprendeva la possibilità di attivare unità operative a "conduzione infermieristica". Per la prima volta nella storia infermieristica italiana veniva data agli infermieri la possibilità di gestire in autonomia un reparto e, con la collaborazione del medico, di gestire la parte clinico-assistenziale  dei pazienti assistiti.

Il progetto  prevedeva la trasformazione della unità operativa di lungodegenza da me coordinata in unità operativa "Post Acuti".

Per la realizzazione di questo progetto, vista la mia esperienza, venni  comandata  dalla Direzione Generale a frequentare con i dirigenti infermieri di tutta la Regione Emilia Romagna il master regionale di formazione/preparazione alla attivazione delle unità operative post acuzie a conduzione infermieristica.

Fu un'altra esperienza forte ed interessante. Non priva di timori e dubbi più volte mi domandai se sarei stata in grado di  portare avanti questo importante mandato.

Per una serie di circostanze il progetto fu realizzato solo dal gennaio 2001. La sua attuazione previde il reclutamento e la formazione di un gruppo di professionisti disposti a sperimentare un nuovo modo di fare assistenza.

In questo progetto gli infermieri sono considerati i principali attori; la presa in carico dell'utente è totale. Nell'erogazione dell'assistenza sono affiancati da operatori di supporto. Con essi e con gli infermieri case manager elaborano piani assistenziali personalizzati per ogni utente assistito finalizzati a rispondere in modo pertinente ai loro bisogni e a sviluppare il potenziale recupero delle loro autonomie residue. In questa struttura il medico riveste il ruolo di consulente, viene coinvolto dagli infermieri  al bisogno su problematiche cliniche aperte o di urgenza.

Sono stata investita della funzione di direttore di tale unità operativa, sono la diretta responsabile della struttura. Gestisco un budget economico che viene negoziato all'inizio di ogni anno partendo dagli obiettivi da raggiungere, mantengo i rapporti diretti con la Direzione Assistenziale, la Direzione Generale, la Direzione Sanitaria,  con tutte le altre strutture e servizi, con il referente clinico della UO , con i responsabili  delle UO invianti, con il Capo di Dipartimento. Partecipo agli incontri periodici del collegio di direzione, agli incontri di dipartimento, raccolgo, elaboro e produco dati inerenti alla attività svolta all'interno della UO.

Oltre  alla direzione della UOPA, da agosto 2001 mi è stato affidato anche il coordinamento delle unità operative medicina (26 posti letto) e lungodegenza (10 posti letto), in quanto adiacenti al Post acuti. In questo impegno mi affianca una referente tecnico professionale che gestisce l'organizzazione della vita quotidiana (la finalità è principalmente quella di gestire le risorge con un forte senso di integrazione pianificato fin dall'inizio).

Il progetto post acuti ha ormai oltre quattro anni di vita. Non nego le difficoltà incontrate, il notevole impegno che ha comportato la sua conduzione, i vari problemi tuttora esistenti. Fino ad ora sono stata in grado di raggiungere gli obiettivi a me affidati ed ho ricevuto tante gratificazioni. Le maggiori sono state quelle derivate dai risultati ottenuti insieme alla mia équipe nel portare a termine i progetti assistenziali sugli utenti assistiti e negli obiettivi raggiunti con e per gli utenti e/o loro famigliari, dal clima interno che si è creato, dal coinvolgimento delle persone all'esperienza che si è costruito.

Nel corso del mio  vissuto professionale ritengo di essere stata molto fortunata, in quanto ho sempre potuto realizzare ciò che maggiormente desideravo, avendo sempre chiaro l'obiettivo principale: assicurare il meglio a chi si affida alle nostre cure.

Penso di esserci riuscita quasi sempre. Cosa me lo fa credere? Le tante manifestazioni di gratitudine da parte di utenti e famigliari, i risultati ottenuti, gli obiettivi raggiunti.

Spero di poter continuare il mio mandato fino al termine del mio rapporto di lavoro, tenendo sempre presenti le persone che lavorano con me e le loro esigenze, e non dimenticando mai il motto che mi guida: " fai per gli altri ciò che vorresti gli altri facessero per te."

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